Amatrice rischia di sparire, stavolta sul serio. A cinque anni dal sisma del centro Italia nella cittadina in provincia di Rieti la ricostruzione è lentissima e la burocrazia minaccia di trascinare tutto in un baratro, anche le casse comunali. A oggi soltanto il 10 per cento degli immobili è stato ricostruito, o comunque è in costruzione: equivale a dire circa 700 sugli oltre 7.000 stabili spazzati via dal sisma. Una trentina di questi sono prossimi alla consegna, una cifra minima se pensiamo che il 90 per cento delle strutture è ancora inagibile. Tra le 69 frazioni che compongono la città nessuna ha mai superato l’emergenza. In vista di una riunione che si terrà in settimana, da tutte le frazioni è stata recapitata al sindaco una lista dei danni a cui ancora non si è messo mano. Il centro storico resta l’area maggiormente in sofferenza: cinque anni, un solo cantiere. Non se la passa bene neanche la grande scuola costruita dopo il sisma, oggi frequentata da quasi 300 bambini di età e classi diverse: ha già un problema, ci piove dentro. “Le condizioni di vita sono molto difficili”, commenta il sindaco, Giorgio Cortellesi, con ilfattoquotidiano.it.

Due terzi degli abitanti emigrati – Nel frattempo la popolazione continua a diminuire. Dai 2.700 abitanti del 2016 adesso Amatrice ne conta appena 900, anche se nei registri del Comune risultano 2.346 residenti: praticamente due terzi sono andati a vivere altrove, anche se hanno formalmente mantenuto la residenza nel piccolo centro del Reatino. Molti, tra coloro che nella prima fase post sisma sono stati collocati negli alloggi temporanei in città limitrofe, come Ascoli e San Benedetto del Tronto, hanno trovato lavoro e non hanno fatto più ritorno. Nella cittadina sono rimasti per lo più agricoltori e pastori, imprenditori e operai edili, commercianti, ristoratori, una trentina di dipendenti comunali.

Casse comunali in crisi – “Sono molto preoccupato”, confessa il sindaco. “Sono preoccupato dal punto di vista umano. Ma anche per la tenuta dei conti pubblici. Se continua così il Comune lo chiudiamo e ce ne andiamo tutti via”, dice. Le casse comunali prima del sisma vantavano circa 1,7 milioni annui di introiti dai tributi, di cui quasi 650 mila euro provenienti dall’Imu e il resto da Tasi e Tari, poi accorpate. La somma finora è stata compensata dai ristori previsti dall’emergenza sisma. Da settembre, però, toccherà ai residenti sostenere le tasse. E con il 90 per cento degli edifici inagibili quasi tutta la quota Imu già si prospetta come un buco di bilancio. “Va da sé che l’Imu non si può chiedere a chi ha un’abitazione inagibile”, spiega il sindaco. E per gli altri tributi non va meglio: con la ricostruzione a rilento affannano anche le imprese locali. Prima del sisma contavano molto sul turismo di chi aveva ad Amatrice una seconda casa, ma anche su una popolazione locale più numerosa, tenendo conto anche dei Comuni limitrofi. “C’è il rischio forte che le imprese non ce la facciano a sostenere i tributi, a quel punto è possibile che chiudano e se ne vadano da un’altra parte”, spiega Cortellesi.

“Non riusciamo a trovare imprese edili” – Resterebbe il comparto edile, che dovrebbe avere un gran da fare di questi periodi in una città che tenta di rialzarsi dopo il sisma. “Con tutti i bonus previsti dal governo stiamo riscontrando una difficoltà enorme a reperire ditte e tecnici che possano fare i progetti per sviluppare gli interventi previsti. Inoltre il costo dei materiali è raddoppiato perché è aumentata la domanda. Ancora non vediamo gli effetti del caro bolletta, ma certamente si farà sentire. Accanto a questo abbiamo un problema enorme di smaltimento delle terre di scavo, la discarica più vicina è a 50 chilometri, ma in ogni caso i quantitativi sono enormi e non sappiamo dove portarli”, spiega sempre il sindaco. Basti pensare che i lavori per sviluppare le fondamenta di Casa Futuro, un complesso polifunzionale, hanno prodotto 80 mila metri cubi di terra “e c’è una procedura burocratica complessa, con molti vincoli, per la rimozione, che allunga notevolmente i tempi”.

Il comune ostaggio della burocrazia – In tutto questo, poi, s’è messa anche la grana di un possibile blocco delle attività amministrative dell’ente comunale, dalla ricezione dei ristori alle procedure di gara, a causa della irregolarità del Durc di una quarantina di dipendenti pubblici i cui contributi, nei mesi tra agosto del 2016 e febbraio del 2017, sono stati versati in ritardo. Il Comune ha dovuto sborsare in fretta quasi 70 mila euro di interessi, di cui 8 mila di mora, perché l’Inps – nelle maglie della burocrazia – ha rilevato che “la sospensione, ovvero il differimento dei termini per gli adempimenti e per i versamenti contributivi disposti con legge sono limitate al solo settore privato. Non sono, infatti, destinatari delle stesse i soggetti rientranti nelle Pa”. Il primo cittadino si giustifica così: “Subito dopo il terremoto non avevamo computer e telefoni, a malapena avevamo la carta. Non potevamo accedere ai sistemi informatici e il server del Comune era stato sequestrato. Era tecnicamente impossibile versare quei contributi. Fa rabbia non tanto per il quantitativo monetario richiesto, quanto il dover pagare degli interessi per un ritardo dovuto a quello che tutto il mondo ha visto”.

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