Mentre è in corso una vera e propria guerra sulla questione del rinnovo dell’approvazione dell’uso del glifosato (dopo la scadenza del periodo in corso, prevista per la fine del 2022), arrivano nuove rivelazioni sull’ingrediente principale del popolare erbicida Roundup del colosso farmaceutico tedesco Bayer, che ha acquistato la Monsanto nel 2018. Secondo la ricerca di 187 pagine, “Evaluation of the scientific quality of studies concerning genotoxic properties of glyphosate”, finanziata dalla ong SumOfUs e condotta da Siegfried Knasmueller e Armen Nersesyan, due esperti di genotossicità dell’Istituto di ricerca sul cancro dell’Università di medicina di Vienna, la maggior parte degli studi sulla sicurezza presentati alle autorità di regolamentazione da grandi aziende chimiche non è conforme ai moderni standard internazionali per rigore scientifico, mentre mancherebbero i test maggiormente in grado di rilevare i rischi di cancro. Sono rivelazioni che promettono di cambiare le carte in tavola e di alimentare in molti Paesi l’acceso dibattito sull’opportunità di utilizzare gli erbicidi a base di glifosato, sospettati di causare il cancro.

La guerra del glifosato – Tutto dopo che, nel 2015, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha incluso fra le sostanze “probabilmente cancerogene”, basandosi principalmente su un ampio corpo di ricerche pubblicate e sottoposte a revisione paritaria. Nello stesso anno l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), sulla base di studi scientifici pubblicati, ma anche di studi di settore mai divulgati, è arrivata alla conclusione dell’improbabilità che il glifosato potesse costituire un pericolo cancerogeno per l’uomo. Un’assoluzione è arrivata anche dall’Epa, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente.

Due anni dopo, nel 2017, la Commissione Ue ne ha così approvato l’uso fino al 15 dicembre 2022. Oggi è in ballo il rinnovo chiesto nel 2019 dal Glyphosate Renewal Groupl (GRG) gruppo di otto aziende produttrici, che nell’estate del 2020 hanno a loro volta presentato un dossier basato su studi scientifici a supporto della sicurezza del glifosato. Nel frattempo, però, una decisione del tribunale del 2019 ha costretto l’Efsa a fornire l’accesso del pubblico, aprendo la strada ad analisi, come quelle di Knasmueller, che arrivano come un terremoto sullo scenario internazionale. Non è un caso se diverse organizzazioni della società civile e che fanno parte dell’iniziativa dei cittadini europei ‘Stop Glyphosate’ chiedono all’Efsa di tenere conto di queste nuove scoperte nella nuova procedura di autorizzazione del glifosato.

Quegli studi sulle scrivanie dei regolatori europei – Il rapporto, infatti, è frutto dell’analisi di 53 studi presentati alle autorità. Si tratta di studi commissionati o condotti (e entrambe le cose) dall’ex Monsanto Co (oggi gruppo Bayer) da Syngenta, Dow e altre aziende coinvolte nella produzione o nella vendita di glifosato. Alcune di queste ricerche, tra l’altro, risalgono a decenni fa. Non è chiaro se alcuni o tutti gli studi esaminati nell’analisi facciano parte del pacchetto che il GRG ha presentato alle autorità europee ma di certo, come sottolineando i ricercatori austriaci, i risultati sono stati inclusi nelle recenti presentazioni alle autorità di regolamentazione in Europa e negli Stati Uniti.

