“Da anni un italiano residente a Caracas può votare per posta. Invece un residente a Palermo domiciliato a Torino per motivi di studio o lavoro deve tornare, investendo tempo e denaro, altrimenti non può votare”. Il paradosso sottolineato da Federico Anghelé, direttore dell’organizzazione non profit The Good Lobby, ripropone la questione del diritto di voto per chi è fuori sede in vista delle prossime elezioni regionali in Calabria e delle amministrative che interesseranno 1.300 Comuni. Tema ancor più attuale in tempi di Covid, con la necessità di limitare al minimo gli spostamenti.

Ai tentativi del Parlamento di trovare una soluzione, il ministero dell’Interno frappone problemi logistico-organizzativi “insormontabili”. Una posizione che Anghelé interpreta come “resistenze degli apparati burocratici. La volontà politica di riconoscere un diritto c’è, ma non si arriva mai al dunque”. E così l’Italia finisce in fondo alla classifica dei paesi Ue: secondo il report Fuori sede al voto: realtà in Europa, miraggio in Italia preparato da The Good Lobby e dal comitato Io voto fuori sede, solo Italia, Cipro e Malta non hanno previsto alcun sistema che tuteli in questo senso i cittadini in mobilità. Alle quasi 3 milioni di persone che secondo l’Istat vivono fuori dalla loro regione di residenza non resta che un’unica soluzione: “Ma spesso è impraticabile – dice Anghelé – visto che i costi di trasporto vengono rimborsati solo in modo parziale e gli impegni di lavoro o studio spesso sono un ostacolo alla possibilità di intraprendere un lungo viaggio”.

Eppure di soluzioni in giro per l’Europa ce ne sono, secondo l’analisi di The Good Lobby. La Spagna, per esempio, è uno dei Paesi dove si può votare per corrispondenza sia alle elezioni politiche, che a quelle regionali, comunali ed europee. Un metodo di voto che agli spagnoli sembra piacere: alle politiche di aprile 2019, riferisce il report, hanno votato per posta ben 1.362.500 persone, mentre alle consultazioni municipali di Madrid del 2021 le richieste di voto per posta sono state 235.696.

In Francia, fa notare The Good Lobby, si può addirittura votare per delega. In sostanza l’elettore assente sceglie una persona che voti al suo posto, rispettando le istruzioni date da chi delega. In tal caso l’elettore, spiega il report, deve “compilare un modulo online oppure cartaceo e presentarsi di persona davanti a un pubblico ufficiale. L’elettore non deve fornire alcuna certificazione per giustificare la propria assenza”. Il ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2017 ha visto il 7% dei voti espressi per delega. Anche nel Regno Unito, in Polonia, Belgio, Paesi Bassi e Svezia ci sono sistemi analoghi di voto per procura. Sistemi, va però detto, che difficilmente potremmo importare: se delegassimo qualcuno a esprimere un voto secondo le nostre indicazioni, il nostro voto non sarebbe più segreto e si andrebbe a ledere un principio sancito dall’articolo 48 della Costituzione.

In Estonia si può votare a distanza grazie all’i-voting, cioè attraverso Internet. “Il voto elettronico con risultati vincolanti viene effettuato in Estonia dal 2005 – si legge nel report – L’i-voting è popolare soprattutto perché considerato efficiente e conveniente. Tuttavia, diversi osservatori internazionali sostengono che le tecnologie attuali sono ancora troppo vulnerabili e che organizzare elezioni generali tramite il voto elettronico porrebbe problemi di sicurezza informatica non trascurabili”. In ogni caso oggi un terzo dei voti in Estonia vengono espressi via Internet.

In Danimarca chi non può andare al proprio seggio il giorno del voto ha la possibilità di votare in un seggio diverso da tre settimane a due giorni prima delle elezioni. Alle Parlamentari del 2019 la procedura di voto anticipato è stata utilizzata nell’8,37% dei casi. Un sistema simile è presente in altri 11 Paesi europei, ma non ancora in Italia. Da noi solo proposte di legge, come quella del deputato del M5s Giuseppe Brescia, che prevede il voto nella prefettura dove si è domiciliati, o quella dell’ex ministra del Pd Marianna Madia che punta sul voto per corrispondenza e la sperimentazione del voto elettronico. Tutte idee ferme al palo per le resistenze del Viminale. “Così i cittadini che vivono, studiano o lavorano lontano dal proprio luogo di residenza – conclude Anghelé – vengono sistematicamente privati del loro diritto di voto”.

@gigi_gno

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