Dal rischio idrogeologico a quello di incidente rilevante, dalla contemplazione delle aree protette all’adozione di criteri più chiari e trasparenti. Alla vigilia del 35esimo anniversario del disastro di Chernobyl (e a 34 anni dal referendum con cui gli italiani votarono l’uscita dal nucleare), Legambiente interviene sulle problematiche emerse durante le prime valutazioni sulla Cnapi, la Carta delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico dei rifiuti radioattivi, rimasta secretata per sei anni in cui si sono avvicendati tre governi e pubblicata infine a gennaio 2021. Come proprio Legambiente ha spiegato nel recente report Rifiuti radioattivi ieri, oggi e domani, si tratta di un’opera necessaria per la soluzione del problema dei rifiuti radioattivi a media e bassa attività, oggi ammassati in depositi inidonei e pericolosi, oltre che smaltiti illegalmente (mentre quelli ad alta dovranno essere ospitati all’estero nel deposito internazionale previsto dalla direttiva europea).

TRASPARENZA, DIBATTITO E MEMORIA – Opera che si potrà realizzare “solo con un processo trasparente e coinvolgendo i territori con un vero dibattito pubblico”, sottolinea l’associazione “per affrontare i problemi, ridimensionare lo spazio della sindrome Nimby (not in my backyard, ossia non nel mio giardino) dei cittadini e Nimto degli eletti (not in my terms of office, non nel mio mandato) e quello per le fake news”. Il presidente Stefano Ciafani ricorda le conseguenze devastanti di quel 26 aprile: “Dagli Anni 90 abbiamo monitorato e curato oltre 25mila bambini bielorussi, ucraini e russi, vittime della radioattività ancora presente in quelle aree. È un monito per l’Europa e l’Italia che hanno il dovere e la responsabilità di chiudere in sicurezza con il nucleare e la sua pericolosa eredità, e di contrastare lo smaltimento illecito dei rifiuti radioattivi”.

APPROFONDIMENTI SUCCESSIVI SOLO NEI SITI INTERESSATI – Le critiche di Legambiente partono dal fatto che le aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito sono state individuate adottando criteri omogenei sull’intero territorio nazionale e con una procedura che prevede approfondimenti in una fase successiva, con analisi più dettagliate nei soli siti effettivamente interessati. “Pur essendo comprensibile il principio – osserva Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – alcuni aspetti di carattere generale sono stati trascurati o erroneamente interpretati in questa prima fase e difficilmente potrebbero essere recuperati o modificati successivamente”. Morale: la sola fase di osservazione non basta a risolvere tutta una serie di perplessità.

IL RISCHIO IDROGEOLOGICO – Uno dei nodi cruciali è quello del rischio idrogeologico. Perché i rapporti descrittivi delle aree potenzialmente idonee partono dal presupposto che i documenti cartografici disponibili oggi (regionali, nazionali o delle Autorità di Distretto) siano esaustivi. Tuttavia – sottolinea Legambiente – le carte di pericolosità idraulica e geomorfologica utilizzate (riguardanti cioè il rischio frane e alluvioni) sono state in alcuni casi fuorvianti, poiché sussistono vuoti conoscitivi non colmati o aggiornamenti non recepiti”. In pratica, dove c’è una ‘mancanza del dato’”, questo è stato interpretato come mancanza di pericolosità e nei casi in cui non c’è un aggiornamento si è creata una difformità tra la realtà e gli ultimi dati disponibili. “I continui aggiornamenti in corso – spiega Legambiente – sono dovuti anche alla velocità con cui il territorio stesso si è trasformato negli anni, come nel caso di consumo di suolo ed edificazioni, portando a una non corrispondenza tra la cartografia utilizzata e la realtà dei luoghi”.

IL RISCHIO DI INCIDENTE – Altra nota dolente, per Legambiente, è quella dell’analisi del rischio di incidente. Secondo le Linee Guida di Ispra, andrebbero verificate “la rispondenza a fronte degli eventi naturali ed antropici ipotizzabili in relazione alle caratteristiche di sito” ed effettuate “le verifiche in merito all’impatto radiologico in condizioni normali ed incidentali sulla popolazione e sull’ambiente”. Tra i dati meteoclimatici presentati negli elaborati, ad esempio, mancano quelli relativi al vento in quota, essenziali per determinare la possibile ricaduta di sostanze radioattive in caso di incidente. L’impatto del Deposito nazionale, inoltre, è rilevante per aspetti come quello paesaggistico, archeologico, storico e naturalistico nel loro complesso. “Manca un’analisi dell’interrelazione di ciascuno di questi elementi distribuiti sul territorio anch’essa espressamente richiesta da Ispra” segnala Legambiente.

AREE PROTETTE E DI INTERESSE NATURALISTICO – In molti casi, le aree proposte sono inserite in un sistema di aree protette che non può essere considerato come composto di elementi indipendenti tra loro, ma che è rete nel suo complesso. “E in questa fase – aggiunge l’associazione – non viene tenuto conto delle condizioni che concorrono alla conservazione di un’area protetta, sempre strettamente legate a un’area d’influenza più ampia e che dipendono anche dalla possibilità di stabilire specifici corridoi ecologici”. Legambiente evidenzia anche la “discrezionalità” utilizzata nella definizione e applicazione di alcuni criteri. Nel primo livello di analisi sulla viabilità stradale, ad esempio, sono state escluse tutte le aree poste a meno di un chilometro da autostrade, superstrade e strade extraurbane principali, che consentono il maggiore volume di traffico e la massima velocità di spostamento. “Ciò a dispetto del fatto che il termine ‘superstrada’ non è contemplato né a livello amministrativo né giuridico” spiega Legambiente, chiedendosi “come questa nuova tipologia di strada sia stata identificata e censita nei vari siti”. Non è un aspetto di poco conto: in base al numero di strade extraurbane secondarie considerate dal valutatore, possono infatti aumentare o diminuire le aree potenzialmente idonee per il deposito unico nazionale.

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