Chiusura sui massimi storici per il gas, scambiato ad Amsterdam, mercato di riferimento per l’Europa, a 241 euro per megawattora, in rialzo del 6% rispetto a ieri. È un pezzo superiore a quello toccato nei giorni immediatamente successivi all’invasione in Ucraina e 11 volte superiore a quello che abitualmente si registra in questo periodo dell’anno. A spingere le quotazioni sono, oltre alla riduzione delle forniture russe, la crisi climatica e la siccità. Poca acqua significa difficoltà per tutti i tipi di centrali elettriche e l’impossibilità di trasportare lungo fiumi come il Reno il carbone utilizzato da centrali elettriche, aumentando così la necessità di continuare a rifornirsi di gas.

Tutto questo mentre i paesi europei cercano di riempire il più possibile i siti di stoccaggio in vista della stagione invernale. I costi energetici stanno diventando insostenibili innanzitutto per le imprese cosiddette energivore. Nei giorni scorsi è stato annunciato lo stop di alcuni grossi impianti. Il gruppo belga Nyrstar da settembre fermerà la sua fonderia di zinco in Belgio, la più grande d’Europa. La norvegese Norsk Hydro prevede di fermare una fonderia di alluminio in Slovacchia. Intanto, secondo quanto emerge da un documento del ministero dell’Economia russo, grazie alle quotazioni record, Mosca si attende nel 2022 un incremento del 38% degli introiti garantiti dall’export di gas e petrolio.

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