I ministri dell’Interno dei 27 Stati membri ne discuteranno martedì, dopo il rinvio all’ultimo Consiglio europeo, ma si è ancora distanti dal trovare un punto d’incontro sul tema dell’immigrazione tra l’Italia e gli altri Paesi europei meno propensi ad allontanarsi dal sistema disegnato dagli Accordi di Dublino. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari Europei, Vincenzo Amendola, torna sul tema e manifesta “preoccupazione” per il fatto che i colloqui “procedono a rilento”. Ma fonti di Bruxelles rispondono chiedendo maggiore “flessibilità” da parte di Roma che, dicono, rimanendo ferma sulle sue posizioni sta ostacolando il raggiungimento di un accordo.

L’Italia insoddisfatta dal Patto sulle migrazioni. Ma Bruxelles: “Roma sia più flessibile”
“Noi abbiamo sollevato il tema già da maggio e arriverà al Consiglio europeo prossimo perché il negoziato attualmente in discussione a Bruxelles, il cosiddetto Patto per l’immigrazione, va molto a rilento e quindi siamo preoccupati”, ha dichiarato Amendola a Rai News24 dopo aver manifestato, nelle scorse settimane, l’insoddisfazione del governo italiano per le proposte della Commissione europea contenute nel nuovo Patto. “Pensiamo che questo accordo sia fondamentale anche per far fare un salto di qualità all’Europa che è molto divisa e non ha elementi di solidarietà e anche di efficacia per la gestione dei flussi migratori”, ha aggiunto spiegando che come Paese “stiamo chiedendo che questo negoziato vada al cuore del dibattito fra i leader politici”. Il sottosegretario ha poi concluso dicendo che “questo patto contiene vari elementi di legislazione europea, per ora le proposte che la Commissione ha avanzato non trovano l’accordo di tutti i Paesi. Si tratta proprio di dare vita a una gestione integrata, efficace e solidale ovviamente dei flussi migratori. Serve all’Europa per uscire da 10 anni di divisioni, e anche di tragedie che abbiamo vissuto soprattutto nel nostro Mar Mediterraneo“.

Ma proprio da Bruxelles arriva la risposta alle parole dell’Italia. Fonti europee sostengono che “le discussioni sono in corso, ma non è chiaro se condurranno a un accordo”. E puntano il dito contro l’atteggiamento dell’Italia: “Dovrebbe essere un po’ più disponibile e flessibile nei negoziati, per fare progressi. Talvolta viene dimenticato che Francia e Germania hanno ricevuto e continuano a ricevere più profughi e migranti rispetto all’Italia”.

Discussione rimandata al pranzo di lavoro dei ministri dell’Interno dell’Ue, al Consiglio di martedì in Lussemburgo: “In agenda non è previsto un punto specifico sulla richiesta dell’Italia per il ricollocamento dei migranti, ma la discussione tra ministri sarà l’opportunità per l’Italia di parlarne – continuano le fonti – Attualmente non c’è un dibattito formale su un meccanismo di solidarietà per l’estate. Ma come sempre c’è azione e coordinamento su base volontaria. Gli Stati membri hanno aiutato Italia e Malta quando c’è stato bisogno, col coordinamento della Commissione”.

Dalla Danimarca ok all’analisi delle richieste d’asilo fuori dall’Ue. Commissione: “Preoccupati”
Grecia e Danimarca “preoccupano” l’esecutivo europeo. Se su Atene resta da verificare la veridicità delle notizie secondo le quali le forze di sicurezza al confine stanno utilizzando cannoni sonori per fermare i migranti provenienti dalla Turchia, a non piacere a Palazzo Berlaymont è il risultato del voto del Parlamento di Copenaghen favorevole al trattamento delle richieste d’asilo fuori dall’Europa.

L’Ue, spiega un portavoce della Commissione europea, “condivide le preoccupazioni espresse dall’Alto commissario per i rifugiati dell’Onu sia sulla compatibilità degli obblighi internazionali della Danimarca che sul rischio di minare le fondamenta del sistema internazionale di protezione dei profughi”. Questo perché un provvedimento del genere “solleva questioni sull’accesso alle procedure di asilo e alla protezione”. Nello specifico, la nuova legge permette alla Danimarca di aprire centri di accoglienza per richiedenti asilo fuori dal suo territorio nazionale, delocalizzandoli di fatto in Paesi terzi. Una stretta sull’immigrazione del governo socialdemocratico guidato dalla premier Mette Frederiksen che ambisce a dissuadere l’arrivo di migranti nel paese nordico e che, per questo, ha ottenuto il sostegno di destra ed estrema destra passando a larga maggioranza.

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