Fascisti, dopo la Liberazione tutto è perdonato: li chiamavano “impunità”
Inchieste

Fascisti, dopo la Liberazione tutto è perdonato: li chiamavano “impunità”

Ecco come in breve tempo i seguaci di Mussolini furono riammessi nei posti chiave di industria, magistratura, polizia. Il ruolo degli Stati Uniti e di Togliatti

di Massimo Novelli

Era il 28 aprile 1945 quando il partigiano Nuto Revelli, ex ufficiale degli alpini, poté entrare a Cuneo, la sua città. All’altezza di via XX Settembre venne fermato. Racconterà in La guerra dei poveri: “Due ombre ci muovono incontro. Non sono partigiani. Sono fascisti della Littorio, in divisa, con le armi spianate. Hanno una fascia rossa al braccio. Parlano per primi: ‘Ah! Siete partigiani. Allora avanti!’ ‘Ma voi siete fascisti!’ ‘Noi siamo partigiani’ ‘Ma da quando?’ ‘Da ieri!’”. Cominciava la nuova Italia nata dalla guerra contro i nazifascisti. S’iniziava come se il fascismo non fosse esistito, con i voltagabbana, gli occultamenti del passato, la rimozione delle colpe. Si declinò subito un’Italia senza memoria, che era stata in maggioranza fascista per convenienza o per adesione convinta. Un Paese di 45 milioni di abitanti, peraltro, dove i partigiani, al nord e al centro, erano stati non più di 200 mila, mentre al sud, con l’eccezione delle quattro giornate di Napoli e di pochi altri episodi, la Liberazione avvenne per mano degli alleati. L’Italia meridionale non aveva vissuto sotto la Repubblica di Salò (la Rsi, ossia la Repubblica Sociale Italiana), ma non mancavano ovviamente i compromessi con il Ventennio. Uno di questi era l’armatore napoletano Achille Lauro. Detenuto nei campi di Padula e di Terni, presto fu riabilitato dagli americani, che gli consentirono di diventare il padrone di Napoli e gli vendettero le loro navi. Era stato Lauro, d’altronde, ad aver trovato i voti che permisero ad Alcide De Gasperi di far fuori le sinistre dal governo, nel maggio del 1947.

Con l’uccisione di Mussolini e la fucilazione di alcuni gerarchi a Dongo, e con i fascisti giustiziati (in buona parte “pesci piccoli”) durante la Liberazione, si pensò che l’epurazione fosse finita. Si fecero lavorare per un po’ di tempo, è vero, le Corti d’Assise Straordinarie, che istruirono oltre 20 mila procedimenti, condannando in primo grado numerosi nazifascisti. Ma le condanne ebbero vita breve. Intervennero i tribunali ordinari e quindi le amnistie, le assoluzioni, le centinaia di sentenze annullate dalla Cassazione. Niente ostacolò la riammissione dei fascisti che contavano davvero al comando delle industrie e negli apparati dello Stato, dalla burocrazia alle Università, dalla magistratura all’esercito, ai servizi segreti, alla polizia. Dirà Nuto Revelli: “Le istituzioni sono rimaste quelle di prima. Lei andava in Questura e trovava i funzionari e i questurini di prima, del tempo del fascismo e della Repubblica di Salò, che magari avevano fatto il doppio o triplo gioco”.

Tutti restarono nei posti occupati sotto il fascismo, l’ossatura dello Stato fu la stessa. Il giurista Guido Neppi Modona ricorda chi erano gli alti magistrati dell’Italia post-Liberazione e scrive che “erano stati assunti in servizio prima del 1944 tutti i magistrati di Cassazione (524) e il 70 per cento dei consiglieri d’appello (1317)”. Proprio i giudici che avrebbero messo in libertà fascisti e nazifascisti. La continuità con l’Italia di Mussolini fu resa possibile dagli scenari internazionali, e determinanti furono gli americani e la guerra fredda contro il comunismo e l’Unione Sovietica. Si tradusse nella “dottrina Truman”, enunciata nel marzo 1947, con cui il presidente degli Stati Uniti stabiliva che sarebbe toccato agli Usa, e alle nazioni satelliti come la nostra, il compito di salvare la democrazia dalla minaccia sovietica e comunista. Tanto che alla vigilia delle elezioni dell’aprile 1948, temendo una vittoria del Fronte Popolare (Pci e Psi), gli americani inviarono le navi da guerra nei principali porti italiani. “Anche se l’epurazione stava già fallendo”, osserva lo storico Mimmo Franzinelli, “la guerra fredda ha avuto un suo peso: gli ex fascisti sono stati inglobati nel fronte centrista che ha governato l’Italia per tutti gli anni Cinquanta, mentre comunisti e socialisti sono stati collocati tra i ‘nemici’ dell’Occidente e bollati come sovversivi”.

