Sono 119 voci di donne diverse: i loro scritti, in frammenti, compongono un mosaico che ritrae la vita di un’unica donna immaginaria, Nina. Nonostante Tutte, libro di Filippo Maria Battaglia, è un autoritratto collettivo, come lo definisce la prefazione. Un romanzo che incarna un paradosso: chi lo firma non ha scritto neanche una riga, ma ha assemblato parole altrui. Tutte autentiche, del Novecento e provenienti da ogni area d’Italia. L’idea del romanzo risale a cinque fa, quando Battaglia, giornalista, si trova a guardare uno scaffale pieno di libri vecchi in un mercato rionale di Milano: “Vidi che fra le pagine c’era una lettera. Mi colpì, pensai a quante ce n’erano, fra le cassettiere e le cantine delle città italiane”. Come trovarle? Poco tempo dopo Battaglia scopre l’esistenza dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, in Toscana: 9mila documenti in tutto. L’autore ne ha consultati 1300, e fra queste testimonianze ha isolato 7mila frammenti, poi ridotti a 400. Da qui provengono tutte le voci inserite nel libro. Fra le migliaia, sceglie solo quelle femminili: “Le donne hanno scritto pagine rimaste poi sommerse, ignorate o nascoste. Mi interessava farle riaffiorare”. L’autore ha deciso di ignorare somiglianze geografiche e sociali, ma, al contrario, sceglie di farsi guidare dall’immediatezza della comunicazione: “Ho seguito il suono delle voci sulla pagina scritta, l’urgenza di esprimersi. Natalia Ginzburg, che ha collaborato alla realizzazione dell’archivio, diceva che nelle testimonianze non occorreva cercare la scrittura, ma la vivezza. Insomma lo stile conta, ma non è ornamento, è sguardo: si tratta della sensibilità che ognuno di noi ha nel guardare quello che ha intorno, e che poi viene restituito sulla pagina”.

La storia di Nina si articola a partire dal secondo dopoguerra, e comincia con il frammento che apre il libro: “Nacqui leggerissima”. Da lì attraversa le fasi del secolo scorso, fra i colpi del boom economico e le rivoluzioni culturali, che fioriscono fra le mura domestiche: “Una donna racconta di come, da ragazza, riuscì ad aggiustare la lavatrice di nascosto. All’epoca era un’invasione di campo: la manutenzione era solo per gli uomini. Scrive di essere stata rimproverata dal padre, ma ricorda che, da allora, le viene riconosciuta anche quella capacità”, spiega Battaglia. La testimonianza si snoda con i supporti più variegati: “Testi scritti a mano, documenti lasciati a macchina. Dentro ho trovato post it, fiori secchi, oggetti. Il più antico è un quaderno di Ferrara con una foglia di vite in rilievo, compilato con una grafia ordinata tipica di un secolo fa. Il più recente è invece un formato pdf che si apre con una fotografia di Firenze in bianco e nero, incorniciata”. L’aspetto che più di tutti colpisce è la diversità: “Sia fra i materiali scelti come supporti sia a livello lessicale e linguistico. Per questo abbiamo deciso di lasciare i refusi o le inflessioni regionali e locali”.

Grandi assenti in questa comunicazione unidirezionale sono i lettori, che non sono contemplati: “Le voci raccolte non hanno alcuna tensione narcisistica. Le autrici sanno che nessuno aprirà i loro diari: il loro gesto di approcciarsi alla pagina si risolve nella scrittura stessa”, prosegue. “E qui sta la grande differenza con l’epoca contemporanea: noi scriviamo sapendo che tutte le nostre righe saranno condivise e viste, basti pensare alla diffusione sui social”. Le donne che compongono Nina, invece, non immagino occhi altrui, ma individuano nella carta la via per testimoniare la conquista di autonomia: “Un’occasione per portare in salvo se stesse e la propria voce”, chiude Battaglia, “Penso che scrivere sia anche questo”.

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