La situazione è piuttosto inconsueta. Perché per trovare il nome dell’Olympique Lione bisogna scorrere verso il basso la classifica della Ligue 1. Giù sempre più giù. Fino ad arrivare al tredicesimo posto. Uno sprofondo che rischia di essere molto più del peggior risultato del club negli ultimi 29 anni. La squadra che a inizio millennio dominava il campionato con 7 scudetti consecutivi fra il 2002 e il 2008 ora è un semplice ricordo sbiadito, un monumento eretto per ricordare un’epoca d’oro fagocitata dal tempo. Colpa della nuova geopolitica del pallone, che ha consegnato al PSG il ruolo di pesce grande nello stagno piccolo. Ma anche di un passato prossimo dominato dai propri errori. E di un presente che non permette altro che rincollare i cocci.

Dal 2019 a oggi il Lione ha cambiato 4 allenatori. Via Bruno Génésio. Via Sylvinho. Via Rudi Garcia. Fino ad arrivare a Peter Bosz, che sembrava destinato all’esonero ma che il presidente Jean-Michel Aulas ha recentemente confermato “almeno fino febbraio”. Non un grande attestato di fiducia, ma comunque il massimo che può ambire il timoniere di una squadra che sta vivendo una crisi profonda, che trascende le linee bianche del campo da gioco. C’è un principio universale che viene ripetuto ormai da decenni: la vittoria ha cento padri, la sconfitta è orfana. Un’aforisma che a Lione non è riuscito a trovare applicazione. Perché è bastato incrociare le date per trovare il responsabile. O comunque un capro espiatorio. Nel 2019 Aulas ha messo alla porta Florian Maurice e ha affidato il ruolo di direttore sportivo a Juninho Pernambucano. Sembrava la mossa perfetta. Il simbolo del Lione passato avrebbe creato il Lione futuro. Solo che qualcosa non ha funzionato.

La creatura plasmata dal brasiliano ha inanellato un settimo e un quarto posto, solo parzialmente bilanciati con la semifinale di Champions League del 2020, prima di precipitare nell’anonimato di un tredicesimo posto lontano 7 punti dalla zona Europa. Un disastro che il Guardian ha provato a spiegare con l’assenza di una visione progettuale, mentre Aulas si è limitato a spiegare che, forse, “il ruolo di direttore sportivo del Lione era sovradimensionato per Juninho Pernambucano”. I vertici del club si sono trovati a dover essere salvati dall’operato di quello che doveva essere il loro salvatore. A novembre Juninho aveva annunciato il suo addio a fine stagione. Poi, qualche settimana fa, ha deciso di accelerare i tempi. L’8 dicembre ha rassegnato le dimissioni. Con effetto immediato. Meglio mettersi in salvo il prima possibile. “È la cosa migliore – aveva detto il brasiliano – il club potrà prepararsi per il prossimo passo e io ho bisogno di fermarmi”. Tre parametri utili a giudicare l’operato di un direttore sportivo sono l’impatto dei suoi acquisti sul club, la sostenibilità e, ovviamente, i risultati ottenuti. E nessuno di questi fattori sembra premiare il brasiliano. Quest’anno Juninho si è trovato a dover sostituire Depay, finito al Barcellona. Per di più a parametro zero. Il ds ha portato in squadra Shaqiri, Boateng ed Emerson Palmieri. Ottimi rinforzi. Almeno sulla carta. Nessuno di loro ha lasciato un ricordo indelebile. Addirittura lo svizzero ha iniziato e finito in panchina 8 delle 16 partite in cui è stato a disposizione (anzi, negli ultimi 7 match è stato schierato appena una volta).

