Salonicco ha già attraversato mille vite diverse. E ognuna le ha inciso addosso cicatrici profonde. Nel corso dei secoli è stata romana, bizantina, ottomana. Dominazioni che hanno portato ricchezza. E che hanno sparso un oceano di sangue. Il novecento è stato particolarmente crudele. Nel 1917 la città è stata distrutta da un incendio. Colpa di una scintilla che è volata via da una cucina ed è atterrata sulla paglia. Il vento ha soffiato forte sulle fiamme. Per quasi un giorno e mezzo. Così alla fine sono bruciate più di 9mila case. Una dietro l’altra. Il fuoco ha fagocitato migliaia di esistenze. Ha trasformato i vivi in morti. Ha trasformato i sopravvissuti in senzatetto. In 70mila hanno dovuto trovarsi una nuova sistemazione. E in molti hanno finito per dormire per strada. Per rialzarsi c’è voluto tempo.

Poi quando tutto sembrava finito sono arrivati i nazisti. Ci hanno messo appena tre giorni per entrare in Grecia e conquistare la città. Dal 6 al 9 aprile del 1941. L’operazione Marita si è trasformata in un successo. L’armata greca della Macedonia Orientale è stata presa alle spalle. E si è arresa senza condizioni. Con appena 150 perdite i tedeschi hanno preso circa 70mila prigionieri. Il dominio della svastica è un regno del terrore. Chi può scappa nelle aree rurali. Chi resta fa la fame. Gli ebrei vengono caricati sui treni e deportati ad Auschwitz. Il primo convoglio parte il 15 marzo del 1943. Ne seguiranno altri 19. Contengono uomini, donne, bambini. Sono più di 51mila. “Arbeit macht frei”, leggono all’ingresso del campo. Il lavoro rende liberi. Ma uccide, soprattutto. In 40mila vengono eliminati con il gas. Gli altri vengono annientati dalla fatica.

Il 4 luglio del 1978 Salonicco piange ancora. La terra inizia a tremare. Giusto qualche secondo. Ma basta a spargere distruzione. La scossa arriva all’ottavo grado della scala Mercalli. La sua portata è definita “Rovinosa”. Muoiono in 49. In 220 restano feriti. Più di 3mila edifici vengono distrutti. Altri 14mila riportano danni più o meno seri. Significa altri senzatetto. A centinaia. Sembra quasi che Salonicco abbia sviluppato un rapporto perverso con la sua popolazione. La accoglie nelle case. Poi la accudisce nelle strade. Succede ancora nel 2009. Stavolta il nemico è artificiale, invisibile. Si chiama economia. La crisi sembra sul punto di annientare un Paese intero. Le aziende falliscono. I negozi chiudono. Le strade diventano deserte, lunghi corridoi all’aperto con le saracinesche chiuse e la parola “Si affitta” dipinta sopra. Non è un’offerta. È una disperata richiesta. In tutta la Grecia i nuovi senzatetto sono circa 20mila. Hanno perso la casa. Hanno perso la famiglia. Hanno perso la speranza. A Salonicco a finiscono in strada otto uomini su dieci. Un terzo di loro è divorziato, la metà ha dei figli. Quasi tutti vivono con meno di 20 euro al mese. Sei su dieci dicono di avere famiglie che conoscono i loro problemi, ma che semplicemente non se ne occupano. Quasi due su dieci raccontato di aver provato a suicidarsi.

Cinque anni dopo la grande crisi, Salonicco era ancora in ginocchio: circa il 45% dei negozi aveva chiuso. E la ricchezza pro capite era precipitata, con picchi che arrivavano al -75%. Da un paio d’anni la ripresa è ormai evidente. Ma non è abbastanza. La disoccupazione ruota intorno al 20%. Per i più giovani è addirittura il doppio. Il centro si è riempito nuovamente di negozi. Ma si tratta solo di punti vendita dei grandi marchi internazionali. Trovare gente disposta a comprare non è così semplice. Perché un salario medio oscilla intorno ai 780 euro al mese. Quelle strade sembrano traspiranti. Trasudano disperazione. Ma a volte assorbono anche speranza. A portarla, da qualche tempo, c’è un uomo di quasi 34 anni. Si chiama Yohan Benalouane e fa il calciatore. Almeno per alcune ore della sua giornata. Perché quando il difensore tunisino sveste pantaloncini e maglietta dell’Aris Salonicco prova a dare una mano agli homeless. E lo fa investendo la sua risorsa più preziosa: il tempo.

