Nel 1989 il futuro della geometria bipolare restava ancora insondabile. La sua valenza conflittuale era ormai depotenziata e la sua centralità andava scemando all’interno della crescente globalizzazione dell’economia di mercato. La maggior fluidità della situazione – chiaramente più semplice da leggere a posteriori per noi, piuttosto che per chi stava dentro questi processi – ci porta in Germania e a Berlino. Nel corso degli anni Ottanta tutta l’Europa dell’Est aveva visto divaricarsi la forbice tra aspirazioni e condizioni materiali. La Germania dell’Est attraversava ripetute crisi della bilancia dei pagamenti da cui riemergeva a fasi alterne, vincolandosi però a prestiti che provenivano da Bonn, dalla Germania ovest, in cambio dei quali venivano concessi sminamento dei confini, rilascio di alcuni prigionieri politici e soprattutto la graduale liberalizzazione degli spostamenti tra le due Germanie. Nel 1987 a quasi 30.000 cittadini della Germania Est fu concesso di emigrare oltre muro.

Nonostante questo flusso di capitali però la spirale dell’indebitamento proseguiva. Contemporaneamente aumentarono anche altri tipi di flussi: crebbe specialmente il passaggio di informazioni oltre la cortina di ferro, sostenuto dai viaggi e dalla penetrazione della televisione e dei media occidentali. Questo fattore da un lato fornì grosso sostegno ai gruppi di dissenso; dall’altro influenzò profondamente la nuova generazione. Infatti, l’esposizione dei giovani alla cultura di massa occidentale erodeva i canali dell’identificazione socialista e avvicinava alla cultura del consumo. Nondimeno la presa d’atto degli standard di vita materiali occidentali, rappresentata mediaticamente in maniera idealizzata, velocizzava la percezione delle criticità interne.

Attraverso i movimenti delle idee e dei capitali, dei prodotti di consumo materiale e culturale, stava crescendo quel dissenso che avrebbe comportato un moto sociale e politico dal basso di lì a poco, seguendo anche l’onda di un riavvicinamento che già da qualche tempo era in corso e si chiamava Ostpolitik. Tuttavia c’erano anche altre espressioni di dissenso. Partiamo dai fatti più noti. Gorbačëv, allora presidente dell’URSS, stava portando avanti una peculiare rottura con il precedente sistema sovietico e in particolar modo nel quadro internazionale, premendo per la costruzione di una “casa comune europea” e per l’autodeterminazione di ogni Paese, che, come aveva spiegato in sede congressuale, nel 1988, “doveva decidere da sé quale sistema economico e politico preferisse”. Nel 1989, in marzo, in Russia i candidati democratici e populisti ottennero più seggi dei comunisti; in Polonia Solidarnosc tornò partito legale e ottenne ben 92 su 100 seggi. Qui ad agosto nacque il primo
gabinetto non comunista di tutta l’Europa orientale. Nello stesso mese l’Ungheria aprì i confini all’Austria. Berlino richiese un’interruzione dell’esodo ma nessuno ebbe modo d’intervenire.

Il 7 ottobre del 1989 i leader comunisti convergevano a Berlino per la celebrazione dell’anniversario della Repubblica democratica tedesca. Due giorni dopo centomila persone scendevano in piazza a Lipsia e nelle settime successive dilagarono manifestazioni in altre città, chiedendo legalizzazione delle opposizioni, elezioni libere e diritto a varcare i confini. Ai primi di novembre furono aperte le trattative con Bonn. L’idea era invero quella di una riapertura solo parziale dei confini, tuttavia nel caos di un sistema in fibrillazione, con i ministri e l’intero Politburo dimissionari, una confusa comunicazione indusse la stampa ad annunciare l’apertura dei confini. Alle 23:30 del 9 novembre le guardie di frontiera lungo il muro, prive di ordini, lasciarono i passaggi aperti: da Est e da Ovest una cospicua folla si riversò contro il muro, cominciando a demolirlo.

Qualche giorno prima però, il 4 novembre, c’era stata anche un’altra mobilitazione di piazza, che aveva richiamato altissimi numeri. Tra le 500.000 e il milione di persone diedero corpo alla chiamata della scena teatrale della Berlino Est e occuparono le strade per una Germania dell’est socialdemocratica. Era il più grande raduno spontaneo e non statale della storia della Repubblica Democratica. La manifestazione iniziò alle dieci della mattina nel centro di Berlino, e andò da Prenzlauer Allee fino a Karl-Liebknecht-Straße e al Palazzo della Repubblica, continuò su Marx-Engels-Platz, e attraversò Rathausstraße per finire su Alexanderplatz, il cuore di Berlino Est. Attraversò l’intero centro cittadino, inclusi i quartier generali delle più importanti istituzioni statali (il Consiglio di Stato, il Ministero degli Esteri, la Commissione Centrale del Sed, il parlamento, il municipio), prima del raduno finale ad Alexanderplatz, durato oltre tre ore.

