Hong Kong ha una nuova legge per la tutela della sicurezza pubblica, approvata all’unanimità dai parlamentari locali vicini a Pechino e destinata ad irrigidire le misure repressive nei confronti del dissenso. Il testo, denominato Articolo 23, prevede pene fino all’ergastolo per reati come il tradimento, l’insurrezione ed il sabotaggio che minaccia la sicurezza nazionale, vent’anni di reclusione per spionaggio e sabotaggio e quattordici anni di carcere per interferenza esterna. La polizia potrà detenere i sospetti, senza che vengano formulate accuse, per sedici giorni contro le attuali quarantott’ore ed a questi ultimi potrà essere negata la possibilità di comunicare con il proprio avvocato e con altre persone. Il ministro per la sicurezza potrà imporre misure punitive nei confronti dei dissidenti che si trovano all’estero mentre il Capo dell’Esecutivo potrà creare nuovi reati che prevedono pene fino a sette anni di carcere.

L’approvazione della legge è stata condannata da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone e Regno Unito ma non sono state registrate proteste pubbliche ad Hong Kong dato che questo territorio è oggetto, come ricordato dall’organizzazione internazionale Freedom House, di forti restrizioni dopo il passaggio della Legge sulla Sicurezza Pubblica (NSL) del 2020. La misura, come spiegato da Freedom a House, era stata un attacco su più fronti al concetto “un Paese, due sistemi” che aveva consentito ad Hong Kong di tutelare le proprie libertà civili e lo Stato di diritto dopo la riunificazione con la Cina nel 1997. L’NSL ha posto fine, aiutata dalla pandemia da Covid-19, alle oceaniche proteste di piazza del fronte studentesco pro-democrazia iniziate nel 2019 e questo è il motivo per cui oggi, dopo il passaggio delle nuove misure, non ci sono state dimostrazioni. La repressione è stata molto forte negli ultimi anni e rimangono ben poche voci critiche anti-governative. I più importanti esponenti democratici sono stati arrestati mentre diversi partiti, giornali, organizzazioni non governative ed unioni sindacali indipendenti sono state chiuse.

Un editoriale di Simon Tisdall, esperto di politica estera del quotidiano inglese Guardian, evidenzia come l’Articolo 23 garantisca piena libertà di azione al governo cinese e ritiene che la repressione a tutto campo accelererà il declino economico di Hong Kong. Tisdall riferisce che la borsa di Hong Kong ha dimezzato la propria capitalizzazione nel giro di tre anni mentre il settore immobiliare è in crisi a causa del debito e degli alti tassi di interesse.

Le autorità di Hong Kong, con il più che probabile appoggio di Pechino, avevano provato ad approvare l’Articolo 23 nel lontano 2003 ma in quell’occasione erano dovute tornare sui loro passi a causa dell’opposizione di mezzo milione di persone, scese in piazza per mostrate tutta la propria contrarietà nei confronti di un provvedimento repressivo. Il progressivo indebolimento della società civile e la stabile inclusione di Hong Kong nella sfera d’influenza cinese sono ormai un dato di fatto. Lo testimoniano le dichiarazioni del Capo dell’Esecutivo Lee che, durante una riunione del Parlamento locale, ha affermato, come riportato dal portale Nikkei, che il suo governo darà vita “ad un team di risposta e smentita” per combattere “le forze ostili” che “diffamano e distorcono la legislazione dell’Articolo 23” mentre un portavoce del governo ha affermato che la legge è “davvero l’ispirazione della popolazione” riferendosi alla sua approvazione unanime ed al 98.6 per cento di commenti positivi o di supporto sugli oltre 13mila ricevuti nel periodo di consultazione con la popolazione svoltosi lo scorso febbraio.

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