“Il calcio rappresenta solo il 50% della mia vita, ma la cosa più importante nel calcio non sono i soldi che porta, sono tutte le porte che può aprire nel mondo – ha raccontato alla Fifpro, il sindacato internazionale dei calciatori – Ho iniziato la beneficenza già quando ero in Inghilterra, perché in Inghilterra hai un sacco di gente per strada. Lo facevo per me stesso”. La carriera di Benalouane è stata un continuo peregrinare lungo le periferie del calcio europeo, una forza centrifuga che lo ha portato sempre più lontano dal centro. Cesena, Parma e Atalanta come parabola più interessante di una vita passata a non far segnare gli avversari. Con prestazioni che erano per lo più a tonalità di grigio. Il passaggio al Leicester di Ranieri, nell’estate del 2015, ha il sapore di una beffa. Mentre le Foxes si incamminano a vincere il titolo, Yohan mette insieme appena 60 minuti, distribuiti su quattro presenze. Poi a gennaio viene ceduto alla Fiorentina. Con i viola non gioca. Mai. Nel vero senso della parola. Per qualcuno il suo acquisto diventa qualcosa di vicino alla barzelletta. “Sfumato l’affare Mammana, piombò a Firenze un difensore che è rimasto un mistero: Benalouane. Il suo acquisto è stato a lungo sinonimo del fallimento di quella stagione”, scrisse La Repubblica.

Il difensore non recupera dai suoi guai fisici. Così la Fiorentina decide di non pagargli più lo stipendio. E lui mette in mora il club. Una storia senza lieto fine. Ma non sarà l’unica. Quando torna a Leicester Benalouane partecipa alla festa scudetto delle Volpi. Solo che c’è un intoppo. Per lui il successo non è neanche nominale. In stagione non ha raggiunto il minimo di presenze utile per fregiarsi del titolo di campione. Una soglia di sbarramento che lo lascia ai margini. Nel biennio successivo mette insieme 12 presenze. Sono le ultime nel calcio che conta. A gennaio del 2019 precipita in Championship, la Serie B inglese. Lo vuole il Nottingham Forest. Con la squadra che veste il rosso Garibaldi non va meglio. Dodici presenze in un anno e mezzo. La parte finale della sua carriera lo porta all’Aris, lo porta a Salonicco. E lui che non è mai stato fra i primi ora si spende per gli ultimi.

Tutto è nato per caso: “Ero con un amico – ha raccontato – Ha scattato una foto e dopo che è stata pubblicata su internet molte persone hanno detto che erano interessate ad aiutare o stavano facendo qualcosa di simile. Così ho capito che potevamo iniziare un movimento. Ora, ogni settimana, mi raggiungono da otto a dieci persone. Portano vestiti, medicine, cibo, tutto. Facciamo una passeggiata per la città e condividiamo le cose. A volte, condividiamo solo qualche parola, perché la gente per strada ha bisogno di parole, di sentire che non è sola. Questo è davvero importante”. E ancora: “Cerco di portare loro cibo, vestiti e medicine, ma anche amore. Proviamo a cambiare la loro prospettiva. A volte hanno perso la fede. Allora cerchiamo di portare loro un po’ di forza, di dire: ‘Non arrendetevi, cercate di andare avanti. Io sarò al tuo fianco per darti un aiuto. Cerca di fare qualcosa nella tua vita, perché la vita non è mai finita. A volte un passo è l’inizio di un lungo viaggio'”.

A ispirarlo è stato un ricordo. Perché la famiglia di Yohan ha conosciuto la povertà da vicino. Il padre lavorava tutti i giorni. E a volte i suoi genitori mangiavano pane e olio per lasciargli la cena. “Quando ho visto tutte le cose che mio padre ha fatto per me, ho capito che dovevo restituire qualcosa al mondo. Ed è per questo che ho creato il movimento”, ha detto Benalouane. Il suo esempio è riuscito ad andare oltre le divisioni. Perché un giorno Yohan è stato avvicinato da alcuni tifosi del Paok, l’altra squadra di Salonicco. Sulle loro facce c’erano stampati sorrisi. Nella loro voce qualche traccia di imbarazzo. Hanno chiesto come potevano rendersi utili, come potevano superare le divisioni per creare qualcosa di più grande. E ci sono riusciti. Per il suo impegno il tunisino è stato candidato a uno dei riconoscimenti annuali assegnati dalla Fifpro, che vuole premiare i calciatori più attivi nel sociale. Ma forse questa è la parte meno importante della storia.

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