Il Kosovo come Donetsk e Luhansk. Un paragone impegnativo, anche per Vladimir Putin: è stato infatti il presidente russo, al termine dell’incontro con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres di fine aprile, a sostenere come “la decisione della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite sul Kosovo, secondo cui nell’esercizio del diritto all’autodeterminazione il territorio di uno Stato non è obbligato a chiedere il permesso per dichiarare la propria sovranità alle autorità centrali, può valere anche per gli oblast ucraini”. L’affermazione del capo di Stato russo non ha certamente fatto piacere a Belgrado, storico amico di Mosca: lo scorso 6 maggio, in conferenza stampa, il neoeletto presidente serbo Aleksandar Vucic, giunto al suo secondo mandato, ha evidenziato come “la nostra situazione sia cambiata in peggio dopo le dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin. Non c’era l’intenzione di danneggiare la Serbia ma ha sollevato la questione del Kosovo in un modo diverso dal solito, per proteggere gli interessi russi. Ora però dovremo affrontare il problema, perché l’Occidente chiederà alla Serbia di avanzare rapidamente verso il riconoscimento del Kosovo”. Parole importanti quelle del leader serbo, che però vanno analizzate nella giusta misura. “È un passo certamente importante quello di Vucic, ma è anche un modo per prendere tempo su una questione tanto delicata in attesa di nuovi sviluppi internazionali. Una costante della sua azione politica in tutti questi anni”, sottolinea a Ilfattoquotidiano.it Giorgio Fruscione, ricercatore di Ispi che segue l’area dei Balcani.

Una terra contesa e la sindrome da accerchiamento di Belgrado
Le parole di Putin giungono in un momento difficile nei rapporti tra la Serbia e la piccola repubblica balcanica, con cui il rapporto non è mai stato idilliaco sin dai tempi della guerra in Jugoslavia. A fine Anni 90 la Nato intervenne a difesa dei cittadini del Kosovo con l’operazione Allied Force, che consisteva in una campagna di bombardamenti aerei contro la Repubblica Federale di Slobodan Milosevic, accusata di portare avanti una sistematica campagna di sterminio della maggioranza albanese nella regione. La guerra in Kosovo durò 15 mesi e si concluse nel 1999 con il ritiro delle truppe federali jugoslave e il riconoscimento di un protettorato internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite. La successiva indipendenza nel 2008 venne contestata dalla Serbia, spalleggiata in quest’operazione da Mosca: per questo a riconoscere l’autonomia di Pristina sono ad oggi soltanto 98 Stati su 193, tra cui anche l’Italia. La storia però adesso potrebbe anche cambiare. “Mosca ha compiuto un passo decisivo, in questo modo Putin ha difatti riconosciuto l’esistenza del Kosovo. In questo modo la questione sarà certamente più facile sia per Washington che per l’intero Occidente”, ha dichiarato a Euractiv Srecko Đukić, l’ex ambasciatore della Serbia in Bielorussia. Un dato di fatto del quale sembra aver preso coscienza anche Belgrado. “Le parole di Vucic vanno interpretate come un primo segnale di un lento allontanamento della Serbia da Mosca ma senza grandi scossoni, cercando di mantenere l’equilibrio tra l’Unione europea e la Russia e continuando ad alimentare la sindrome dell’accerchiamento e la visione della Serbia come Stato piccolo e indifeso, vittima degli interessi altrui”, sostiene Fruscione.

I rapporti Serbia-Kosovo
Un modo per mettere le mani avanti, insomma, ben sapendo che i partner occidentali potrebbero sempre più pressarlo per una normalizzazione dei rapporti con Pristina che, di recente, hanno raggiunto un nuovo punto di frizione. Dopo il divieto del governo di Pristina a indire sul proprio territorio le elezioni parlamentari serbe per la minoranza presente nel Paese, composta da quasi 120mila persone, il battibecco tra i due ministri degli Esteri al Consiglio delle Nazioni Unite e gli attacchi agli agenti kosovari al confine hanno nuovamente raffreddato il dialogo. “A livello diplomatico questi incidenti non fanno che aumentare la distanza tra i due Paesi, ma si cominciano a intravedere segnali distensivi. Sia Vucic che il primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, hanno incontrato il cancelliere Olaf Scholz a Berlino la settimana scorsa. Gli incontri sono stati importanti perché si è affermato il principio del mutuo riconoscimento come un caposaldo dal quale non si può derogare. Adesso però il riconoscimento del Kosovo dipenderà dalla situazione internazionale. Il riferimento di Putin serve soltanto per creare un’associazione di idee al pubblico occidentale, che ancora ricorda con simpatia l’indipendentismo kosovaro”, sottolinea Fruscione.

Un paragone che certamente resta scomodo per Belgrado, ancora incerta se privilegiare il rapporto con Bruxelles, primo partner commerciale della Serbia, o con Mosca, verso la quale non ha applicato sanzioni visto che dipende al 100% dalla Russia sotto il profilo energetico. Nonostante tutto però, l’impressione è che tra Belgrado e Mosca resti ancora valido una sorta di accordo tacito. “La dichiarazione di Putin è certamente un grattacapo per Vucic ma non cambia almeno per il momento la situazione. Il veto russo sul Kosovo cadrà soltanto quando Pristina non sarà più un problema per Belgrado”, rimarca Fruscione.

La minoranza serba in Kosovo
In mezzo a questa diatriba ci sono i serbi kosovari, che una volta di più si sono sentiti traditi da chi detiene il potere a Belgrado. “Il presidente Vučić interpreta le relazioni internazionali sulla questione del Kosovo in un modo non favorevole alla Serbia. Non conosco le sue ragioni, ma so che la sua affermazione secondo cui il riconoscimento di Pristina da parte di Belgrado priverebbe Putin della giustificazione per l’Ucraina è del tutto illogica e priva di senso. Sarebbe a vantaggio di Putin se il governo centrale di un Paese riconoscesse sul proprio territorio i risultati del movimento etno-secessionista. Per il presidente russo, ciò significherebbe rafforzare l’aspettativa che il governo ucraino, come il governo serbo, possa un giorno riconoscere la cosiddetta ‘realtà sul campo’ e accettare l’autoproclamata statualità di Donetsk e Lugansk”, ha dichiarato al quotidiano serbo Danas Rada Trajković, presidente del Movimento europeo dei serbi del Kosovo e Metohija. Secondo loro, con la sua ultima dichiarazione, il presidente serbo starebbe preparando il terreno per un riconoscimento del Kosovo, con la scusa delle spinte internazionali. “Purtroppo mi aspetto dal presidente Vucic molte concessioni sulla questione del Kosovo in futuro e persino riconoscimenti, con la giustificazione che così si preservano la pace e il futuro della regione e la sicurezza dei serbi nel Paese”, ha sottolineato sempre al quotidiano di Belgrado l’avvocato Marko Jaksic, stretto collaboratore dell’ex presidente dei serbi kosovari Oliver Ivanovic, morto assassinato nel 2018. Una lamentela storica, che però non sembra poter influire nelle dinamiche dei rapporti tra i due Paesi. “Vucic non è il primo ad essere contestato, ma non dimentichiamo che i partiti serbo-kosovari sono controllati al 100% dalla Serbia. Chi detiene il potere a Belgrado resta perciò l’unico interlocutore valido per la comunità”, conclude Fruscione.

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