È un nuovo disastro ambientale quello scoperto dalla Guardia costiera di Taranto. Niente a che vedere con le emissioni dell’ex Ilva, ma con la pesca abusiva di oloturie, i cosiddetti “cetrioli di mare”, che a parere del giudice per le indagini preliminari ha danneggiato in maniera quasi irreversibile l’ecosistema del mare tarantino. È stata ribattezzata “Kalimera” l’operazione della capitaneria di porto che ha portato agli arresti domiciliari 17 persone, gran parte delle quali accusate di aver costituito una vera e propria associazione a delinquere che nel giro di pochi anni ha asportato dalle acque ioniche tonnellate di esemplari di oloturie tanto che causare “un grave danno alla biodiversità presente nei tratti di mare interessati, nonché l’alterazione grave ed irreversibile dell’ecosistema marino”.

Le indagini coordinate dal pubblico ministero Mariano Buccoliero hanno permesso di individuare un gruppo che aveva al vertice il 37enne tarantino Ivan Cardellicchio e 60enne Vito Modesto Colella, originario di Polignano a Mare nel barese. I due, secondo quanto si legge nelle 61 pagine che compongono l’ordinanza di custodia cautelare, erano al vertice dell’associazione e coordinavano le attività dei pescatori che venivano retribuiti sulla base della quantità di prodotti che riuscivano a raccogliere: “Sono quest’ultimi – scrive nell’ordinanza il gip Benedetto Ruberto – a porre materialmente in essere l’attività delittuosa di pesca delle oloturie, distruggendo e deturpando in maniera irreversibile l’ecosistema marino, sotto le direttive e le indicazioni dei loro due capi”.

Il sistema era semplice e ben organizzato: Cardellicchio organizzava il lavoro dei sommozzatori con particolare attenzione agli orari di pesca e alla distribuzione dei compiti, e poi provvedeva alla raccolta del pescato. Colella fungeva invece da intermediario e trasportatore del prodotto che finiva soprattutto nell’hinterland barese e brindisino per essere poi rivenduto all’estero dove le oloturie sono considerate non solo una prelibatezza dal punto di vista culinaria, ma sono un prodotto fortemente ricercato per le imprese del settore cosmetico e farmaceutico. Anche per questo il cetriolo di mare è una specie marina sulla quale il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha posto l’attenzione emanando un decreto nel 2018 per contrastare le sempre maggiori dimensioni che aveva assunto il fenomeno del prelievo e che finiva nei mercati principalmente nei mercati extracomunitari.

Non solo. Il decreto ha vietato la pesca e ogni altra attività anche per tutelare il ruolo ecologico delle oloturie: secondo gli scienziati, infatti, le oloturie sono “biorimediatori naturali”, cioè organismi “capaci di fornire un servizio di depurazione degli inquinanti batterici presenti nell’ambiente marino”. E a questo si aggiunge anche un effetto “facilitatore” nell’insediamento delle piante acquatiche come la Posidonia oceanica e la Cymodocea nodosa che danno vita a foreste marine di fondamentale importanza nei processi che regolano gli ecosistemi costieri. Senza oloturie, insomma, sarà più difficile che creino queste “oasi”.

Non meno trascurabile del danno ambientale, però, è l’aspetto dei rischi per la salute umana: la pesca nelle acque del capoluogo ionico, infatti, è soggetta a una serie di controlli su inquinanti dovuti alle emissioni generate dal polo industriale, compresa l’ex Ilva. “Il danno alla salute umana non è da escludersi – ha infatti spiegato il gip Ruberto – se si considera che il pescato sfugge ad ogni tipo di controllo sanitario e potrebbe essere assoggettato a contaminazione di tipo batteriologico oltre che chimica da metalli pesanti, diossine o Pcb”. L’indagine è partita nel 2019 grazie alle denunce dell’attivista Luciano Manna che, attraverso le colonne di Veraleaks.org, aveva raccontato la pesca di frodo e i danni subiti da un ambiente già martoriato come quello ionico. Ma quella di oggi non è la prima inchiesta sul traffico di oloturie. Già nel 2015 un’indagine della Guardia di finanza aveva svelato gli affari da milioni di euro che alcuni esponenti della criminalità tarantina avevano avviato con la Cina. Tra gennaio e luglio 2015, oltre 350 tonnellate di prodotti erano infatti giunti nel Paese asiatico per un controvalore di 2,5 milioni di euro.

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