Su 5928 “neri” sanzionati, 5328 sono scarcerati. Finiscono assolti i mandanti degli omicidi dei fratelli Rosselli, graziati i collaborazionisti

La storia del principe Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, specializzata nella repressione dei partigiani, e futuro aspirante golpista nel 1970, è emblematica. Franzinelli riferisce che il principe, nell’aprile 1945, a Milano “viene salvato da esponenti delle Brigate ‘Matteotti’ di Corrado Bonfantini, che lo portano in luogo sicuro. A metà maggio i servizi segreti statunitensi lo prendono in consegna a Roma. Rilasciato dopo quattro mesi, è arrestato e imprigionato a Procida, dove ritroverà il maresciallo Graziani e altri camerati. Dovrebbe giudicarlo la Corte d’Assise di Milano, ma la Cassazione accoglie il suo ricorso e trasferisce il procedimento al Tribunale di Roma, che lo proscioglie in istruttoria da 43 fucilazioni effettuate dalla Decima poiché non se ne ritiene provato il coinvolgimento nella catena di comando”. Il 17 febbraio del ’49, Borghese “è condannato per collaborazionismo a 12 anni”, ma “grazie all’applicazione di amnistia e condono, subito scarcerato”.

Le connivenze e il colpo di spugna

Come Borghese, centinaia di criminali di guerra, di massacratori di partigiani, di cacciatori di ebrei, di uomini fortemente compromessi con la Rsi, restarono in carcere pochi mesi o evitarono l’arresto. Tanti i casi clamorosi. Furono liberati alcuni torturatori delle famigerate bande Koch e Carità, destinati inizialmente alla fucilazione. Nel ’52 fu graziato uno degli assassini dell’eroe partigiano Duccio Galimberti. Furono assolti i mandanti degli omicidi dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, e vennero amnistiati i delatori che aveva fatto catturare il partigiano Silvio Corbari e i suoi compagni, impiccati, agonizzanti, a Forlì, nell’agosto del ’44. Su 5928 fascisti sanzionati con varie pene, 5328 sono scarcerati. Su quarantamila persone inquisite per collaborazionismo, i condannati sono 6000, dei quali 550 alla pena di morte, ma con 91 esecuzioni effettive (in Francia i collabos fucilati sono 791).

Il colpo di spugna decisivo arrivò con l’amnistia del 22 giugno ’46. La volle Palmiro Togliatti, segretario generale del Pci e ministro di Grazia e Giustizia, ritenendo così anche di allargare la base del suo partito. Avrebbe dovuto comprendere i reati commessi dai partigiani, però pochi ne beneficiarono. Rammentano gli storici Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli che si lasciò “un grande potere discrezionale nelle mani di una magistratura che aveva servito per lunghi anni il fascismo, ricevendone benefici e ricompense, e che era dunque istintivamente portata alla connivenza e all’indulgenza verso gli uomini del regime”. Anche in Belgio, Olanda, Norvegia e in Francia si ebbero amnistie per i fascisti e i collaborazionisti con il nazismo. Però in Francia, dove i collabos furono bollati come “traditori della patria”, trascorsero dieci anni prima che il provvedimento venisse applicato; i condannati avevano già scontato in parte o totalmente le pene.

Il Codice Rocco rimane in vigore per decenni, la magistratura è in mano ai sodali del duce: i fascisti
assolvono i fascisti

Ci furono i giudici fascisti che giudicavano e assolvevano altri fascisti, e tanti fecero carriera. Vennero insediati ai vertici di rilevanti uffici giudiziari, e della Corte costituzionale, magistrati che avevano contributo alle persecuzioni razziali. La classe dirigente antifascista, sostiene Franzinelli, fu incapace “di comprendere come fosse necessario cambiare pagina, anche sul piano legislativo: i codici penali del fascismo, a partire dal Codice Rocco, rimasero in vigore per decenni”. La Corte Costituzionale “venne istituita dieci anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione stessa, anche per effetto delle resistenze messe in atto dai giudici della Cassazione. E non solo: nel 1957 venne nominato presidente [della Corte Costituzionale] Gaetano Azzariti, già a capo del Tribunale della razza”.

