“Non abbandoneremo gli afghani”, aveva detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio il 15 agosto 2021, mentre Kabul cadeva e i talebani riprendevano il controllo dell’Afghanistan. A un anno di distanza nemmeno uno degli appena 1200 afghani inseriti nei corridoi umanitari attivati in Iran e Pakistan è arrivato in Italia, e nonostante le associazioni coinvolte si siano fatte carico di ogni spesa, volo compreso. “Alle sedi diplomatiche mancava la strumentazione per rilevare le impronte, che dovrebbe essere partita oggi”, spiega Valentina Itri, responsabile immigrazione di Arci, una delle realtà che lo scorso 4 novembre ha firmato il protocollo sui corridoi per i 1200 sfollati in Iran e Pakistan. Che nell’attesa rischiano di essere espulsi e di morire per mano del regime talebano. Ma l’insostenibile lentezza delle procedure non è l’unica responsabilità dell’Italia. Il ministero degli Esteri ha infatti deciso di opporsi al rilascio di visti umanitari a cittadini afghani fuggiti in paesi dove i corridoi non esistono, né è presente un ufficio delle Nazioni Unite al quale rivolgersi. E il Tribunale di Roma per ora gli ha dato ragione.

Quando il 14 agosto scorso la città di Mazar-i-Sharif, nel nord dell’Afghanistan, è stata occupata dai talebani, come molti altri concittadini anche una coppia di medici ha attraversato il confine più vicino, quello con l’Uzbekistan che inizialmente aveva mostrato una certa apertura. Troppo rischioso restare per due persone impegnate politicamente, lei in attività di sostegno all’emancipazione delle donne, lui anche come giornalista. Ma la loro permanenza nel vicino Uzbekistan è legata a un visto di breve durata, che una volta scaduto li avrebbe esposti al rischio di espulsione e alla consegna nelle mani dei talebani. Nel Paese non ci sono corridoi umanitari per i quali fare domanda, né un ufficio dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati che ha più volte sollecitato la necessità di protezione internazionale per le migliaia di afghani in territorio uzbeko. Così marito e moglie tentano la strada del visto umanitario e con l’assistenza di un avvocato italiano fanno richiesta al nostro ministero degli Esteri. La risposta? Non c’è. Niente, nemmeno un no. La palla passa allora al tribunale di Roma, che però nega la possibilità citando una recente ordinanza dello stesso foro.

Si tratta di una decisione collegiale del 28 febbraio 2022 che accoglie il reclamo del ministero degli Esteri contro una precedente sentenza che a dicembre aveva imposto il rilascio di visti umanitari ad altri due cittadini afghani, allora in Pakistan. Il caso era quello di due ventenni, fratello e sorella, entrambi giornalisti e attivisti e per questo ad alto rischio in caso di espulsione verso l’Afghanistan. Anche loro hanno fatto domanda di visto umanitario all’Italia e anche loro non hanno ricevuto risposta dalla Farnesina. Considerata la loro condizione e tutte le prove allegate dalla loro legale, l’avvocato Nazarena Zorzella, il tribunale di Roma decide per l’immediato rilascio dei visti. Ma lo stesso ministero si oppone e un mese dopo il tribunale fa marcia indietro. “La loro fortuna è che nel frattempo i visti erano arrivati, appena dieci giorni prima che fosse accolto il reclamo del ministero”, spiega la legale. La buona notizia: i due giovani sono arrivati in Italia. Quella cattiva è che intanto il ricorso vinto dal ministero ha fatto da precedente: le successive domande di visto umanitario continuano a infrangersi su quella decisione. Compresa la richiesta della coppia di medici bloccati in Uzbekistan, che nel frattempo ha schierato le sue truppe e dichiarato chiuso il confine afghano, salvo per l’espulsione degli irregolari. “Il loro visto turistico è scaduto, non hanno risorse, vivono nascosti. Noi siamo la loro unica speranza”, spiega l’avvocato Dario Belluccio, che li rappresenta.

Ma cosa sono i visti umanitari e perché l’Italia li nega a cittadini afghani in pericolo? Il diritto d’asilo, tra i diritti fondamentali dell’Unione europea, non prevede un sistema perché chi necessita di protezione internazionale possa raggiungere legalmente le nostre frontiere. Una possibilità potrebbe essere quella prevista dal Regolamento europeo noto come Codice dei visti, che all’art. 25 consente a uno Stato membro di rilasciare a un cittadino di Paese terzo un visto per motivi umanitari detto “di validità territoriale limitata”. L’applicazione dell’art. 25 non è però un obbligo, ma una facoltà dei singoli Stati, e così è intesa anche della Corte di giustizia europea che pur pronunciandosi in merito ha lasciato irrisolta la questione del rischio di violazione di diritti fondamentali Ue, che riconoscono il divieto di tortura, di subire trattamenti inumani o degradanti e lo stesso diritto d’asilo. Anche in virtù del pronunciamento della Corte, il ministero degli Esteri ha opposto reclamo contro i visti accordati ai due ventenni assistiti dall’avvocato Zorzella. Il tribunale di Roma, smentendo un giudice dello stesso foro, gli ha dato ragione, stabilendo che la normativa Ue non impone obblighi su una materia che resta esclusiva competenza dello Stato.

