È necessario mantenere coordinamento e condivisione tra Stati membri, senza passi in avanti “sproporzionati”, ma i Paesi Ue saranno liberi di imporre restrizioni e limiti ai viaggi all’interno dello spazio Schengen per motivi di salute pubblica e legati alla pandemia di coronavirus. È arrivato senza troppe difficoltà e con poche bocche storte l’accordo in sede di Consiglio Ue sulle limitazioni ai viaggi all’interno dell’Unione, dopo che Irlanda, Portogallo, Italia e Grecia hanno deciso in autonomia di introdurre la necessità di un test pcr per tutti coloro che vogliono entrare nel Paese, anche se vaccinati, e un periodo di quarantena per i non vaccinati. Una decisione che aveva generato polemiche da parte di qualche cancelleria, ma che a Bruxelles si è ritenuto essere legittima, purché rimanga proporzionata rispetto ai rischi effettivi legati alla trasmissione del virus dall’estero, soprattutto con l’avanzare della variante Omicron.

Lo ha spiegato anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che in conferenza stampa post-summit ha dichiarato che sulle restrizioni di viaggio nell’Ue “c’è una responsabilità nazionale. È possibile per gli Stati adottare misure aggiuntive. Ma ho l’impressione che ci sia la volontà di coordinarsi e di avere un approccio comune, assicurandoci di avere un approccio coerente alla mobilità all’interno dell’Ue e anche nei confronti dei Paesi terzi. È importante basare le nostre decisioni su dati scientifici oggettivi, aspettiamo maggiori informazioni. Gli scienziati forniranno certamente informazioni più stabili sulla situazione”. Una linea che permette al governo italiano di tirare dritto, dopo la firma dell’ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha imposto i nuovi limiti ai viaggi dall’estero. E anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi, durante il summit aveva manifestato la volontà di non compiere alcun passo indietro su questo punto: “Quelle misure servono per mantenere il vantaggio dell’Italia su Omicron. Va bene il coordinamento Ue, ma sia guidato dalla cautela”, ha detto.

E in realtà nessun Paese ha deciso di andare allo scontro diretto con Roma e gli altri Stati che hanno intrapreso la stessa strada. Emmanuel Macron, ad esempio, ha semplicemente fatto sapere che la Francia “non prevede di introdurre dei test Covid pcr all’interno della Ue perché noi siamo attaccati al buon funzionamento dello spazio comune, dunque non contiamo di mettere dei test pcr nei confronti dei Paesi europei, ma verso dei Paesi terzi”. Più duro, prima del summit, era stato il premier lussemburghese, Xavier Bettel, che entrando al vertice aveva dichiarato: “L’obbligo del tampone è un’idea sbagliata“. Stessa posizione presa dal belga Alexander De Croo o l’estone Karja Kallas, ma tutti l’hanno poi alleggerita in sede di Consiglio, dopo un confronto con tutti gli altri Stati membri.

A presentare alcune delle novità è stata la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha aggiornato sulle intenzioni di uniformare le scadenze del green pass europeo in tutti i Paesi: “Per il certificato digitale Covid presenteremo un atto delegato per un approccio uniforme sui richiami e la durata del certificato – ha dichiarato al termine dell’incontro – Il richiamo va somministrato al più tardi 6 mesi dopo il completamento del ciclo vaccinale” mentre la durata del Green Pass sarà di 9 mesi. L’obiettivo è quello di mantenere alta la copertura tra la popolazione vaccinata, mentre si continua a lavorare per immunizzare il maggior numero di persone possibile, dato che “i nostri sistemi sono sotto stress e in parte è dovuto a chi non è vaccinato e la risposta è aumentare le vaccinazioni per comprendere i bambini al di sopra dei 5 anni e favorire i richiami. Ma la buona notizia è che siamo in una posizione migliore rispetto allo scorso anno”.

In questo momento, la guerra più impegnativa è ancora quella contro la variante Delta, ma “sappiamo che la Omicron ci minaccia davvero. Si sta diffondendo a un ritmo feroce e ha la potenzialità di ‘bucare’ i vaccini, almeno parzialmente”, ha spiegato annunciando però che “i nostri contratti prevedono che i produttori potranno adattare i loro vaccini, se richiesto, in cento giorni. In questo contesto sono felice di informarvi che gli Stati membri hanno concordato di attivare una prima tranche di più di 180 milioni di dosi aggiuntive di vaccini adattati nel nostro terzo contratto con Pfizer-Biontech“.

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