La resa dei conti

C’era Azzariti, ce ne furono parecchi altri. Come Luigi Oggioni, magistrato della Repubblica di Salò che verrà nominato giudice della Corte Costituzionale dal presidente Saragat. E Antonio Manca e Giovanni Petraccone, documenta Neppi Modona, nominati dal ministro dell’Interno al Tribunale della razza, “mentre Giuseppe Lampis svolgeva le funzioni di capo di gabinetto del presidente”. Manca divenne nel dopoguerra “presidente della Corte di Appello di Roma e dal 1954 procuratore generale della Cassazione”; fu eletto “giudice costituzionale dai colleghi della Cassazione nel 1956”, restando in carica sino al 1968. Giuseppe Lampis fu eletto “giudice costituzionale dai colleghi della Cassazione nel 1953”. Più “modestamente Giovanni Petraccone diviene presidente di sezione della Cassazione”, e nel ’46 è vice presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.

L’Italia non fece i conti con il fascismo. Lo impedirono gli americani, e il padronato, i partiti di centro e di destra, i militari, la grande burocrazia, il Vaticano. In quell’Italia trovarono rifugio personaggi come Marcel Déat, detto “l’Hitler dei francesi”; condannato alla pena capitale nel suo Paese, visse a Torino, in una pseudo clandestinità nota alle autorità, dal 1945 al 1955, quando morì. Grazie all’amnistia, almeno diecimila fascisti uscirono dalle carceri dopo il ’46. Invece di promuovere la pacificazione, notano Guerriero e Rondinelli, “l’amnistia contribuì ad esasperare ulteriormente gli animi e gli odii” di chi aveva combattuto per la libertà, in particolare i comunisti. La “resa dei conti” insanguinò il Paese. Ex partigiani e formazioni come la Volante Rossa esercitarono una feroce “giustizia proletaria”, che spesso mascherava motivazioni poco politiche, contro fasciste e fascisti, o presunti tali. Causò migliaia di morti; le fonti dell’ex Rsi parlano di oltre 30 mila.

Pure in Francia ci fu la “resa dei conti”, con 10 mila collaborazionisti uccisi. In modo differente da quella italiana, però, si comportò la giustizia legale francese: 69.282 fascisti vennero processati, si ebbero 19.453 assoluzioni, ma anche 14.701 condanne per “indegnità nazionale” a vita e 31.944 temporanee. In Italia furono assolti o amnistiati organizzatori di stragi (Piero Brandimarte), gerarchi (Luigi Federzoni, Renato Ricci), ministri della Rsi (Giampietro Domenico Pellegrini, Carlo Emanuele Basile, Piero Pisenti), politici (Filippo Anfuso), spie dei tedeschi (Roberto Occhetto, segretario del questore di Roma Caruso), carabinieri (Roberto Navale, assolto per insufficienza di prove per l’uccisione dei fratelli Rosselli), capi della polizia (Guido Leto passò dall’Ovra e dalla Rsi alla polizia “democratica” del grande burattinaio Federico Umberto D’Amato) e presidenti del Tribunale Speciale (Guido Cristini, Gaetano Le Metre). Il maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, accusato di crimini di guerra e condannato a 19 anni, uscì dopo quattro mesi di prigione.

La continuità degli apparati dello Stato e l’ultimo tradimento

Quasi nessun dipendente della pubblica amministrazione, dirigenti, funzionari e impiegati della dittatura e della Rsi, venne rimosso. Giancarlo Restelli precisa in un sito web, alla voce “Perché siamo ancora fascisti? La mancata defascistizzazione in Italia (1945-48)”, che più di 200 mila dipendenti dell’amministrazione pubblica, su 385.500 in totale, vennero sottoposti a indagine. Nel luglio del ’45 si aprirono 26.000 pratiche, tuttavia i rinviati a giudizio ammontarono allo 0,19 per cento. Furono condannati solo 738 funzionari. Pressoché tutti i dipendenti pubblici rimasero al loro posto, o vennero riammessi con il pagamento degli arretrati.

