Il 2020 è stato una falce sull’occupazione. Secondo i dati dei Consulenti del Lavoro, a ottobre c’erano 841mila posti in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Quasi il 56% delle perdite ha riguardato le donne, mentre il 44% gli uomini. In termini assoluti c’è una differenza di 100mila persone: 470mila donne sono rimaste senza lavoro, 370mila uomini. Questa è l’immagine da cui parte l’indagine dell’associazione Progetto donne e futuro onlus, fondata dalla deputata di Forza Italia Cristina Rossello nel 2007. L’obiettivo era cercare di delineare come queste ultime abbiano vissuto le fasi di apertura e chiusura determinate dalla pandemia e come il lockdown abbia influito sulla loro occupazione e sul rapporto fra impegni lavorativi e famiglia.

Stando alle risposte ricevute, al momento attuale il 57% delle donne lavora in presenza. Il dato è supportato in particolare dalle lavoratrici dipendenti del Nord Est Italia che dichiarano di trovarsi in una situazione economica difficoltosa. Il 34% è invece in modalità smartworking e comprende soprattutto le over 45 del Centro con una condizione economica definita ‘agiata’. Il restante 7,8% (numeri assoluti: 750mila donne) dice di essere in cassa integrazione, in congedo, in ferie o in aspettativa. Il 63% sostiene di essere riuscita a conciliare lavoro e famiglia, ma per il 37% l’operazione è stata difficoltosa. Allo stesso tempo il 26% ha registrato un maggiore carico nell’impegno domestico, riferito in particolare dalle più giovani che si trovano in una condizione economica difficoltosa. Solo il 2,8% ha dichiarato che il riassesto familiare da pandemia ha avuto un peso maggiore sull’uomo. Un recente questionario rivolto a un campione di 800 donne rappresentativo delle lavoratrici comprese fra i 18 e i 65 anni (realizzato dalla School of Gender EconomicsUniversità Unitelma Sapienza) ha in effetti messo in luce come il 75% delle intervistate si faccia esclusivo carico delle attività di cura non retribuite in famiglia. Sono perciò caregiver. Se in smartworking, si trovano a dover gestire una complessa sovrapposizione fra impegni lavorativi e domestici.

Secondo il sondaggio svolto da Progetto Donne e Futuro, la pressione derivante da questa combinazione fa sentire i propri effetti sul posto di lavoro per il 42% delle intervistate, che ha detto di vivere il contesto professionale con rabbia e ansia. In particolare per alcune categorie: giovani, abitanti del Mezzogiorno, lavoratrici autonome ed ex pazienti (o congiunte di ex pazienti) Covid. Il 28% manifesta tuttavia un atteggiamento di speranza e positività, mentre il 24% vive la situazione con neutralità.

Interrogate in merito a un confronto fra prima e dopo il contesto pandemico, quasi il 70% ha descritto una disparità nel modo di trattare donne e uomini sul posto di lavoro prima del 2020. Di conseguenza, più del 45% teme che quando finirà l’emergenza la parte femminile della forza lavoro potrebbe essere penalizzata, perdendo il posto oppure trovandosi in condizioni di svantaggio. A tale proposito, Azzurra Rinaldi (responsabile insieme a Nicoletta Maria Capodici del sondaggio a tema caregiver e smartworking firmato School of Gender Economics) ha sottolineato l’importanza di non rendere il telelavoro un’opzione riservata alle donne. Rischierebbe di diventare infatti una scelta obbligata – come spesso è il part time – che farebbe acuire le già ampie difficoltà di conciliazione.

Per il 62% delle intervistate nel sondaggio di Progetto Donne e Futuro le lavoratrici hanno, in sintesi, meno diritti e meno possibilità. Quali sono perciò gli ostacoli che andrebbero superati e le direzioni da seguire? Il 56% indica la differenza di retribuzione. Di conseguenza, per il 47% sarebbe cruciale premiare quelle aziende che si impegnano per arginarla. Infine, il 26% sposta l’attenzione sulla formazione: sarebbe importante, sostengono, creare nuovi percorsi rivolti alle donne.

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