La certezza è che sono tanti, almeno 950mila, vale a dire un quinto di tutti gli italiani vaccinati finora. L’altra è che non sono ultraottantenni né medici, poliziotti o insegnanti. Chi siano davvero, forse, nessuno lo sa più: un po’ furbetti e un po’ categorie professionali “privilegiate”, al punto da riuscire a garantirsi un posto in prima fila a scapito d’altri. Legittimamente, magari, perché nulla e nessuno lo vieta, ma con effetto alquanto criticabile: l’altra certezza ancora, infatti, è che non sono esattamente le più a rischio. Lo sanno bene le associazioni di anziani e di malati gravi che urlano allo scempio da giorni: con certificate condizioni di vulnerabilità fisica loro restano a secco, stuoli di avvocati, impiegati, docenti universitari e giornalisti fanno il pieno di vaccini. Dietro al sorpasso, manco a dirlo, le regioni e quel Titolo V che consente loro di far quel che vogliono, fino a trasformare una prestazione sanitaria salva-vita in una scelta discrezionale a favore dei più rappresentati, dei più influenti e in definitiva dei più forti. A scapito, manco a dirlo, dei più deboli che avrebbero più diritto.

Uno scandalo, va detto, agevolato anche dalla mancanza di un piano nazionale dai criteri razionali, uniformi e trasparenti. L’ultimo aggiornamento legislativo in materia risale all’8 febbraio 2021. Il piano stabilisce che dopo le priorità assegnate per fasce d’età e soggetti a rischio per malattia e comorbidità, si passa alle categorie professionali partendo dal personale sanitario. Seguendo un’apposita tabella (n. 5) si arriva a quello scolastico, alle forze dell’ordine, penitenziari, luoghi di comunità e tutto il “personale non sanitario”. Definizione vaga quanto la dicitura magica degli “altri servizi essenziali”. Perché è su queste voci indefinite che hanno fatto leva le richieste più disparate di acquisire la priorità su altre categorie di cittadini e lavoratori. Una corsa che ha dirottato su “non sanitari” qualcosa come il 17% dei vaccini disponibili. In Campania e Lombardia si registrano punte di una dose su 4 a chi un camice o una corsia non l’ha mai visto.

Dal primo marzo, è stato un caso per giorni, la Lombardia ha “protetto” 15mila persone tra docenti e personale amministrativo delle sue 14 università. Senza che il Cts abbia mai definito tale priorità che è passata, semmai, per la forte pressione dei magnifici rettori e senza che un’assicurazione qualsiasi fosse fornita agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado che rappresentano un bacino ben più ampio ed esposto, come dimostra per altro la loro repentina chiusura. Nell’annunciarlo Letizia Moratti era quasi commossa (le università sono “il fiore all’occhiello del nostro territorio”). Una patente che per docenti, impiegati, borsisti e dottorandi di tutte le materie val più di un oggettivo documento medico. Non stupisce che a furia di insistere (con anche una campagna di 7mila firme) anche gli psicologi siano rientrati. Ma lo stesso, chissà poi perché, ha valso analoga precedenza agli informatori scientifici del farmaco: la Campania li ha inseriti già il 2 gennaio tra i destinatari “in via prioritaria”, seguita poi da Puglia e Piemonte (in Liguria la richiesta è in corso).

Il buon esempio lo danno però i politici. Da che un manipolo di senatori ha rotto la diga della decenza, rivendicando con tanto di petizione l’antidoto in quanto “categoria a rischio”, non ce n’è per nessuno tra appelli, raccolte di firme e lamentele ufficiose. “Evidentemente temendo l’accusa di privilegiare ‘la Casta’ – scriveva ieri sull’HuffingtonPost Andrea Cangini, già direttore del Qn e ora deputato di Forza Italia – il ministro della Sanità Roberto Speranza non ha ancora risposto ai presidenti di Senato e Camera che da tempo gli chiedono come e quando potranno vaccinare i rispettivi parlamentari. Loro gli scrivono, lui non risponde”.

Spingono per salire sul podio dei protetti i professionisti della giustizia. E pace se chi lavora in tribunale ha un’età media che supera di poco i 53 anni, e solo in parte svolge mansioni a contatto col pubblico specie in smartworking. In alcune regioni magistrati e avvocati sono stati solidali nella corsa, in altre se le danno di santa ragione. In Friuli Venezia Giulia, ad esempio: nonostante gli appelli dell’avvocatura, la Regione ha deciso di vaccinare solo i dipendenti dei tribunali del distretto della Corte d’Appello di Trieste, in quanto “lavoratori di pubblica utilità”. Non ci sono, però, solo gli avvocati che lamentano di dare un servizio altrettanto essenziale. A Perugia alcuni hanno creato un apposito gruppo su facebook, facendo il record di iscritti in poche ore. In Campania il confronto tra magistrati e Vincenzo De Luca ha premiato il loro ingresso tra i prioritari del piano vaccinale: due giorni fa la concessione agli avvocati, inseriti d’ufficio tra i prioritari nella fase 2 della campagna vaccinale.

