A Bata, città della Guinea Equatoriale che si tuffa nell’Oceano Atlantico, l’11 ottobre del 2003 fa un caldo asfissiante. Siamo ai tropici e l’umidità è opprimente. L’afa si appiccica sulla pelle. Quasi non si respira. Eppure sugli spalti dell’Estadio La Libertad non si trova un posto libero. Si gioca il primo turno delle qualificazioni africane ai Mondiali di Germania 2006. La nazionale della Guinea Equatoriale sfida il Togo di un giovanissimo Emmanuel Adebayor, ma più che alla partita la curiosità di tutti è rivolta all’inedita formazione dello Nzalang, il termine in lingua feng (significa ‘fulmine’) con cui è soprannominata la nazionale. Nell’undici iniziale ci sono nove giocatori spagnoli. Sono tanti. Giocano tutti nelle serie minori del Paese iberico e quasi nessuno di loro ha mai visitato il Paese prima di allora, tanto che hanno ottenuto il passaporto solo qualche mese prima. Tra di loro ci sono anche nomi importanti come Sergio Javier Barila, difensore del Benidorm con un passato tra Getafe e Levante, Rondo (Elche), Bodipo (Racing), Chupe (Real Madrid), Cuyami (Zamora), Zarandona (Caravaca), Ruslan Ela (svincolato), Gregorio Ela (Almeria B), Marti Ondo (Cobeña) ma soprattutto Alberto Edjogo-Owono, puntero del Granollers (campionato giovanile catalano), oggi diventato uno dei più brillanti opinionisti calcistici dell’universo spagnolo. “Fu forse il primo, vero contatto con le mie origini africane. Accettai subito la proposta ed insieme ad altri compagni mi misi in viaggio alla volta della Guinea Equatoriale, nonostante l’iniziale scetticismo della mia famiglia”, ha scritto nel suo libro Indomable – Cuadernos del fútbol africano, pubblicato da Panenka nel 2019.

A convincerli a sposare la causa equatoguineana era stato l’ambizioso ministro dello Sport, Lucas Ngema Esono, stanco di vedere la nazionale rimediare sconfitte in serie. D’altronde, quando sei un piccolo Paese senza grandi infrastrutture e con poche risorse destinate alla formazione di base, hai solo una strada da percorrere se ambisci a essere competitivo: scandagliare gli alberi genealogici nella speranza di riuscire a sedurre gli elementi della diaspora in giro per il mondo, formati in Paesi calcisticamente più evoluti.

Il suo progetto aveva preso forma un sabato di luglio del 2003, quando per la prima volta diversi giocatori “spagnoli” avevano rappresentato la Guinea Equatoriale in una partita ufficiale, quella con il Marocco, valida per le qualificazioni alla Coppa d’Africa dell’anno successivo. Quel giorno al centro dell’attacco equatoguineano c’era finito proprio Edjogo-Owono, al debutto assoluto con lo Nzalang: “Lo stadio poteva contenere al massimo 10-12 mila spettatori, ma ce n’erano sicuramente molti di più. Parecchi di più, tanto che facemmo fatica ad entrare in campo perché l’ingresso del terreno di gioco era occupato da una moltitudine di persone”, ricorda nel suo libro.

Nella gara d’andata la Guinea Equatoriale aveva incassato un umiliante goleada, ma grazie al contributo degli españoles al ritorno lo Nzalang riuscì a limitare i danni, dando filo da torcere ai Leoni dell’Atlante. Perse di nuovo, ma di misura, castigato all’inizio della ripresa dall’ex interista Houssine Kharja: “Il Marocco era una grande squadra, una delle più forti d’Africa in quel momento. Avevano giocatori come Hadji, Baha, El Yaagoubi e Chamakh. Noi facemmo una bella figura – prosegue il commentatore di BeIn Sports – considerando che l’azione che portò al loro gol si sviluppò mentre noi avevamo un calciatore momentaneamente fuori per infortunio”.

