I fratelli Karamazov, uno dei romanzi più celebri di Fëdor Dostoevskij, usato per capire come si gestisce la libertà, cos’è il diritto a provare rancore, perché si commette un reato. Al carcere di Bollate, detenuti, familiari di vittime della criminalità organizzata, magistrati, studenti universitari di Psicologia e Giurisprudenza si sono confrontati sui conflitti della famiglia Karamazov. Lo hanno fatto seduti in cerchio per cinque mercoledì di fila tra febbraio e marzo nel teatro del penitenziario, in uno spazio ribattezzato Aula Dostoevskij. Poi, davanti al pubblico della società civile, hanno portato sul palco non una rappresentazione dell’opera, ma i risultati di una ricerca sulle motivazioni che spingono alla devianza.

Il progetto è stato ideato dallo psicoterapeuta Angelo Juri Aparo e dal pubblico ministero Francesco Cajani, che da circa 20 anni collaborano per comprendere nei rispettivi ruoli le ragioni di chi delinque, oltre il processo penale. Alla base dell’iniziativa, da un lato il lavoro portato avanti dal Gruppo della trasgressione, cooperativa sociale fondata da Aparo, che dal 1997 aiuta i detenuti a riflettere sull’auto-percezione del reato. Dall’altro il comitato scientifico de Lo strappo – Quattro chiacchiere sul crimine, che ha realizzato un documentario omonimo per promuovere un approccio al delitto basato sul confronto tra le parti coinvolte: chi lo commette, chi lo subisce, chi lo racconta sui media, chi amministra la giustizia.

Lo strumento principale di questo metodo è il dialogo, accompagnato da una progressiva riflessione su di sé. I fratelli Karamazov, con una selezione di brani guidata dal professore di Letteratura russa Fausto Malcovati, è stato l’ultimo dei romanzi usato come spunto. Prima, anche Delitto e Castigo, portato al carcere di massima sicurezza di Opera lo scorso gennaio.

“Tutti ci siamo sentiti in credito con la società per qualcosa che non ci vedevamo riconosciuto”, dice Giuseppe, uno dei detenuti che ha partecipato agli incontri di Bollate. “In Alëša mi sono rivisto per la fede, al pari di Smerdjakov ho ucciso, come Dimitrij ero un ribelle, in modo simile a Ivan ho creduto e mi sono allontanato”, spiega Salvatore. “Non ho mai riconosciuto mio padre come guida, sono cresciuto in un quartiere degradato e la piccola criminalità è sfociata in gesti più gravi. Il reato per me veniva prima della paura di perdere la libertà”, racconta Fabio. “Dai 14 ai 44 anni ho seguito la strada del rancore. Solo quando sono finito in carcere sono riuscito ad avere un confronto lucido con i miei errori, con il dolore che ho provocato agli altri, con la libertà”, dice Stefano.

Ad alimentare le coscienze nel corso degli incontri su Dostoevskij, due familiari di vittime della criminalità organizzata: Marisa Fiorani – madre di Marcella Di Levrano, massacrata a 26 anni a colpi di pietra in un bosco da sicari della Sacra corona unita perché testimone di giustizia – e Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela Setti Carraro, assassinata il 3 settembre 1982 in un agguato di Cosa nostra al marito, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

“La mia libertà è stata quella di non farmi distruggere dal dolore per la morte di mia figlia – ha detto Fiorani – Per molto tempo ho cercato solo la verità sulla sua morte. Quando l’ho trovata, ho visto che anche dall’altra parte c’era dolore, che in ognuno di noi c’è uno dei 4 fratelli Karamazov. Per questo entro nelle carceri”.

La presenza di Marisa Fiorani e Paolo Setti Carraro nell’Aula Dostoevskij è il filo rosso che restituisce il senso di tutti gli incontri. “Quando ti rendi conto che il passato ti impedisce di essere lieve, vuol dire che è il momento di cambiare. È a quel punto che ho deciso di rinunciare al rancore per la morte di mia sorella”, spiega Setti Carraro.

Tante le persone intervenute sul palco, anche fra i rappresentanti delle istituzioni. Tra queste Elisabetta Canevini, presidente della V sezione penale del tribunale di Milano, che ha ricordato l’importanza dei ruoli nel processo. “Non si può passare alla consapevolezza del reato se prima non si dà un nome alle cose, e questo è il compito del Tribunale”, ha detto.

Accanto a lei, la pm Alessia Menegazzo, che rappresenta l’accusa nel processo Impagnatiello, e che ha ricordato come anche il dolore degli imputati entra nei fascicoli di indagine: “In molti delitti commessi in ambito familiare la scena del crimine parla di rabbia soffocata: ci troviamo a contare 30 coltellate quando per uccidere una persona basta meno”.

Ad assorbire i frutti di questa ricerca, sono soprattutto gli studenti. Sono intervenuti a turno e hanno parlato di coscienza, rieducazione della pena, libertà. Tutti hanno detto di aver capito una cosa nell’Aula Dostoevskij: nel processo penale si accerta la responsabilità personale di chi ha commesso un reato, ma in altre sedi va stabilita la responsabilità collettiva di quello stesso crimine.

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