Il miglior acquisto dell’era Juninho resta Lucas Paquetá, che in questa stagione ha segnato 6 reti e servito 3 assist (oltre una media di 1.1 passaggi chiave a partita), ma ha dovuto fare i conti anche con un posizionamento in campo che spesso lo portava a pestarsi i piedi con Houssem Aouar (3 gol e 2 assist fin qui). Bosz ha provato a modellare la sua squadra prima sul 4-3-3, poi sul 4-2-3-1. La formazione però risultava squilibrata tanto che nelle prime 16 partite aveva incassato già 26 reti. Il cambio, con il passaggio alla difesa a tre e il doppio trequartista (con Paquetá che poteva giocare sia dietro la punta sia come falso nove) non ha cambiato poi molto la situazione: in tre partite il Lione ha subito tre reti, mettendo insieme soltanto pareggi. Ad aprire questo breve filotto di segni x ci ha pensato il 2-2 in casa del Bordeaux, quando il Lione, che si era portato due volte avanti, si è fatto riacciuffare. Come riporta Rivista Undici, al termine della partita l’allenatore ha detto: “Le colpe sono individuali, il sistema di gioco c’entra poco”. La carenza di risultati, tuttavia, rappresenta solo una parte di un problema molto più profondo. Il calo di introiti portato dalla pandemia si è trasformato in una vera crisi economica. Tant’è che qualche mese fa il club aveva pensato di dribblare il taglio degli stipendi pagando alcuni dei giocatori più importanti direttamente in azioni. Ma non finisce qui. Perché anche i tifosi stanno diventando un problema per il Lione.

Un controsenso. Oppure no. Tutto è iniziato nella partita contro il Marsiglia dello scorso 21 novembre. Dopo appena una manciata di minuti Dimitri Payet è stato colpito alla testa da una bottiglietta lanciata in campo da un tifoso del Lione. La partita è stata rinviata, ma la sanzione è stata pesantissima. Il colpevole è stato individuato e condannato a sei mesi di carcere (con sospensione della pena) e per cinque anni non potrà mettere piede in uno stadio. Il club, invece, ha ricevuto un punto di penalizzazione in classifica e l’obbligo di disputare due partite a porte chiuse. Una misura particolarmente dura, visto che la mancata vendita dei biglietti avrebbe creato un danno di quasi 4 milioni a un club già zoppicante. Ad Aulas è andata ancora peggio. Subito dopo la sospensione del match, infatti, il presidente avrebbe fatto pressioni sull’arbitro per riprendere la partita, arrivando a dire: “Purtroppo faccio parte del Comitato esecutivo della Federcalcio. Non finirà così”. Una frase che aveva il suono della minaccia. E che è stata punita con 10 turni di squalifica. Poco dopo Aulas ha rincarato la dose, chiedendo che in caso di infortunio a un giocatore provocato da un tifoso si proceda semplicemente alla sostituzione del calciatore, senza arrivare alla ripetizione della gara. Un concetto che Aulas ha spiegato in maniera semplice, affermando che il rinvio della gara darebbe ai supporter la possibilità di influenzare direttamente l’andamento della competizione.

La lezione, tuttavia, non è stata compresa a pieno dai tifosi del Lione. Durante la sfida di Coppa di Francia conto il Paris FC, infatti, è successo un altro finimondo. I supporter del Lione hanno iniziato a lanciare fumogeni verso le gradinate avversarie, con i tifosi di casa che si sono riversati in campo. Da lì è nata una guerriglia che ha portato l’arbitro a sospendere il match. Una follia che non poteva essere tollerata. Così l’Olympique ha deciso di proibire le trasferte ai propri tifosi fino a fine stagione. Ora la squadra che ha dominato il calcio francese a inizio millennio è diventato un club vuoto. Senza ingenti risorse, senza risultati, senza tifosi, senza guida stabile. Ma in compenso con uno gruppo dilaniato. A seguito dell’orrorosa sconfitta per 3-0 contro l’Angers nella seconda giornata di campionato, nello spogliatoio è successo un disastro. I particolari non sono emersi, ma il difensore Marcelo (a Lione dal 2017) è stato eloquentemente spostato fra le riserve e mai più convocato. “Naturalmente, è meglio chiedere ai giocatori, ma non vedo problemi nel mio spogliatoio”, ha commentato invece Bosz. La distanza dalla zona Europa non è ancora eccessiva, ma per il Lione scalare la classifica assomiglia comunque a una piccola impresa. Anche perché la terza rosa della Ligue 1 (305 milioni di valore) non sta rendendo per quanto costa. Aulas ha annunciato che ci saranno “alcuni cambiamenti” a breve termine. Ma un semplice maquillage potrebbe non bastare a evitare l’incubo.

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