La direttiva Ue sul salario minimo non impone agli Stati membri di introdurlo. Ma se la contrattazione collettiva non funziona bene e molti lavoratori hanno salari troppo bassi, anche nei Paesi in cui i contratti nazionali hanno un’ampia copertura è il caso di valutare l’introduzione di un minimo orario o mensile. Che non è alternativa alla contrattazione. Sono i concetti ribaditi dal commissario europeo per il Lavoro e i Diritti sociali, Nicolas Schmit, in audizione nelle commissioni Lavoro e Politiche dell’Ue di Camera e Senato.

“La Commissione o la direttiva non impone un salario minimo agli Stati membri, non può esserci questo obbligo”, ha detto Schmit. “Esistono due sistemi: abbiamo la contrattazione collettiva soltanto, che è quello che avviene in Italia e anche in Svezia, Austria e Danimarca; e poi abbiamo l’altro modello, che è quello del salario minimo più la contrattazione collettiva. Non è una scelta e su questo voglio essere chiaro: non è una scelta tra la contrattazione collettiva o il salario minimo. Se vi trovate in una situazione in cui la contrattazione collettiva non funziona bene, o perché molte persone non sono coperte da questi accordi – e non mi pare che sia questo il caso dell’Italia – oppure perché vi sono degli squilibri tra le parti sociali nell’ambito negoziale, si può arrivare a una situazione in cui, malgrado una vasta copertura di accordi collettivi, i salari rimangono molto bassi“.

“E allora cosa fare? Ci sono due soluzioni. O si lavora seriamente sul sistema di contrattazione collettiva per migliorarlo. Lo potete fare? Non lo so. Voi dovete migliorare il sistema di contrattazione collettiva. I sindacati ci sono su tutti i settori? I negoziati come vengono svolti? Sono regolari? Il contratto vale dieci anni? E se poi arriva l’inflazione? Questo è quello che accade con la contrattazione, dovete verificare il vostro sistema. Se non funziona bene, potete avere molte persone in povertà nonostante lavorino. E questo è un obiettivo importante per la vostra società, dovete dare delle garanzie. E nella direttiva si pensa alle due cose: la contrattazione collettiva – diciamo che gli Stati membri devono rafforzarla, arrivando a un minimo di copertura dell’80% – oppure i salari minimi, non in via esclusiva ma insieme“.

“Vi faccio l’esempio della Germania, che non aveva il salario minimo fino al 2015. Chi era contro il salario minimo? Probabilmente i datori di lavoro, ma anche i sindacati si opponevano, fino a che non hanno scoperto che sempre più persone non erano coperte da accordi collettivi dignitosi. Perché il numero di persone con salari molto bassi in un’economia molto ricca era diventato un elemento di spaccatura. Era il 2015, quando è stato introdotto un salario minimo dopo un dibattito, e continuano a parlarne per migliorarlo. Il che dimostra che in alcune circostanze c’è bisogno di avere un salario minimo, perché la contrattazione collettiva potrebbe non essere in grado di coprire una parte consistente della forza lavoro. E questo non va bene per l’economia. Non va bene avere una grande parte dell’economia con dei salari molto bassi. Il salario non riguarda soltanto l’aspetto sociale, non è soltanto un costo, è anche un elemento fondamentale per un’economia che si basa sulla domanda. Se tante persone hanno salari molto bassi, ecco, queste persone non ci si può aspettare che contribuiscano ad aumentare la domanda interna, per questo credo che bisogna bilanciare i due punti di vista e trovare la soluzione migliore per avere dei salari normali nel Paese”.

“Ora non possiamo dire che il salario minimo debba essere pari a 800, 1.000 o 1.200 euro. Sarebbe impossibile avere un unico salario minimo a livello europeo. Quello che abbiamo detto è di guardare al salario medio, che comunque è un indicatore. Ed è una discussione che si dovrebbe avere: quali sono i salari, quante persone sono al di sotto del 60% del salario medio. Ecco, se il numero è grande, significa che l’economia ha dei problemi. E poi c’è il tema della produttività: un Paese coi salari bassi non garantisce un’economia produttiva competitiva. Perché quando si hanno salari bassi i datori di lavoro non investono in tecnologie digitali, per esempio. Se poi c’è un concorrente che investe in quel mercato, più competitivo, si perderanno quote di mercato, si perderà la propria attività”.

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