Per ventiquattro anni è stato gli occhi dell’Italia alle Olimpiadi. Da Barcellona ’92 fino a Rio 2016. Senza interruzione. Non c’è emozione che non abbia catturato. Le lacrime di acqua dolce dei vincitori accanto a quelle salatissime degli sconfitti. Perché Nazareno Balani è stato molto più del regista dietro ai grandi eventi sportivi targati Rai. È stato l’uomo che ha curato la narrazione per immagini dei Giochi, che ha distillato l’essenza a 5 cerchi e l’ha fatta apparire sui nostri televisori. Ora però Balani è passato dall’altra parte dello schermo. Le immagini non le sceglie più, si limita a guardarle. Perché dopo Rio 2016 è andato in pensione. Così gli abbiamo chiesto di raccontarci le sue prime emozioni da spettatore. Ma soprattutto gli abbiamo chiesto di aprirci quel tesoro di aneddoti e curiosità che ha accumulato durante la sua incredibile carriera.

Balani, com’è il passaggio dall’altra parte dello schermo?
Sto seguendo queste Olimpiadi anche se devo dire che l’orario non è molto favorevole. Sono andato via dalla Rai, e quindi ero un po’ preparato all’idea di assistere ai Giochi da spettatore. Devo dire che mi dispiace vedere gli stadi vuoti. La regia giapponese è sempre stata “fredda”. Così però è addirittura gelida.

I giapponesi lasciano troppo poco spazio al racconto emozionale?
Sì, la loro impostazione è ipertecnologica, iperprecisa. E questo lascia poco spazio al sentimento. Le faccio un esempio: se uno arriva secondo e si mette a piangere noi favoriamo quell’immagine rispetto a quella del vincitore. Lo storyboard dei giapponesi non prevede una simile eventualità.

Rinviare queste Olimpiadi avrebbe comportato tre miliardi di perdite. Ha vinto l’economia?
Capisco la scelta. Rinviare queste Olimpiadi avrebbe danneggiato anche i prossimi Giochi. E poi c’è anche il punto di vista degli atleti: si preparano per quattro anni e se perdono questa vetrina rischiano di restare nell’anonimato. Per un atleta che gareggia negli sport che qualcuno definisce “minori” saltare un’Olimpiade può diventare un dramma in grado di condizionare tutto il futuro della sua carriera e della sua vita. E poi c’è anche un altro aspetto.

Prego
L’investimento economico fatto dal Giappone doveva essere giustificato. Le Olimpiadi sono già un bagno di sangue. Investire e poi non portarle a termine sarebbe stato uno scenario terribile.

A Tokyo 2020 è un’Olimpiade senza sovrastruttura. Basta a porre l’accento sullo sport?
Io credo che vada ripensata l’idea di Olimpiade. Nessun Paese è in grado di sostenere il costo dei Giochi. Il Brasile se li era fatti assegnare nel momento massimo del suo fulgore economico, ma li ha ospitati effettivamente proprio quando era entrato in crisi. Così ha dimostrato che si possono fare questi eventi anche risparmiando. Il Giappone invece aveva annunciato che sarebbero stati i primi Giochi senza remissioni economiche, ma visto il momento purtroppo andranno lo stesso in rosso. Pechino 2008 è stata la dimostrazione della potenza cinese e quindi non fa testo. La Grecia si è giocata quei due punti di Pil moltiplicati per gli anni a seguire. Questo elefantino non può più essere supportato. C’è questa corsa a fare sempre di più quando invece andrebbe ridimensionato anche il numero di atleti che possono partecipare. Tutto ormai è diventato complicato, un Villaggio Olimpico di queste dimensioni è ingestibile.

E invece si è andati proprio nella direzione contraria, inserendo nuove discipline
In parte è un tentativo per creare interesse da parte delle fasce più giovani, ma conta anche l’industria e la pressione che c’è intorno a queste discipline. Accreditarsi come sport olimpico dà una grande spinta alla vendita e alla diffusione dello sport. Ma credo che la maggior parte dei ragazzi che vanno sullo skateboard non ci pensino proprio alle Olimpiadi. Mentre le industrie quel pensiero ce l’hanno eccome.

