“Ho sospeso i lavori di ristrutturazione della mia casa durante il lockdown e ora che sono ricominciati l’impresa edile ci ha detto che i costi dei materiali sono triplicati“. Così si lamentava qualche mese fa un lettore inglese in una lettera inviata al quotidiano britannico Financial Times. “Materiali in ritardo di settimane e prezzi che esplodono”, titolava nei giorni scorsi Le Parisien. “Fare lavori in casa diventa più costoso e più lento a causa della mancanza di materiali e dei rincari”, si legge su Le Monde. “Alcuni progetti non possono più essere realizzati a causa delle strozzature nei materiali da costruzione e dei prezzi elevati”, rimarca la tedesca Frankfurter Allgemeine.

Consola poco, ma quanto meno non siamo soli: l’esplosione dei costi dei lavori edilizi è comune a tutta Europa ed oltre. Negli Stati Uniti l’indice dei costi dei materiali per le costruzioni elaborato dalla Federal Reserve di Saint Louis si è letteralmente impennato a partire dall’aprile 2020, salendo del 70-80%, lo stop a produzioni e catene logistiche ha fatto schizzare le quotazioni di legno, acciaio, cemento, etc. Eppure il 4 maggio il presidente del Consiglio Mario Draghi da Strasburgo ha dato buona parte della colpa al Superbonus 110% perché secondo lui a causa dell’agevolazione non si tratta più sui prezzi. “Il costo di efficientamento è più che triplicato e il prezzo degli investimenti per attuare le ristrutturazioni è triplicato, perché toglie la trattativa sul prezzo”, ha affermato Draghi.

Ma è davvero così? Ni. Per gli operatori del settore, gli sconti fiscali riducono i margini di contrattazione tra impresa e committente e i prezzi finali salgono. Ma soprattutto, spiega Valeria Genesio alla guida del gruppo immobiliare Agedi in Italia, “i tempi si allungano a dismisura perché le imprese sono cariche di lavoro. Oggi si fa fatica persino a trovare un’impresa che ti faccia un preventivo lavori perché sono così oberate che non riescono nemmeno a trovare il tempo per un sopralluogo”.

Tuttavia per quanto riguarda la questione dei prezzi, la superdetrazione fiscale per l’efficientamento energetico delle abitazioni prevedeva in origine dei massimali di spesa molto stringenti e indicizzati al prezzario Dei, l’ex editrice del genio civile, che si basa sulla media dei prezzi regionali delle singole lavorazioni. E così per esempio, le nuove finestre per essere detraibili al 110% non devono costare più di un tot a pezzo, determinato anche in base alla dimensione e alla tipologia dell’immobile. Complessivamente, poi, il costo del cambio dei serramenti per essere detraibile non deve superare una soglia prefissata dal legislatore e così anche per tutte le lavorazioni che prevedono dei massimali sia unitari o a metro quadro o a kw/h e sia a saldo della lavorazione nel suo complesso.

Insomma, è vero che con questo meccanismo i margini per le trattative al ribasso sono stati ridotti al minimo. Ma è anche vero il contrario e cioè che quando i costi delle materie prime e dei trasporti sono aumentati a livelli stellari, non c’è stato spazio per le trattative al rialzo e così i costruttori di piccola e media dimensione sono rimasti stritolati in un meccanismo perverso fatto di preventivi che invecchiano alla velocità della luce e di cantieri che rallentano come lumache, facendo invecchiare ulteriormente i preventivi. Tanto che i più attrezzati negli ultimi mesi hanno iniziato a fare magazzino acquistando e stoccando i materiali non a ridosso dell’apertura di cantiere, bensì mesi prima in fase di stipula del contratto. Il problema, del resto, è stato riconosciuto anche dal governo Draghi con il ministero della Transizione ecologica che a inizio anno ha rivisto le soglie di prezzo al rialzo del 20% circa.

Quindi ci si può marciare, ma fino ad un certo punto. Ed è difficile attribuire al superbonus la maggiore responsabilità dei rincari come lascia intendere Draghi. “Il superbonus soffia su un fuoco che però è alimentato da altro“, commenta a ilfattoquotidiano.it Gabriele Buia, presidente Ance. “È naturale che qualsiasi fattore che spinga sulla domanda mentre la logistica è sotto pressione, esacerbi il problemi dei prezzi, ma il problema è a monte e comune a tutti i paesi europei. In alcuni come Francia e Germania in modo meno esplosivo perché i costi dell’energia sono inferiori rispetto ai nostri”.

Ciò nondimeno anche in Francia si registrano rincari dei listini per le costruzioni del 16% da inizio anno. Il presidente dell’Ance ricorda poi come tra i ci siano anche la ripresa delle opere pubbliche in scia al Pnrr europeo. E ricorda come Rfi (Rete ferrovie Italia), la prima stazione appaltante d’Italia, abbia alzato i suoi listini di circa il 25% da inizio 2022. La guerra in Ucraina, sia per l’impatto sui beni energetici sia per i venir meno di forniture di acciaio e materie prime del paese invaso, non ha fatto altro che intensificare la pressione sui prezzi.

Insomma, che la corsa dei prezzi si spieghi con l’impossibilità di una contrattazione tra impresa e committente sembra difficile da sostenere. Anche perché nel frattempo la condizione dei costi dei materiali continua a peggiorare e l’invasione russa dell’Ucraina non aiuta. Dopo una breve tregua dello scorso autunno i listini hanno ripreso a galoppare. Secondo i dati dell’Associazione nazionale dei costruttori edili il costo dell’acciaio per cemento armato è salito del 54% nel corso del 2021 e del 40% nei primi due mesi del 2022. Si vende a 820 euro a tonnellata, nel febbraio 2020 meno di 500. Stessa esplosione per il rincaro nella prima parte del 2022 per il bitume. Prima della pandemia costava 350 euro a tonnellata, oggi 550 euro. Molta parte di questa impennata dei prezzi dipendi dai costi di lavorazione. Per fare acciaio, cemento etc serve energia e ne serve tanta. E com’è noto i prezzi dell’energia sono a loro volta arrivati alle stelle. E poi calcestruzzo, travi e così via, devono essere trasportati, con un gasolio che costa oggi il doppio rispetto ai mesi immediatamente precedenti alla pandemia.

E poi c’è la questione della logistica ancora in ginocchio dall’esplosione della pandemia con i lockdown che hanno mandato in tilt consegne e magazzini e non è stata certo aiutata da eventi come il blocco di Suez di un anno fa per “l’incidente” della nave Ever Green o la chiusura di porti orientali o ancora il loro rallentamento per le misure di prevenzione della diffusione del Covid. A tutto va poi aggiunto l’imperversare di catastrofi climatiche sempre più frequenti anche in Europa che hanno danneggiato tutti gli ambiti che interessano anche l’edilizia.

Intanto però l’italico Superbonus, tra un rallentamento e l’altro, secondo i dati Enea di fine aprile, registra investimenti per 27,5 miliardi di euro, con un incremento mensile che nel trimestre si è attestato sui 3 miliardi di euro e una stima del valore delle detrazioni a fine lavori che supera i 30 miliardi. Un dato che si traduce in una montagna di debiti dello Stato verso il contribuente che con il Superbonus sono diventati certi e immediatamente liquidabili, mentre senza la cessione del credito erano relativi alla futura capacità fiscale del contribuente e spalmati su un decennio. Un problema non certo secondario per le casse dello Stato.

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