E i corridoi umanitari, allora? Visto che l’Europa si limita a prevedere la possibilità senza disciplinarla, di fronte all’emergenza umanitaria a settembre l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha chiesto al ministero di Di Maio indicazioni sul rilascio di visti d’ingresso per cittadine e cittadini afghani. A rispondere con una nota è il direttore generale del ministero, Luigi Maria Vignali, che scrive: “L’Italia fa ricorso a tale tipo di visto esclusivamente nell’ambito degli strutturati programmi di apertura di canali legali che, oltre ai corridoi umanitari, includono il programma nazionale reinsediamenti e le evacuazioni umanitarie gestite dal ministero dell’Interno”. E limita le richieste alle rappresentanze diplomatiche e consolari ai visti per ricongiungimento familiare, reingresso, studio e invito. Sui corridoi umanitari, le considerazioni da fare sono parecchie. Intanto l’Italia ha attivato un protocollo firmato da Arci, Caritas italiana, Comunità di SantʼEgidio, Fcei/Tavola valdese per l’ingresso di 1200 persone, per lo più donne e bambini, ma limitatamente ai Paesi di Iran e Pakistan. Ma il corridoio umanitario, a otto mesi dalla firma del protocollo non ha ancora visto decollare un solo aereo. Per le complicate procedure di sicurezza affidate alle sedi diplomatiche, ha spiegato la Farnesina. Salvo poi accorgersi che in quelle sedi mancano anche le attrezzature per rilevare le impronte digitali che devono poi essere inviate in Italia per l’ok del ministero degli Interni.

“Domani abbiamo una riunione operativa con i ministeri e sapremo se riusciremo a far partire i primi voli a luglio”, spiega Valentina Itri di Arci, che ricorda come “l’80 per cento delle persone in attesa sono donne attiviste, omosessuali, giornaliste, che rischiano quotidianamente di essere rimandate in Afghanistan e così la maggior parte vive nascosta, e molte di loro hanno già subito forme di violenza nei paesi ospitanti”. E aggiunge: “Col passare dei mesi i riflettori sulla crisi afghana si sono spenti e da parte dei nostri governanti non c’è stato più interesse a riaccenderli. E paesi come Iran e Pakistan sono più abituati a rimpatriare gli afghani che a pensare a corridoi umanitari, per i quali il ruolo preponderante è stato delle associazioni firmatarie del protocollo, e non tanto delle nostre istituzioni”. Tornando ai visti che il ministero nega perché esterni ai corridoi, Itri è categorica: “E’ una strumentalizzazione dei corridoi umanitari”. Concorde anche Chiara Favilli, docente di Diritto dell’Unione all’Università di Firenze: “Quello che fa il governo è un’operazione inaccettabile, perché affermare che in Italia esiste lo strumento d’ammissione perché attiviamo i corridoi umanitari è una mistificazione della realtà, perché i numeri sono esigui, perché non sono attuabili in molti paesi e perché c’è una selezione dei soggetti a monte”. E spiega che a differenza di altri Stati membri l’Italia non si è mai preoccupata di disciplinare la questione da un punto di vista giuridico. E non è tutto. Secondo quanto riferiscono alcune delle realtà firmatarie del protocollo, nei corridoi di visti umanitari se ne vedono ben pochi. “Il ministero preferisce rilasciare visti turistici”, spiegano.

Non esiste una legge a regolare la materia e nemmeno il tribunale di Roma si preoccupa di indicare una norma dirimente. “Non ci può essere arbitrarietà nella scelta di un’autorità amministrativa come il ministero, i criteri per accedere a un visto umanitario devono essere stabiliti da una legge con la quale cittadini e giudici possano confrontarsi, altrimenti decade anche la possibilità dell’autorità giudiziaria di controllare quella amministrativa”, ragiona l’avvocato Belluccio, che per la coppia di medici afghani continua a battersi e ha presentato un ulteriore ricorso al tribunale di Roma perché imponga al ministero degli Esteri di rilasciare i visti. “Negando di fatto la possibilità di richiedere visti individuali, la politica sancisce che l’unico modo di arrivare in Italia per chiedere la protezione è quello di viaggiare per migliaia di chilometri e a volte per anni in modo irregolare, superando pericoli e violenze, in mano alla criminalità, senza alcuna certezza di arrivare. Ma se a questo si riduce, allora il diritto d’asilo garantito dall’Unione europea è solo il diritto dei sopravvissuti“.

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