Come è cambiato il linguaggio delle immagini televisive in questi trent’anni?
Guardi, le riprese delle Olimpiadi sono molto conservative. L’ultima sperimentazione è stato l’ultra motion, poi basta. Tutto è molto classico perché si deve servire ogni tipo di televisione. I Paesi arabi non vogliono inquadrature delle ragazze in un determinato modo, poi l’atletica ha la sua grammatica. Ovviamente queste necessità non possono essere ignorate, così tutto diventa molto standard. Però accanto alla ripresa per la televisione c’è quella per i social network. E qui si può trovare qualcosa di interessante. Così come nel film dell’Olimpiade, dove usano tutto quello che si discosta dal taglio tradizionale. Il Giappone è molto avanti, quindi ora sperimenterà il 7k. È un processo che ci porterà a cambiare televisore ogni tre anni.

Come si concilia la fase emozionale con la cronaca dei protagonisti dello sport?
Uno esclude l’altro. Per questo c’è la personalizzazione. Noi, come tutti gli altri grandi network, aggiungevamo delle telecamere negli stadi dove pensavamo che saremmo arrivati a medaglia, in modo da catturare le facce dei nostri atleti, le loro espressioni. Questo è fondamentale per raccontare lo sport. Pensi al quarto classificato. Nessuno se lo fila, ma in verità è un grande risultato. Sono tutte emozioni che rischiano di andare perse.

Quali sono state le Olimpiadi più difficili da raccontare?
Atlanta, senza dubbio. E per un motivo in parte aziendale: la Rai aveva sbagliato a prendere gli alberghi. O meglio, li aveva presi su una linea di metropolitana che non arrivava allo stadio. Bisognava cambiare linea, poi fare un lungo tratto a piedi. Noi arrivavamo la mattina e andavamo via la sera. Era un delirio. Poi un americano mise un tubo di esplosivo in un giardino. Non c’entrava nulla con le Olimpiadi ma quel gesto fece schizzare l’attenzione alle stelle. Muoversi era diventato difficilissimo, così come entrare o uscire dall’International Broadcasting Center. Eravamo completamente impreparati. Ma allora le Olimpiadi erano soprattutto divertimento. Ora sono diventate qualcosa di diverso.

La gara più bella che ha seguito?
L’oro di Jury Chechi ad Atlanta 1996. Lui è un personaggio straordinario. Aveva subito dei torti e non era stato zitto. La sua vittoria mi ha trasmesso una gioia incredibile. Un’altra bella vittoria è stata quella di Alex Schwazer a Pechino 2008. Ritengo che lui abbia subito un’ingiustizia incredibile: lui ha avuto il coraggio di ammettere il suo errore e ha denunciato chi lo aveva aiutato a compiere quell’errore. Ma la seconda volta, secondo me, non era dopato. Meritava di disputare un’altra Olimpiade.

La sconfitta più dolorosa?
Mi dispiaceva sempre molto per quei ragazzi che erano arrivati all’Olimpiade con un margine minimo e poi magari in qualificazione facevano tre nulli e il lavoro di quattro anni finiva lì. Capivo che per loro era un dramma. Se almeno riesci a gareggiare hai una soddisfazione. Uscire ancora prima è brutale. Per il 95% dei ragazzi il raggiungimento dei Giochi è un sogno. L’altro 5% è composto da campionissimi che sono già famosi e avranno anche altre occasioni. Per la maggior parte degli atleti non è così.

L’atleta per il quale ha tifato di più?
Ho tifato moltissimo per i nostri maratoneti. Perché erano bravi e vincere la maratona alle Olimpiadi è fantastico. Io sono molto distaccato quando lavoro. La situazione già è stressante e non ti puoi caricare sulle spalle altri problemi. Ultimamente devo dire che c’è stato un atleta che mi ha regalato una gioia. Matteo Berrettini che gioca la finale di Wimbledon. Il modo in cui è stato sconfitto, da uomo, giocandosi la partita, e il modo in cui ha accettato quel verdetto ha generato più ammirazione della vittoria dell’Italia agli Europei.

