Il fatto è che per Zelensky non c’è solo Putin, e non ci sono solo amici. Anche il presidente che gode del più alto consenso al mondo nel proprio paese deve far i conti con la politica interna che ne condiziona le scelte, a partire dal negoziato per un rapido “cessate il fuoco”. Solo cogliendo questo aspetto, finora molto trascurato, si comprendono meglio certe sue uscite sembrate irragionevoli o eccessive, su tutte l’assoluta indisponibilità a cedere territori in cambio della pace, che è poi la risposta che ha dato al piano di pace proposto dall’Italia: “Bene, grazie, ma l’integrità territoriale non si tocca”. Ora, su questo punto si sono esercitate pressioni internazionali poderose, a partire dagli Stati Uniti e da alcuni leader europei certi che l’Ucraina possa vincere (o la Russia perdere) e dunque: avanti tutta. Altri analisti hanno motivato il gran rifiuto di Kiev come una strategia necessaria a negoziare in posizione di maggiore forza a fronte di uno stallo sul campo che costi ingenti perdite tra le truppe russe, tali da indebolire la leadership di Putin agli occhi degli stessi russi. Ma il discorso, ovviamente, vale anche per Zelensky. Solo che vale al contrario: se accetta un compromesso in cui cede terreno, perde consensi e rischia di inimicarsi perfino gli uomini più fedeli del suo governo.

C’è anche una questione di leadership ucraina in questa partita, che deve fare i conti con i suoi nemici interni e il proprio futuro. A ricordarlo è un sito di giornalisti russi in esilio come Meduza che non può esser tacciato certo di posizioni “filorusse”. Konstantin Skorkin ha pubblicato sul sito un’analisi sul tema che va oltre la figura del premier ucraino e arriva a mettere a fuoco la posta in gioco per Zelensky. Ricostruisce tutta la squadra che lo circonda e come questa sia stata capace di radunare attorno alla “causa comune” della resistenza una nazione e tutto l’Occidente. Non dimentica però di ricordare, a proposito di gradimento, come prima dell’invasione Zelensky non fosse per nulla popolare in patria, soprattutto a causa dei suoi tentativi di negoziare un compromesso con il Cremlino dopo i fatti di Maidan e la guerra civile per il Donbass tra territori russofoni e truppe di Kiev: a dicembre 2021 il gradimento dei sondaggi era tre volte inferiore a quello di oggi. Skorkin ha passato in rassegna le figure del “gabinetto di guerra” di Zelensky e come operano, sia a livello politico che mediatico. Nomi che qui in Italia dicono poco ma hanno un peso specifico enorme anche perché, in base alla legge marziale, il parlamento ucraino dal 24 febbraio svolge un ruolo di sfondo.

In caso di conflitto prolungato però, questo il tema, la stessa leadership di Zelensky si troverà facilmente alle prese con pressioni e intrighi politici interni che oggi neppure si intravedono ma domani potrebbero segnarne il futuro. Il giornalista, forte anche delle analisi del politologo ucraino Vladimir Fesenko, che descrive la squadra attorno a Zelensky come un “collettivo”, lo scrive dritto: “Un prolungamento del conflitto potrebbe provocare una spaccatura nell’élite ucraina, con l’emergere del proprio “partito della pace”. In effetti, la principale tutela contro una tale scissione in questo momento è la posizione inconciliabile dei “falchi” putinisti che sognano di “portare a termine l’operazione speciale” e una “soluzione finale alla questione ucraina”. Se Mosca iniziasse però ad ammorbidire la sua posizione, “ciò potrebbe portare a un crescente sostegno ai compromessi da parte ucraina”.

In questo caso, Zelensky potrebbe trovarsi in una situazione di stallo simile a quella sviluppatasi attorno agli accordi di Minsk – dove, nonostante avesse un mandato per i negoziati di pace, il presidente era limitato nelle sue manovre. All’epoca – osserva il cronista – il margine di progresso era ristretto “dall’intransigenza del Cremlino da un lato e, dall’altro, da un segmento attivo della società ucraina che si rifiutava di accettare una resa. Oggi, questo segmento attivo della società è armato, pronto a combattere per la vittoria e rifiuta l’idea di qualsiasi compromesso con il nemico. Il che significa che il sostegno alle stelle per Zelensky potrebbe iniziare a svanire se c’è il minimo sospetto di “tradimento” – anche se una “pace oscena” sarebbe una tregua salvavita per l’Ucraina in mezzo a perdite catastrofiche. “Zelensky ne è ben consapevole ed è quasi impossibile immaginare che il presidente ucraino sia quasi pronto a fare concessioni. La posta in gioco per Zelensky e la sua squadra è molto alta, anzi, la posta in gioco è la sopravvivenza del paese stesso”.

Chi sta condizionando Zelensky? Una figura da cerchiare in rosso è certamente Kyrylo Budanov, considerato uno degli architetti dell’umiliazione russa che appena è circolata sui media internazionali l’idea che fosse “irrealistica” una vittoria per parte ucraina e dunque ragionevole ipotizzare concessioni territoriali ha rilasciato al Wall Street Journal una dura intervista dicendo: “Non conosco altri confini se non quelli del ’91”, vale a dire dell’Ucraina al tempo dell’indipendenza dall’Unione Sovietica. Tra i consiglieri di Zelensky duri e pure contro i negoziati ci sono anche l’ex ministro della Difesa Andriv Zagorodnyuk e Mykhalo Podolyak. Tutti saldi sul “non cederemo territori” a fronte di una posizione più sfumata del presidente che (anche a Porta a Porta) aveva si era reso disponibile ad “accantonare il tema Crimea“. Lui forse, i suoi no.

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