Ci risiamo: si sono scordati ancora le Rsa che ora sono appese al governo Meloni. Con il decreto aiuti ter l’esecutivo Draghi ha previsto aiuti economici contro il caro bollette, ma soltanto per il socio sanitario e assistenziale impegnato sul fronte della disabilità. Sono invece stati tagliati fuori gli operatori che si occupano di anziani non autosufficienti con strutture residenziali o semi residenziali, anche per conto del Servizio sanitario nazionale. La palla è quindi passata all’esecutivo Meloni che per il decreto aiuti quater ha preannunciato aiuti ad hoc per il socio sanitario residenziale, anche se le attese degli operatori sono bassissime, visto che si parla di uno stanziamento da una cinquantina di milioni di euro in tutto su almeno 1 miliardo di perdite nel settore per l’aumento dei costi.

La questione è piuttosto delicata, dal momento che il settore sta vivendo da tre anni una profondissima crisi. Oltre alle ombre sulle gestioni, la pandemia ha portato consistenti incrementi di spesa e altrettanto consistenti decrementi di entrate, ma anche fughe di personale qualificato che hanno creato dei buchi di organico tali da rendere praticamente impossibile il rispetto dei contratti di servizio. E ora ci mancava solo il bivio: far vivere gli anziani al di sotto delle temperature regolamentari (20-24 gradi d’inverno) mettendoli a rischio o far saltare definitivamente i conti? Alternative apparentemente non ce ne sono.

“Si fa presto a dire: chiudono le imprese, chiudete anche voi e mettete il personale in cassa integrazione… Se chiudo, gli anziani che vivono nella mia struttura non li posso certo mettere in cassa integrazione!”, sbotta il presidente di Anaste, Sebastiano Capurso, che per il futuro prossimo prefigura uno scenario desolato in cui i piccoli operatori saranno spazzati via e ad assistere gli anziani resteranno solo le grandi multinazionali. Magari le stesse che in patria sono travolte dagli scandali come quelli denunciati dal giornalista francese Victor Castanet, che nel suo libro Les Fossoyeurs (i becchini) del “maltrattamento istituzionalizzato” che si verifica nelle strutture del gruppo francese Orphea.

“Possiamo rinviare per un mese o due, ma poi non ce la faremo più, perché le esigenze finanziarie sono di gran lunga superiori alle disponibilità. Le strutture resistono finché possono, poi cominciano a chiudere prima i reparti, poi un piano, quindi riducono il numero dei posti letto e cercano di limitare i danni – spiega Capurso – Tutto questo ha un prezzo che si scarica su qualcun altro”. La parabola la riassume così: “Prima del covid le aziende portavano a casa un piccolo margine, durante il covid c’è stato bisogno di versare denaro nelle casse aziendali, adesso siamo al collasso. Dopo di che in Italia se uno non muore, vuol dire che va tutto bene – sintetizza -. Moltissimi ci stanno rimettendo i risparmi di una vita… succederà quello che è successo con la distribuzione, dove sono rimaste solo le grandi catene mentre i piccoli negozi sono scomparsi. Eppure era quello che non volevamo: si puntava sulle piccole e medie imprese italiane, invece ce la fanno solo le grandi multinazionali che hanno i vantaggi fiscali in Francia e la capacità finanziaria di reggere queste situazioni… ci troveremo le Rsa in 5 grandi catene internazionali“.

Le stesse che in patria sono sotto accusa per maltrattamenti e cattiva gestione? “In Francia molta parte del personale delle Rsa proviene da affidamento ai servizi sociali, quindi senza alcuna formazione, sono ex detenuti o detenuti utilizzati per assistenza di base, come lavori socialmente utili, qui da noi no”, taglia corto. Ricordando che la prospettiva, dopo tre anni di rosso, è quella del fallimento e che gli aumenti delle tariffe sono solo un paravento, se si parla di due euro al giorno su rette che sono ferme da 13 anni. E gli aiuti? “Abbiamo chiesto un intervento sull’efficientamento energetico e non ci siamo rientrati, il 110% ce l’hanno negato, sulla carenza di infermieri zero e per il credito d’imposta per crisi energetica zero”, è la lapidaria risposta.

Nel panorama nazionale, il Trentino che già detiene il primato per la riapertura delle strutture ai parenti, sembra un caso a sé. Almeno sul fronte delle bollette. “Da un punto di vista dei costi dell’energia abbiamo qualche vantaggio per via del patrimonio idroelettrico del territorio e della normativa che concede gratuitamente alla Provincia autonoma di Trento il 10% dell’energia prodotta in loco – spiegano dall’Upipa, l’Unione Provinciale Istituzioni Per l’Assistenza – quindi abbiamo sempre avuto dei prezzi di favore di accesso all’energia e così risentiamo meno degli incrementi della bolletta elettrica, mentre la bolletta del gas la sentiamo e abbiamo stimato un impatto di sistema che per il 2022 sarà intorno ai 5 milioni“.

La somma si traduce in 2 o 3 euro al giorno in più di retta. L’orientamento attuale è che per quest’anno la perdita venga assorbita, mentre per il 2023 si punta sull’efficientamento energetico, con misure che servano nell’immediato, ma anche provvedimenti che puntino a una sostenibilità di medio lungo termine. Quindi si cercano soggetti finanziatori, come pure interventi snelli tipo “l’inserimento degli interruttori automatici dove possibile nelle strutture in cui non era già stato fatto, perché fa parte degli interventi leggeri e rapidi da realizzare che però comportano un risparmio immediato“.

