Il più divertito di tutti, naturalmente, è Matteo Renzi. Che, dopo il discorso in aula dove rievoca addirittura “l’ora più buia” di Winston Churchill, arriva alla buvette di Palazzo Madama per godersi la scissione dei 5 Stelle. Non sta nella pelle, cerca con lo sguardo i cronisti e, quando si crea il crocicchio, si scatena. “Oggi per me è un bel giorno, è il solstizio d’estate ma è anche il momento in cui finisco i 5 Stelle. Io l’avevo previsto qualche mese fa…”, gongola l’ex sindaco di Firenze che in Aula aveva fatto a tutti un richiamo alla serietà del momento. “Non cercate di distinguervi per le vostre guerriglie interne”, ha detto rivolto ai grillini.

Sì, perché fino alle 2 di pomeriggio il testo della risoluzione di maggioranza sull’Ucraina e l’invio di armi a Kiev continuava la sua spola tra Palazzo Chigi, il ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico d’Inca, e quello per gli Affari Europei, Enzo Amendola, che mediavano con i partiti. L’impianto del testo era quello di ieri pomeriggio, ma il M5S continuava a cambiare qualche aggettivo e Palazzo Chigi glielo rimandava indietro corretto di nuovo. Insomma, è stato un tira e molla andato avanti fin quasi a ridosso dell’intervento di Mario Draghi in aula, alle 15.

E anche in queste continue correzioni qualcuno intravedeva il derby tra Conte e Di Maio, con il primo a spingere sui paletti all’esecutivo e il secondo a smussare. Alla fine la risoluzione viene diramata ai cronisti e il presidente del Consiglio tiene un intervento deciso ma anche prudente, un po’ democristiano, senza nominare espressamente in aula la parola “armi”, rimando la questione ai testi precedenti. Insomma, il premier sceglie di non spingere troppo sull’acceleratore. “Un segnale di pace a Conte e un ringraziamento per non aver forzato la mano”, viene interpretato dai senatori che lo stanno ascoltando. Anche se poi altre parole sono nette e precise. “Solo una pace concordata con l’Ucraina e non imposta può essere una pace duratura”, afferma Draghi. Di Maio è seduto alla sua sinistra. Non è allegro, ma sembra comunque sollevato: forse anche per lui la scissione è una sorta di liberazione. La sponda al governo arriva subito dopo da Pier Ferdinando Casini: “Quando ho visto Draghi, Scholz e Macron su quel treno per Kiev ho capito di essere dalla parte giusta della storia…”.

Ma torniamo a Renzi e al suo tramezzino alla buvette. “Vediamo se Di Maio avrà la maturità per tessere la sua tela, gli diamo il benvenuto al centro. Pure Conte, da par suo, può essersi liberato di un problema. Ora i guai sono del Pd, che deve decidere cosa fare: continuare a inseguire i pentastellati dimezzati di parlamentari, per non parlare dei consensi, o tentare la strada di costruire qualcosa di diverso, guardando al centro?”, è il ragionamento del leader di Italia Viva. Che ora avrà un competitor in più. Mentre su Conte aggiunge: “Ma ve lo vedete a far campagna elettorale come uomo di sinistra? Non ne ha l’immagine e nemmeno il linguaggio”. Casini lo ascolta e chiosa: “Ti invidio perché sei giovane e bello, ma io ero molto più bello di te”. In un angolo il vecchio democristiano Angelo Sanza si gusta lo spettacolo: come tutti quelli della vecchia guardia, è divertito dalle fibrillazioni pentastellate, che però osserva con rispetto.

I grillini, da parte loro, solcano il salone Garibaldi tesi, veloci, per evitare di rispondere a imbarazzanti interrogativi. Uno dei pochi disponibili è Primo Di Nicola, ex giornalista dell’Espresso, dimaiano convinto. “La politica estera è una cosa seria, non si può terremotare la maggioranza su un tema così delicato un giorno sì e l’atro pure. Dopo l’applauso di Razov non avrei voluto incassare anche quello di Putin”, sostiene Di Nicola. Ma il governo, con questa scissione, è più debole? “Non lo so, ma almeno questa divisione contribuisce a fare chiarezza“, aggiunge il giornalista/senatore. “Non poteva che finire così, ormai erano due gruppi distinti da mesi, non andavano d’accordo su nulla”, sussurra Gaetano Quagliariello, che ora si troverà, anche lui, con un protagonista in più al centro. Di Maio, appunto.

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