E che dire, diciamolo, dei giornalisti? In Sicilia hanno già la priorità grazie alla sensibilità alla giunta Musumeci che due giorni fa ha inserito tra le categorie fortunate anche i giornalisti dell’isola. Che ovviamente ringraziano della cortesia che poco più è pretesa: il sindacato aveva chiesto ad Assostampa di attivarsi, detto fatto. “I giornalisti – ribadisce il segretario Orazio Aleppo – hanno svolto e continuano a svolgere un servizio pubblico essenziale nella gestione dell’emergenza sanitaria in atto. Una categoria esposta quotidianamente al rischio contagio, con innumerevoli casi registrati e purtroppo anche decessi, per garantire ai cittadini il diritto ad essere informati correttamente e che per questo è giusto salvaguardare”. E vai a vedere quanti stanno davvero fuori dalle redazioni e quanti rimescolano le notizie nella “cucina redazionale”. In Molise il presidente dell’Ordine si era mosso allo stesso modo, interpellando il presidente della regione che aveva chiesto ad Arcuri. In mancanza di risposte, il presidente Vincenzo Cimino chiama i parlamentari per aumentare la pressione e voilà: si parte con 200 su 700 giornalisti. “Non vedo nessuno scandalo”, si difende Cimino “ho sempre difeso la categoria e lo farò sempre, indipendentemente da chi si poteva vaccinare e chi no. Non ho mai chiesto che i giornalisti fossero vaccinati per primi come invece deve avvenire per anziani, malati, bisognosi e categorie protette”. Idem in Toscana: il presidente dell’Ordine ha chiesto esplicitamente un “percorso preferenziale” per i cronisti e fotoreporter, il presidente della Regione Eugenio Giani ha dovuto rispondere con diplomazia che l’inserimento tra le categorie prioritarie passa dal ministero.

Ma se il vaccino per malati e anziani finisce ad altri? Perché è questo che succede nella corsa a chi è più furbo. L’8 febbraio già citato è il giorno in cui dal governo piovono le “raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione”. Senza aver forma di un atto legislativo – né ordinario né straordinario e per questo mai vagliate dal Parlamento – sono state recepite dalle regioni destinatarie non come indicazione cogente sul da farsi, ma come una velina di palazzo da interpretare a piacere nel segno della confusione e del “fai da te”. Le raccomandazioni disponevano che dopo la campagna per gli over 80 sarebbe toccato alla categoria delle “persone estremamente vulnerabili”, con relativa tabella (sclerosi laterale amiotrofica, multipla, paralisi celebrali infantili, immunodepressi etc). La tabella dimentica però malattie gravissime come la Sma, varie patologie oncologiche, tanto che l’intergruppo sulle Malattie Rare guidato dalla senatrice Paola Binetti e dalla deputata Lisa Noja il primo marzo ha scritto ai ministri Roberto Speranza (Salute) e Erika Stefani (Disabilità) – con in calce le firme di un centinaio di associazioni dei malati – chiedendo un immediato intervento. Una per tutte?

Giuseppe Vanacore è il presidente di Aned Onlus, l’Associazione nazionale Emodializzati, Dialisi e Trapianto: “Nei giorni scorsi abbiamo visto vaccinare giovanissimi psicologi, avvocati non praticanti, politici e furbetti. Tutti quanti ritenuti dai governatori delle Regioni meritevoli di passare avanti a trapiantati, dializzati e persone anziane, il cui sistema immunitario è fragile e compromesso. Le persone più fragili, che hanno 3 volte e mezza la possibilità di perdere la vita in caso di contagio da Covid 19 continuano ad essere tagliate fuori dai calendari vaccinali. A febbraio scorso, il ministro Speranza aveva inserito le persone immunodepresse e a rischio tra le categorie prioritarie da vaccinare, ma le Regioni hanno preferito andare in ordine sparso, creando pericolose difformità a livello territoriale. È necessario ripristinare il buonsenso e la giustizia. Ed è per questo che nelle scorse ore ho scritto al presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, e all’ufficio Disabilità della Presidenza del Consiglio per chiedere un cambio di passo. Ma nessuno si è degnato di rispondere. Mi appello dunque direttamente al presidente Draghi, affinché non lasci soli i più fragili”.

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