Ma fuori dalla Provincia autonoma le cose non vanno così e in Trentino come in tutta Italia, i requisiti per accedere al 110% nel socio sanitario dipendono dalla natura giuridica e dalle caratteristiche degli enti gestori. Anche il conto termico è vincolato alle categorie catastali. “A parte i grossi gruppi nessuno ha liquidità per investire in efficientamento ed è una situazione assurda perché sarebbe proprio il momento in cui l’investimento si ripaga rapidamente”, concludono dall’Upipa.

Secondo il presidente di Uneba Lombardia, l’avvocato Luca Degani, bisognerebbe avere sia l’aiuto economico per far fronte al caro energia, sia l’accesso alle agevolazioni per l’efficientamento energetico. “Oggi alle industrie private for profit viene agevolato fiscalmente l’investimento nell’abbattimento dei consumi energetici, mentre al no profit no perché c’è solo la defiscalizzazione e non la decontribuzione dei costi d’investimento – spiega – Noi del no profit il 110 potremmo averlo solo se avessimo dei cda che non prevedono nessun emolumento per i nostri amministratori e avessimo dei redditi di natura fondiaria: chi è profit ha un sistema di agevolazioni sui costi dell’energia estremamente più significativo di chi è no profit, perché sono considerati imprenditori, noi no, quindi ottengono una fortissima defiscalizzazione e decontribuzione sugli aumenti che hanno subito”. Quindi chi fa parte del no profit “in questo momento è appeso a una speranza modificativa del decreto aiuti ter che ha previsto 50 milioni per tutto il profit e no profit sociale e socio sanitario”. Cioè niente rispetto agli almeno 2 miliardi di perdita per il settore.

Uneba è tra i firmatari di una lettera al presidente della Conferenza delle Regioni, ai governatori e ai gruppi parlamentari che le principali associazioni di categoria dei gestori (Acop, Agespi, Aiap, Anffas, Anaste, Ansdipp, Aris, Confapi, Unindustria) hanno inviato nelle scorse settimane a cavallo tra un governo e l’altro. “Come già ampiamente rappresentato in diverse occasioni il settore socio-sanitario e assistenziale è attanagliato da una profonda crisi per via dei rilevanti e insostenibili aumenti dei costi dell’energia”, si leggeva nella missiva che lamentava come il decreto aiuti ter abbia predisposto “misure economiche a sostegno solo di alcuni enti, e limitatamente all’ambito della disabilità (art.8), escludendo così tutto il settore della residenzialità e semi residenzialità per anziani non autosufficienti”.

Che è già ridotto meno che ai minimi termini dalla pandemia in giù. “Nostro malgrado, pertanto, ci ritroviamo ancora una volta a constatare una generale inconsapevolezza della gravità estrema della situazione del settore”, lamentavano i mittenti parlando del “rischio di pesantissime ripercussioni sia sulla tenuta delle strutture e dei servizi che queste rendono, sia sulle rette applicate, con incrementi che abbiamo stimato potrebbero colpire le famiglie per importi di 8/10 euro al giorno per ogni ospite, generando così pesanti ripercussioni anche a carico dei comuni che si vedrebbero investiti di pressanti richieste di sostegno economico”.

La richiesta è stata quindi di “un intervento urgentissimo di sostegno a tutte le aziende e imprese del settore socio-sanitario, da noi rappresentate, sia pubbliche che private”, oltre a un “adeguamento tariffario proporzionato quantomeno all’indice Istat, tenuto conto che solo alcune Regioni vi hanno provveduto in maniera ridotta e comunque insufficiente, e che le rette attuali, ferme da oltre un decennio, non consentono nemmeno la copertura dei costi”. Fermo restando il basta alle risorse residuali erogate in via occasionale.

Fuori dal coro la Fondazione promozione sociale di Torino che all’indomani del rincaro delle rette approvato dal Piemonte – che comporterà un aumento tra i 650 e 2.000 euro all’anno per ogni ricoverato – ha parlato di “accordo unilaterale che passa sulla testa dei ricoverati, e permette ai gestori di pescare a piene mani dalle loro tasche, con l’unico obiettivo di assicurare incassi e utili, a fronte di standard bassissimi (inadeguati al livello di bisogno sanitario dei pazienti) e controlli sulla qualità pressoché inesistenti”. Per di più senza alcun confronto con le associazioni impegnate nella difesa dei diritti dei malati non autosufficienti e con il tentativo, da parte delle strutture, di aumentare anche le rette non modificabili per legge. Da qui la richiesta di una revisione dell’importo e delle condizioni generali dell’adeguamento tariffario, “anche alla luce di una necessaria revisione della ripartizione tra SSN e utente/Comune e degli standard delle strutture, oggi poco o per nulla rispondenti al fabbisogno degli utenti malati cronici non autosufficienti: non ospiti di una struttura alberghiera, ma persone colpite da pluripatologie invalidanti gravi, che hanno completamente compromesso la loro autonomia e devono costantemente essere monitorate e curate”.

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