Durante il raduno ci furono molti interventi di personalità artistiche e culturali dell’epoca che effettivamente si contrapposero alle strutture di potere esistenti, in quanto sinonimo di immobilismo e impossibilità di rinnovamento. Tuttavia, le richieste principali andavano verso la rivendicazione di riforme strutturali per un socialismo democratico, formula ben diversa da quella dell’assimilazione all’interno del sistema occidentale. I manifestanti si battevano per l’abolizione del dominio assoluto del Partito socialista unificato tedesco, per avere delle elezioni democratiche, per la legalizzazione dei movimenti per i diritti civili che erano spuntati in tutto il Paese, per la libertà di stampa e di riunione, la dissoluzione del Ministero per la Sicurezza dello Stato (la cosiddetta Stasi) e la fine della sorveglianza dei servizi segreti. Tutto ciò si combinava con una revisione radicale della storia della Repubblica Democratica, con una discussione sulle difficoltà economiche e i problemi ambientali del paese, e con la fine della censura sulla stampa. L’idea emergente era quella di riformare e migliorare la Repubblica Democratica Tedesca, non di abolirla.

Le dinamiche di quei giorni oscurarono la portata di quella manifestazione, di cui ancora, malgrado siano sopravvissute le riprese televisive, non esiste nessun documento video disponibile per l’acquisto ed esistono soltanto alcune registrazioni audio che, comunque, danno idea solo vaga della portata sociale dell’evento. Ciononostante, il susseguirsi degli eventi portò anche la narrazione completamente altrove. Nessuno si sarebbe allora aspettato un simile esito, a prescindere dall’evidenza del fermento sociale. Erich Honecker, segretario generale del Partito di Unità Socialista (Sed) e presidente del Consiglio di Stato, a metà gennaio di quello stesso anno aveva dichiarato: “Il Muro continuerà a esistere per cinquanta o forse cento anni, se il motivo della sua esistenza non verrà risolto”.

Il portato simbolico del muro ha implicato, con il suo crollo, uno spostamento della narrazione in chiave totalmente manichea, al di fuori della complessità storica. Il contrasto tra le due visioni del mondo antitetiche statunitense e sovietica e gli esiti della guerra fredda hanno fatto sì che si montasse una retorica fortemente polarizzata sulla “fine della storia”, sul trionfo conclusivo dell’eroe occidentale contro il cattivo sovietico. L’idea che il fallimento del socialismo reale garantisse il trionfo di capitalismo e democrazia, lette come elementi sempre connessi, non prendeva in considerazione la storia e le dinamiche del capitalismo stesso e la sua distinzione dal concetto e dalle partiche della democrazia.

C’è infatti un’altra parte della storia che esce da quegli anni. Le rivoluzioni borghesi, che hanno distrutto gli Stati assolutisti introducendo lo stato liberale e creando il terreno per lo sviluppo del capitalismo moderno, non hanno però portato alla formazione di Stati democratici: parliamo di società in cui il voto era ristretto per censo e per sesso. Il binomio democrazia-capitalismo non fu tale in partenza. Tra l’altro, solo con la comparsa dei movimenti sociali di massa, nati in contrapposizione alle dinamiche economiche del capitalismo, lo stato liberale (e non democratico) è stato costretto ad allargare la franchigia elettorale.

La contraddizione tra realtà delle cose e narrazione emerge anche nella contemporaneità: se si guarda all’Index of Economic Freedom, si può notare che nel 1996 l’Honduras, una dittatura militare, risultava al secondo posto. Inoltre, l’Index of human freedom non include tra i parametri il suffragio universale e le elezioni multipartitiche. Senz’altro la caduta del muro di Berlino è un evento che non può essere minimizzato poiché con essa è cambiata la percezione di un mondo che ha visto chiudersi “il Secolo breve” e aprirsi un periodo denso di cambiamenti sociali, economici, politici. Al contempo però va letto nella sua complessità, considerando che dietro i simboli, comunque, risiede la storia.

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