Quasi nessun dipendente della dittatura o della Rsi fu rimosso. Invece finì sotto accusa la Resistenza. Lo volle l’America (e Gladio)

Ciò che si cancellò, invece, fu la Resistenza. “De Gasperi”, scrive Restelli, “sostituì tutti i prefetti nominati dal Clnai”, il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia, “con funzionari di carriera. Mario Scelba, ministro degli Interni dal ’47, epurò con solerzia dalla polizia tutti i partigiani che vi erano entrati dopo l’aprile del ’45. Nel 1960 si calcolò che 62 dei 64 prefetti in servizio erano stati funzionari sotto il fascismo. La stessa cosa per tutti i 135 questori e per i loro 139 vice. Solo cinque di essi avevano partecipato in qualche modo alla Resistenza”. Nel settembre del 1947, la Commissione per l’epurazione del personale dell’amministrazione civile “presenta i propri dati: sono 137 i prefetti nel luglio del ’43; si aprono indagini su 82 di loro (60 per cento); 74 vengono prosciolti; solo 8 vengono deferiti al secondo grado di giudizio”. Cifre analoghe riguardano “viceprefetti, segretari e personale delle prefetture. Intanto i ‘Prefetti della Liberazione’ vengono ad uno a uno rimossi”, e sostituiti “da funzionari statali in precedenza fascisti”. Piero Calamandrei affermò al teatro Lirico di Milano, nel ’54, che la Resistenza “dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, fu soffocata e bandita dalle vecchie forze conservatrici, appena si affacciò alla vita democratica del tempo di pace, ove essa era stata chiamata a dare vita ad una nuova classe dirigente che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe”.

La Resistenza finì sui banchi degli accusati. La storica Michela Ponzani scrive che le stime “riferiscono di circa 20 mila processi” ai partigiani, a partire dal ’48, “con decine di migliaia di imputati”. Numerosi di loro vennero inquisiti da magistrati che avevano servito il regime fascista e la Rsi, e, seppure in diversi casi sarebbero stati assolti, le esistenze di molti furono distrutte dai tanti mesi di carcerazione preventiva e dalle persecuzioni poliziesche. Tra le vittime ci fu Guido Tieghi, combattente in una brigata Garibaldi e famoso giocatore di calcio. Era una grande promessa, avrebbe dovuto diventare l’erede di campioni come Piola e Gabetto. Le cose non andarono così: 15 mesi di carcere per omicidi della Resistenza non commessi. Fu assolto in istruttoria, ma uscì di cella distrutto, la carriera finita, un tentato suicidio. La “detenzione illegale di ex partigiani”, continua Ponzani, “e la celebrazione di processi penali per fatti connessi alla guerra di liberazione furono fenomeni che dimostrarono quanto la frattura con il passato, inaugurata dall’antifascismo e introdotta pienamente nella società italiana con il varo della Costituzione repubblicana, avesse ceduto alla continuità degli apparati dello Stato, al mancato ricambio delle dirigenze della burocrazia e delle sfere più alte delle istituzioni. Questa fu, al di là della retorica celebrativa istituzionale, la drammatica eredità della Resistenza nel nostro Paese”.

La non epurarazione dei fascisti, e la volontà, anzi, di impiegarli in funzione anticomunista, come rivela Giorgio Cavalleri in La Gladio del lago, si manifestò già nella primavera del ’44. In “una ‘base’ della Repubblica Sociale Italiana sul laghetto di Montorfano nella Brianza comasca”, era stanziato il battaglione Vega. Era un “nucleo speciale della Decima Mas”, e “si stava addestrando in stretto contatto con la Regia Marina del governo badogliano del Sud, sotto il diretto controllo dell’Oss (i ‘servizi’ americani di Donovan) per potere essere impiegato in operazioni di ‘intelligence’ allo scopo di garantire stabilità politica nel segno della moderazione e al riparo da temuti e probabili sommovimenti comunisti”. Non c’è da stupirsi, perciò, se mezzo secolo dopo un giudice bolognese scriverà che l’organizzazione anticomunista Gladio, nata dalla Cia e dai nostri servizi segreti, “ha utilizzato persone legate al passato regime fascista ed in particolare alla Repubblica Sociale di Salò sia tra i ‘gladiatori’ (basti ricordare quelli orbitanti attorno al famigerato Nasco di Aurisina, facenti parte della Decima Mas o della Guardia repubblicana), (…) sia tra gli ufficiali del Servizio”. Il passato non passava, l’Italia impunita rimaneva la stessa.

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