Una condanna di sei anni e 8 mesi. Tanto ha chiesto il pm di Bergamo Paolo Mandurino a carico dell’ex banchiere Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo che a dicembre compirà 89 anni, mentre per l’ex amministratore delegato di Ubi Victor Massiah è stata formulata una richiesta di condanna di 5 anni. Si avvia così al termine del procedimento che riguarda Ubi banca prima della fusione con Intesa Sanpaolo avvenuta tre settimane fa. Le accuse per gli imputati sono, a vario titolo, di ostacolo agli organismi di vigilanza e presunte interferenze illecite in vista della formazione dell’assemblea del 2013.

Il pm ha chiesto anche una confisca di oltre cinque milioni ai consiglieri di Sorveglianza di Ubi per i quali ha sollecitato la condanna per l’accusa di aver influenzato illecitamente le decisioni dell’assemblea di 8 anni fa in cui si determinò la governance dell’istituto bancario, gestendo le nomine. Secondo la procura, se non ci fossero state irregolarità nella gestione delle deleghe, la cosiddetta Lista 1, a cui appartenevano, non avrebbe vinto; la somma rappresenta appunto l’illecito profitto che non avrebbero conseguito in casi di vittoria delle altre due liste. La procura ha chiesto però l’assoluzione della figlia di Bazoli, Francesca e della stessa Ubi, imputata in base alla Legge 231 del 2001 e ha chiesto anche la trasmissione degli atti per falsa testimonianza a carico di alcuni testimoni.

Il rinvio a giudizio era stato deciso due anni fa dal gup di Bergamo, Ilaria Senesi. Il pm di Bergamo Fabio Pelosi aveva ribadito nell’ultima udienza la richiesta di rinvio a giudizio per i 31 imputati, compresa la banca come persona giuridica. Tutti accusati di ostacolo agli organismi di vigilanza e di indebite influenze sulla formazione dell’assemblea del 2013 che decretò la maggioranza della lista ufficiale, contrapposta a quella cosiddetta Resti, dal cognome del promotore, e a quella capeggiata dall’ex parlamentare Giorgio Jannone che con i suoi esposti ha dato il via all’inchiesta. Bazoli, avvocato bresciano, classe 1932, è quello che si si puàò definire un banchiere di lungo corso con una presenza di oltre 40 anni al centro del sistema finanziario italiano, di cui 33 nelle vesti di presidente di quello che una volta fu il Nuovo Banco Ambrosiano. Di Banca Intesa è stato tra i padri fondatori nel gennaio 2007 con la fusione tra Banca Intesa e il Sanpaolo Imi. E anche della nascita Ubi, dalla fusione tra BPU Banca e Banca Lombarda 1 aprile 2007, è stato “ideatore e protagonista”. A 85 anni quindi finisce a giudizio il professore che fu chiamato da Beniamino Andreatta a salvare il Banco Ambrosiano, tra i protagonisti assoluti degli ultimi cinquant’anni della finanza cattolica italiana.

Secondo il rappresentante dell’accusa, che aveva citato alcune tra le numerose intercettazioni agli atti, per quanto riguarda il primo capo d’imputazione vi fu, da parte dell’istituto, “addirittura un’eccessiva mole di informazioni” agli organismi preposti, Bankitaliaia e Consob (quest’ultima parte civile mentre la prima non ha ancora ritenuto di chiedere di costituirsi), mentre sono state escluse dal gup tutte le altre parti che hanno chiesto di costituirsi. Peccato, però, che, a detta del pm, la documentazione “non rispettava la prassi reale e ometteva” di raccontare quel presunto patto occulto per indirizzare le scelte della banca stipulato tra Bazoli, in qualità di leader dell’associazione che riunisce i soci storici bresciani (la Ablp), ed Emilio Zanetti, alla guida dell’associazione fra i soci storici bergamaschi (Amici di Ubi Banca). Vi era poi la questione della raccolta delle deleghe in vista dell’assemblea del 2013. In questo caso, per il pm vi sarebbe stata una “soggezione” da parte dei soci nei confronti dei vertici di Ubi e sarebbero entrati in azione anche dei “volenterosi esecutori” impegnati a rastrellare i voti per far vincere la cordata di Bazoli e Zanetti.

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