Lei che è stato i nostri occhi ci dia un ricordo per ogni Olimpiade? Iniziamo da Barcellona 1992.
Sono stati Giochi sperimentali. Per la prima volta la Rai copriva l’evento con una personalizzazione. Ma non eravamo preparati. Abbiamo fatto degli errori. Ci siamo ritrovati in spazi strettissimi con dotazioni tecniche insufficienti. La personalizzazione si fa prendendo tutti i segnali. Che sono 45. Noi a Barcellona non avevamo tutti questi schermi. Così c’era la scommessa di cercare la gara di un italiano prima che finisse. Un incubo, ma ce l’abbiamo fatta.

Atlanta 1996.
Abbiamo scoperto che al museo della Coca Cola ci sono le annate, come per i vini. Puoi chiedere di assaggiare quella del ’36, del ‘78. Era meraviglioso assistere all’assoluta stupidità della cosa, con la gente che beveva e diceva di accorgersi del sapore differente della bevanda.

Sidney 2000.
È stata un’avventura meravigliosa, un posto bellissimo. È stata l’unica volta in cui sono stato all’interno del Villaggio Olimpico. Abbiamo fatto una vita monastica perché non uscivamo mai, ma stavamo a contatto con gli atleti. È stata esperienza straordinaria. I super big vanno in albergo, dove sono super protetti. Così vedere questi ragazzi che si divertivano, che andavano a letto presto comunque, o almeno immagino, è stato bellissimo.

Atene 2004.
Nelle strade di ogni città che ospita i giochi ci sono delle corsie olimpiche riservate. Mi ricordo che i greci passavano su queste corsie in continuazione, anche se non ne avevano diritto. Venivano fermati da agenti coi fucili, ma dopo poco ricominciavano. Mi dicevo: pensa se lo facessero a Roma, se chiudessero l’Olimpica al traffico. Sai che casino? Recentemente ci ho ripensato perché queste Olimpiadi sono quelle che avremmo potuto organizzare noi, visto che eravamo candidati. A questo punto meno male che non sono andate a buon fine.

Pechino 2008.
Sono stati i Giochi della consapevolezza della grandezza dell’impero. I cinesi ti davano tutto. Anzi, te ne davano due. Se chiedevi un asciugamano ecco che te ne portavano una montagna. Serviva a farti capire che la Cina era diventata una potenza mondiale. E volevano che venisse raccontato. È stata l’Olimpiade più opulenta alla quale ho partecipato.

Londra 2012.
Noi della Rai avevamo i secondi diritti. Sky aveva duemila metri quadri di spazio. Noi 200. Abbiamo fatto un lavoro straordinario. Non abbiamo perso nulla di tutte le vittorie e le sconfitte degli italiani. E abbiamo fatto ascolti sensazionali. Sky fece un grande lavoro, anche se un po’ presuntuoso. Non si improvvisano le Olimpiadi. Noi eravamo come i vietcong nella giungla.

Rio 2016.
Un’Olimpiade povera, difficile. I brasiliani neanche potevano pensare alle corsie. Muoversi è stato difficilissimo, sono stati Giochi con riprese molto semplici ma efficaci. Prima volta che si è dimostrato che con un’Olimpiade si possono risparmiare tanti soldi.

Uscendo dalla dimensione olimpica, molti giornali hanno pubblicato il filmato di Eriksen che si accascia a terra contro la Finlandia. Siamo al voyeurismo?
Assolutamente sì, ma non da oggi. Nella mia carriera ci sono stati 2 o 3 casi di ciclisti che si sono fatti veramente male. Ho evitato di far vedere loro a terra. E la Rai è stata d’accordo da me. Non abbiamo voluto mostrare una immagine che non è un’immagine. Si mostra il replay della caduta e basta. Una persona che sta male va protetta. Diventano problemi suoi. Noi non possiamo essere spettatori di uno spettacolo privato.

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