Con il Togo, quattro mesi più tardi, gli “spagnoli” si erano già moltiplicati. Paradossalmente, nel giorno (11 ottobre) in cui il Paese celebrava l’indipendenza ottenuta dalla Spagna nel 1968 la Guinea Equatoriale affidava le speranze di qualificazione ad una squadra quasi interamente (9 su 11) composta da giocatori provenienti dall’ex madre patria e guidata dall’allenatore cantabrico Óscar Engonga. Mai tanti spagnoli avevano giocato sotto la bandiera di un altro Paese. Per tutti, da quel momento in poi, la Guinea Equatoriale sarebbe diventata la Spagna africana.

Le cose, in campo, andarono anche piuttosto bene: lo Nzalang Nacional vinse 1-0 grazie ad un rigore trasformato da Barila. Al ritorno, però, i gol di Adebayor e Salifou ribaltarono completamente la situazione, eliminando gli spagnoli d’Africa già al primo round. Nonostante la delusione per l’ennesima sconfitta, però, in quel lontano 2003 erano state gettate le basi per il futuro. Da allora, infatti, la sinergia tra Spagna e Guinea Equatoriale si è fatta sempre più fitta, anche se non sono mancate polemiche e indagini della Fifa su alcuni casi di naturalizzazione sospetti. I risultati non si sono fatti attendere: negli ultimi anni, per dire, lo Nzalang ha giocato un quarto di finale e una semifinale di Coppa d’Africa, prima di ottenere la qualificazione all’edizione di quest’anno (la prima ottenuta sul campo dopo le manifestazioni del 2012 e del 2015, a cui aveva partecipato in qualità di nazione ospitante), raggiungendo nuovamente i quarti di finale. Una cavalcata tanto straordinaria quanto inattesa, impreziosita dal clamoroso successo con i campioni in carica dell’Algeria, propiziato da una rete di Esteban Obiang. Nato in Spagna, ovviamente, come altri 14 dei suoi compagni. Tutti domiciliati nelle minors spagnole, da Madrid a Valencia, passando per la Catalogna e l’Andalusia, fino ad arrivare alle Baleari. Il più famoso è sicuramente Emiliano Nsue, che è anche il miglior marcatore di tutti i tempi della nazionale, nonché stella assoluta dello Nzalang. Eppure lui non si sente tale: “Non abbiamo un Salah o un Mané, ma siamo una vera e propria famiglia. Questa è la nostra forza”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a El Pais prima della partenza per il Camerun.

Oltre a lui, anche José Machín, Carlos Akapo, Saúl Coco e Iban Salvador, che ha fatto tendenza sui social con la sua cresta tinta di rosso, hanno sfruttato al massimo l’occasione della Coppa d’Africa per mettersi in vetrina. Ma chi, più di tutti, sembra averne tratto maggior vantaggio per il futuro è Jesus Owono. Il portiere incubo dell’Algeria ed eroe dell’ottavo di finale con il Mali, quando ha parato il rigore decisivo a Falaye Sacko, fino a qualche mese fa militava nel San Ignacio, in quinta divisione spagnola, l’equivalente della nostra Eccellenza. A gennaio, però, l’Alavés lo ha riportato alla base per aggregarlo alle formazioni giovanili. O almeno questo doveva essere il piano, visto che poi la doppia positività al Covid-19 di Fernando Pacheco e Antonio Sivera gli ha aperto le porte della prima squadra, consentendogli di debuttare in Liga nel derby basco con la Real Sociedad terminato 1-1. “Le cose non accadono per caso, ma sono sempre il frutto di un percorso”, ha spiegato con la maturità di un veterano ai microfoni di Etb. Quando tornerà dalla Coppa d’Africa, in cui ancora nessuno è riuscito a fargli gol, per José Luis Mendilibar sarà impossibile continuare a snobbarlo.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Dusan Vlahovic a Torino per le visite mediche e la firma con la Juve: “Ha violato l’isolamento per Covid, rischia la denuncia”

next
Articolo Successivo

Celtic, non solo social e merchandising: i segreti della ‘strategia giapponese’ dei Bhoys (e del loro allenatore) per tornare grandi

next