Il documento di quattro paesi europei (Francia compresa) – Il riferimento è al primo rapporto sulla sicurezza della sostanza presentato il 15 giugno 2021 nell’ambito del rinnovo dell’autorizzazione Ue. In pratica la valutazione della richiesta del gruppo di aziende da parte dell’Agg, costituito dalle autorità di Francia, Ungheria, Paesi Bassi e Svezia e incaricato dalla stessa Commissione Ue. Un documento di 11mila pagine nel quale si giunge alla conclusione che l’erbicida glifosato non è cancerogeno, non è mutageno, né tossico per la riproduzione e, quindi, avrebbe i requisiti per essere ri-autorizzato in Europa, anche se si raccomandano ulteriori analisi del suo impatto sulla biodiversità. E tra i Paesi che ora chiedono il rinnovo c’è anche la Francia di Emmanuel Macron che, nel 2017, appena eletto presidente aveva promesso di vietare il glifosato entro tre anni, per poi introdurre nel 2020 incentivi agli agricoltori per dimezzarne l’uso entro il 2022. Le analisi e le raccomandazioni delle quattro autorità nazionali sono state consegnate all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e all’Agenzia europea dei chimici (Echa) a cui spetta la fase finale della valutazione e che, su tali analisi, avvieranno una consultazione on line a settembre. Raccolti i commenti, Echa e Efsa stileranno le loro conclusioni, attese rispettivamente per maggio e giugno 2022. Sarà quindi la Commissione europea a dover preparare una proposta legislativa sulla base dei pareri scientifici, da presentare ai paesi membri.

L’analisi dei ricercatori di Vienna – Ma la nuova analisi mette in discussione gli studi utilizzati per giungere a quel corposo documento su cui verrà avviata la consultazione. Secondo i ricercatori gran parte della metodologia utilizzata negli studi del settore è obsoleta e non in linea con gli standard internazionali di qualità. “La qualità di molti di questi studi è molto scarsa” ha detto al quotidiano inglese Guardian Siegfried Knasmueller, ritenendo “non giustificabile da un punto di vista scientifico” il fatto che le autorità sanitarie abbiano accettato alcuni di questi dossier come informativi.

Gli studi aziendali in questione si concentrano sulle proprietà genotossiche del glifosato, indipendentemente dal fatto che causi o meno danni al dna e arrivano alla conclusione che il glifosato è sicuro (e non provoca il cancro) se utilizzato come indicato. “Dei 53 studi presentati alle autorità di regolamentazione dalle società, solo due erano accettabili, secondo gli attuali standard scientifici riconosciuti a livello internazionale (34 sarebbero “non affidabili” e 17 solo “parzialmente affidabili”)” ha affermato Knasmueller. Il ricercatore ha sottolineato, ad esempio, i limiti di alcuni test per valutare il danno cromosomico nelle fasi iniziali nei globuli rossi del midollo osseo nei topi e nei ratti di laboratorio che “rilevano di routine solo il 50-60% degli agenti cancerogeni”. Di più e meglio si sarebbe potuto fare con il cosiddetto ‘test della cometa’, comunemente usato per valutare la genotossicità e con il quale è possibile identificare gli agenti cancerogeni, rilevando il danno al dna nelle singole cellule in una varietà di organi. “Non riesco a capire perché le autorità sanitarie non abbiano chiesto tali dati” ha detto Knasmueller al quotidiano inglese.

La posizione dei regolatori e della Bayer – Nessun commento è stato rilasciato dall’Efsa che, però, ha ricordato come tutte le parti interessate potranno presentare commenti sulla bozza di valutazione del glifosato. Mentre l’Epa ha confermato che non sono ritenuti necessari i test delle comete, dichiarando che l’agenzia “si sforza di utilizzare studi di alta qualità” e “un’ampia serie di dati” durante la valutazione dei pesticidi. Ma Bayer, che fa parte del Glyphosate Renewal Group (GRG), ha affermato che il pacchetto di studi presentato alle autorità di regolamentazione da parte del gruppo è “uno dei dossier scientifici più estesi mai compilati per un principio attivo di pesticidi” e che ai fini della revisione era necessario presentare sia nuovi che vecchi studi aziendali di genotossicità. Di certo, però, questa analisi è l’ennesima tegola per la credibilità dell’intero sistema di regolamentazione. E arriva dopo diverse vicende controverse: dal caso scoppiato nel 2017 quando il Guardian ha scoperto che molte pagine del rapporto dell’Efsa per la valutazione dei rischi dell’uso del glifosato erano state copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione da parte delle aziende produttrici a quello che ha visto protagoniste l’Efsa ed Epa, la prima finita nella bufera per aver respinto uno studio che collegava il diserbante della Monsanto al cancro dopo aver consultato un funzionario dell’Epa statunitense collegato all’azienda.

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