di Carmelo Zaccaria

La riapertura dei cinema, seppure limitata da misure di sicurezza, ha galvanizzato il mondo dei cinefili. Si proiettano film a colazione, si riaprono gradualmente le sale, laddove è possibile, crescono i capannelli davanti alle locandine. Si torna ad assaporare l’atmosfera magica e sognante della sala buia, misteriosa, bisbigliante di mille volti che si cercano e si indovinano nell’eccitazione quasi mistica dello spettacolo che sta finalmente per cominciare. Se saremo migliori dopo la pandemia non sarà tanto per la ricercata sazietà del materialismo narcisista, quanto per la purificazione del nostro spirito rigenerato dal linguaggio premuroso dell’arte.

L’ispirazione ad essere migliori ci arriva proprio dai luoghi in cui cresce il desiderio, dove si svelano le sonorità compromesse dei nostri sentimenti, a lungo lesionate dalle crepe provocate dal virus. Il cinema contiene la grazia di trasformare le inquietudini della vita in un esercizio di rinascita spirituale: tuffandoci nel cinema ci tuffiamo in noi stessi, ci rappacifichiamo con la nostra coscienza, senza sentirci più esclusi, sfiduciati. Cerchiamo nel cinema non solo svago e piacere, ma anche conoscenza e comprensione di sé, proprio lo stesso “nutrimento sconosciuto” inseguito da Kafka per difendersi da quel penoso spaesamento che lo induceva a considerare la realtà come un pesante macigno.

Il cinema convive con la buona letteratura. Sfuggendo al contagio del suo isolamento, del suo sentirsi perduto ed escluso dal consorzio umano, Kafka scriveva racconti che possono essere letti come suggestive sceneggiature di film. Nel ragazzino Karl del suo primo romanzo, America, si coglie quel peregrinare smanioso, pinocchiesco, tipico del cinema muto, fatto di inciampi ridicoli e patetici che alimentavano il riso sbeffeggiante del monello di Chaplin, mentre va incontro al suo terribile destino senza farci caso, come sbadato. Fellini, che fu un fine intellettuale, lo definì l’autore che meglio ha rappresentato la tragicità del quotidiano, e lo portò in scena, nella sua cinematografia, senza darlo mai a vedere, servendosene per scavare nel proprio inconscio, alla ricerca di se stesso.

Così come Kafka era ossessionato dal Dio ebraico, arcigno e sconfinato, Fellini era inseguito dai sensi di colpa repressi dell’infanzia cattolica. Entrambi furono adolescenti amanti del circo, e per questo ancorati saldamente al mondo di un’infanzia sorridente, concentrati nell’eludere il dolore della crescita e l’assillo della maturità.

Non c’è niente di più felliniano in “America” della descrizione della casa labirinto della maestosa, debordante Brunelda, prototipo della donna cannone tanto vezzeggiata dal regista, o dell’immensa scena del comizio notturno con lo strombazzante corteo di automobili ed una folla vociante accompagnata da trombe e rulli di tamburi. Per capire la seduzione del cinema basterebbe immaginare i movimenti inquieti e vacillanti dei personaggi raccontati da Kafka mentre si aggirano tra le anguste stanze di un tribunale o nelle osterie fatiscenti di un villaggio incalzati dal sottofondo onirico delle note musicali di Nino Rota

Nel cinema e nella letteratura tutto assume una carica emotiva sorprendente, dove l’illusorio e l’enigmatico simboleggiano l’unica scappatoia dal senso di vuoto dell’esistenza, caotica e astiosa. Si deforma la realtà per renderla accettabile, intrigante, a volte, eccessiva, per alleggerirla del suo peso e renderla una culla accogliente. Nei film di Fellini, come nei racconti di Kafka, i titoli di coda diventano superflui; tutto sfuma senza fine, per poter poi ricominciare. Tutto viene rappresentato come una smisurata stazione di transito da cui prendere avvio per scoprire nuovi mondi, per indagare nella profondità insidiosa della nostra essenza, per far risaltare il fragore dei battiti occultati del nostro cuore.

Il cinema, nel suo incanto, dilegua i nostri dubbi, chiarisce il nostro animo. Si esce dalla sala come risollevati, portati in salvo.

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