Come ogni anno, il Rapporto di UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, ci invita a osservare a che punto siamo nel mondo rispetto all’accesso alle informazioni e ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva. Quest’anno, più che mai, è tempo di bilanci. Scoccano, infatti, i trenta lustri dalla Conferenza del Cairo che nel 1994 avviò il processo per un’agenda internazionale condivisa in grado di accrescere la salute e i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le persone. ll Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo è come sempre presentato in contemporanea mondiale e in Italia da Aidos, Associazione italiana donne sviluppo, che cura anche la versione italiana di prossima uscita. “Vite interconnesse, intrecci di speranza: porre fine alle disuguaglianze nella salute e nei diritti sessuali e riproduttivi”, è il titolo del rapporto che, attraverso nuovi dati e storie dal campo, analizza l’effettiva condizione di accesso alle informazioni e ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva nel mondo.

Il report 2024 di Unfpa registra passi avanti ma anche problemi da risolvere legati in parte all’aumento globale delle disuguaglianze e in parte all’aver lasciato indietro fasce di popolazione già marginalizzate. Le disuguaglianze all’interno dei Paesi sono infatti spesso maggiori di quelli tra i Paesi stessi. Partiamo dalle notizie positive: grazie a leggi, investimenti e pressione della società civile organizzata per un’assistenza equa e di qualità la mortalità materna globale è diminuita del 34%, il numero di donne che utilizzano la contraccezione è raddoppiato e 162 Paesi hanno approvato leggi contro la violenza domestica. Inoltre, dal 1994 più di 60 Paesi hanno migliorato l’accesso all’aborto sicuro, dal 2000, le nascite da madri adolescenti sono diminuite di circa un terzo e nell’ultimo decennio si è registrato una diminuzione del 7% delle adolescenti sottoposte a mutilazioni genitali femminili.

Ma, d’altra parte, il Rapporto evidenzia che negli ultimi anni questo progresso sta rallentando e, in alcuni casi, si è proprio fermato. Un quarto delle donne nel mondo non può dire di no ai rapporti sessuali con il marito o il partner e 1 donna su 10 non ha la possibilità di scegliere se usare o meno metodi contraccettivi – con quanto ne consegue di gravidanze non volute e aborti non sicuri. Inoltre, tra il 2016 e il 2020 la mortalità materna ha smesso di diminuire. Il 40% delle donne nei 32 Paesi di cui abbiamo a disposizione i dati (riferiti al periodo 2015-2022) ha visto diminuire la propria capacità di esercitare il potere decisionale sul proprio corpo. Dati impressionanti, se pensiamo che dietro ai numeri ci sono le vite di milioni di persone.

Per quanto riguarda le ragioni di questo rallentamento o arresto, una parte sta nelle disparità tra Paesi che – è scritto nel Rapporto – aumentano in modo significativo. Una parte sta nei limiti stessi delle azioni messe in campo, che hanno privilegiato programmi di salute sessuale e riproduttiva su larga scala a discapito di chi vive ai margini o nelle pieghe della cittadinanza, anche all’interno dei confini nazionali. In altre parole, i progressi ottenuti negli ultimi 30 anni sono stati possibili rivolgendosi alle persone che era più facile raggiungere, senza riuscire ad arrivare a quelle più marginalizzate o con bisogni specifici. Si tratta, ad esempio, di persone razzializzate, gruppi di popolazioni indigene o romanì, persone con disabilità, persone con diverse identità di genere ed orientamenti sessuali, persone stigmatizzate a causa delle condizioni di salute, ma anche le persone anziane e le giovanissime e, naturalmente, quelle che hanno meno accesso a risorse socio-economiche.

L’eredità del colonialismo e del razzismo. Uno dei focus dedicati ai fattori di discriminazione che rendono pertanto selettivo l’accesso ai diritti riproduttivi è quello che analizza l’impatto del colonialismo e del razzismo dove si interseca con le discriminazioni di genere. Il colonialismo, denuncia il Rapporto, ha portato all’imposizione sistematica del binarismo di genere attraverso leggi e pratiche che hanno colpito le popolazioni colonizzate nel corso di secoli di controllo. Popolazioni la cui cultura, in molti casi, non era di per sé discriminante ed anzi contemplava possibilità di esistenza alternative rispetto al binarismo uomo/donna. Sono inoltre messe sotto accusa le “cicatrici particolarmente profonde” che la storia coloniale e razziale del mondo ha lasciato nella sfera della sessualità e della salute riproduttiva delle donne nere e delle donne indigene.

La prospettiva di miglioramento è esemplificata in casi di studio, che descrivono programmi tagliati su misura per e con il coinvolgimento di chi dovrebbe esserne target. Molto rilievo è dato alla necessità di raccogliere più dati e in particolare più dati disaggregati in grado di cogliere la specificità delle discriminazioni e dei bisogni ancora da soddisfare, elemento chiave di accelerazione del processo di miglioramento.Gli strumenti per stare tutti e tutte meglio ci sono, quello che serve è la volontà di usarli.

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