Il 24 febbraio nessuno se lo sarebbe aspettato, ma a quasi otto mesi dall’inizio della guerra è chiaro che la resistenza e la controffensiva dell’Ucraina sul campo di battaglia hanno cambiato quella che sembrava una storia scritta del conflitto. Oggi la situazione è ben diversa dal febbraio scorso: come anche i comandanti russi sul campo confermano nelle intercettazioni, i loro rifornimenti e munizioni stanno finendo. Anche se hanno magazzini pieni di macchinari e sistemi d’arma vecchissimi, non è un caso che Mosca abbia così deciso di chieder aiuto all’Iran. Lo ha fatto per ottenere la fornitura di un migliaio – e presto di altri duemila – cosiddetti “droni kamikaze”, ma ora anche per ottenere quello che un tempo era l’orgoglio dell’apparato militare-industriale russo: i missili.

Questo apre un capitolo interessante, perché con la prossima fornitura dall’Iran per la prima volta la guerra in Ucraina rischia di coinvolgere seriamente la Cina, in un modo che certamente non si aspettava. Lo farà non appena le forze armate russe useranno i missili Fateh-110 e Zolfaghar che fonti occidentali recentemente riportate dal Washington Post danno come prossimi a entrare nella disponibilità di Mosca.

Il Fateh-110 (così come lo Zolfaghar, che ne è una derivazione) è un missile balistico iraniano a corto raggio prodotto dall’industria militare della Repubblica Islamica. Sebbene il programma sia basato in Iran, agenzie governative americane sostengono che il missile incorpori componenti di disegno e produzione cinese. Nel 2006, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha accusato l’azienda cinese Great Wall Industry e i suoi partner di svolgere un ruolo guida nello sviluppo del sistema missilistico.

Un’arma che non va quindi sottovalutata proprio perché ha un “cuore” cinese: questo missile è tatticamente importante e ha la possibilità di aggiungere dei booster per aumentare la sua portata fino 400 km. Può trasportare un carico di circa 500 kg, ufficialmente una testata esplosiva convenzionale. Non mancano le evidenze che il missile possa essere impiegato anche come arma chimica o nucleare. Il Fateh-110/III, il modello probabilmente scelto dal Cremlino per la guerra in Ucraina, è progettato per avere una maggiore precisione e un tempo di lancio più rapido. Ha un’autonomia di 300 km e può trasportare un carico utile di 650 kg.

I missili iraniani hanno avuto il loro “battesimo del fuoco” più di cinque anni fa: presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni, alla Casa Bianca sedeva Donald Trump e Shinzo Abe era primo ministro giapponese. Il 17 giugno 2017, dalle basi della Aerospace Force iraniana nelle province di Kermanshah e nel Kurdistan furono lanciati dei missili contro posizioni dell’Isis nella regione di Deir ez-Zor in Siria. Ecco, quello fu il primo uso operativo di missili a medio raggio da parte di Teheran dai tempi della guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta. Secondo quanto riferito, i missili erano di tipo Zolfaghar (dei Fateh-110 aggiornati con un raggio più lungo e una testata con munizioni a grappolo), con una portata segnalata di 750 chilometri. La televisione di regime in Iran mostrò con orgoglio i filmati dei missili lanciati nel cielo notturno.

Fonti israeliane ed esperti indipendenti nelle ore successive, analizzando i filmati, le immagini satellitari e le testimonianze dal terreno ridimensionarono quell’entusiasmo: tre dei sette missili lanciati dall’Iran molto probabilmente si erano abbattuti sull’Iraq senza nemmeno raggiungere il cielo della Siria, mentre solo due missili erano andati vicini al bersaglio, colpendo un terreno agricolo e un edificio di telecomunicazioni nell’area controllata da Isis. Altri due dei sette avevano mancato l’obiettivo di centinaia di metri, colpendo la città di Mayadin, ma senza fare vittime.

Mentre gli esperti di tecnologie militari attendono i missili iraniani alla prova dei sistemi di difesa in uso in Ucraina, il governo degli ayatollah, per bocca dello stesso ministro degli esteri Hossein Amirabdollahian, ha più volte negato di aver fornito armi e, anzi, ha insistito che la guerra non è mai la soluzione.

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