“Conferire a favore della Compagnia Europea per il Titanio il permesso di ricerca della durata di anni 3” su 229 ettari al limite del parco naturale del Beigua, di cui 46 “in area qualificata come Zona speciale di conservazione”. In poche, burocratiche righe c’è la caduta di un argine che reggeva dal 1995, quando nel comprensorio del monte Beigua – tra gli entroterra di Genova e Savona – fu istituito il parco naturale regionale più esteso della Liguria. Quasi 9mila ettari che per decenni hanno scansato le mire sul tesoro nascosto sotto il gruppo montuoso, un giacimento di titanio da 400 milioni di tonnellate: il secondo più ricco d’Europa, una potenziale montagna di soldi per le imprese del settore – le stime sul suo valore, nel 2012 ,andavano dai 400 ai 600 miliardi – e per le casse pubbliche, grazie alle royalties milionarie sulla concessione. Venticinque anni dopo – con il decreto dirigenziale 1211 del 26 febbraio – la giunta guidata da Giovanni Toti ha dato per la prima volta l’ok alla richiesta di “permesso di ricerca di minerali solidi” arrivata dalla Compagnia Europea per il Titanio (Cet), azienda estrattiva cuneese titolare della concessione mineraria (mai messa in pratica) sull’area dal 1985 al 1991.

Il blitz (fallito) nel 2015… – L’ipotesi di uno scavo a cielo aperto sul Beigua diventa così improvvisamente concreta, con l’Ente parco e le sigle ambientaliste già sulle barricate. Tanto più che sei anni fa, nella primavera 2015, la Cet aveva già tentato un identico blitz, chiedendo all’allora giunta di centrosinistra il permesso di prelevare rocce “a scopo di ricerca” nell’area del monte Tarinè, compresa al 40% nei confini del Parco. L’istanza fu respinta e impugnata davanti al Tar, che confermò il diniego con motivazioni nette: “La sottoposizione dell’area sulla quale si dovrebbe svolgere la ricerca mineraria a molteplici vincoli, sia paesaggistici che ambientali, è di tale pervasività che non residua nessuno spazio per intraprendere un’attività di ricerca che, non essendo compiuta da un istituto scientifico ma da un’azienda estrattiva, avrebbe avuto come fine ultimo l’estrazione di minerali, certamente vietata dalle norme a tutela del Parco”. In altre parole, la sedicente “ricerca” non poteva che preludere alla realizzazione di una miniera, impensabile in un’area protetta.

…e quello (riuscito) del 2020 – L’azienda ci riprova a fine agosto 2020, aggiustando di poco il mirino: l’area prescelta stavolta è quella intorno al monte Antenna, tra i comuni di Urbe e Sassello, nel Savonese. Dei 458 ettari oggetto della domanda, metà esatta (229) ricadono nel Parco regionale. L’altra metà appartiene in buona parte al più esteso perimetro del Geoparco del Beigua, unico rappresentante ligure nella prestigiosa lista dei Geoparchi Unesco, aree di particolare pregio geologico. Infine, 46 ettari fanno parte della Zona speciale di conservazione “Beigua – Gargassa – Pavaglione”, di rilevanza comunitaria. L’Ente parco e i comuni coinvolti esprimono parere negativo richiamando la decisione del Tar sull’istanza del 2015: “Le attività di ricerca proposte si configurano come attività di prospezione mineraria, non assimilabili alla ricerca scientifica propriamente detta e finalizzate ad un’attività incompatibile con le norme del Piano integrato del Parco”. Ma, a sorpresa, la Regione sceglie di cambiare orientamento e concedere, per tre anni, il permesso di ricerca alla Cet, benché “limitatamente all’area di 229 ettari esterna al Parco naturale del Beigua”. Che però è sottoposta sia alla tutela Unesco, sia, in parte, a quella comunitaria.

L’Ente Parco: “Facciamo ricorso” – Una doccia fredda per gli enti locali, che annunciano immediato ricorso al Tar. “Parliamoci chiaro, non si tratta di studenti universitari che fanno la tesi sulle rocce del parco”, dice a Ilfattoquotidiano.it il sindaco di Sassello Daniele Buschiazzo, presidente dell’Ente Parco del Beigua dal 2015. “La Regione ha dato il permesso di ricerca a una srl che ha nel proprio oggetto sociale l’estrazione di minerali dal sottosuolo. A cosa servirebbero le ricerche, se non a una miniera?”. E poco importa, è la tesi degli ambientalisti, che le attività siano limitate all’area esterna al Parco: “A nessuno verrebbe in mente di autorizzare una discarica di fianco al giardino di Boboli. Così non è accettabile aprire la strada a una cava di titanio in un’area tutelata dal piano del Parco, che, ricordo, regola anche il territorio del Geoparco Unesco”, spiega Buschiazzo. “Significherebbe mettere in discussione il modello di sviluppo della nostra comunità, basato sulla cura del territorio e sul turismo responsabile. Dirci che non abbiamo capito niente e bisogna ricominciare da capo”. Martedì, insieme al sindaco di Urbe Fabrizio Antoci, Buschiazzo ha incontrato l’assessore regionale all’ambiente Marco Scajola, che si è impegnato a nome della giunta a non permettere estrazioni nel territorio dei due Comuni.

No alla miniera: 21mila firme in tre giorni – Di “precedente pericoloso” parla però anche Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria: “È il preludio a un’attività insostenibile per impatto ambientale e lontana dai desideri di sviluppo delle comunità locali”, dice al Fatto.it. “Una cava sul Beigua significherebbe tir che passano ogni giorno, tonnellate di scarti di lavorazioni da smaltire, inquinamento acustico, emissioni di CO2. Senza contare che nelle rocce del giacimento ci sono tra il 10 e il 15% di fibre d’amianto che vengono rilasciate con la polverizzazione”. Una petizione su change.org (“No alla miniera nel comprensorio del Beigua”) lanciata da una rete di associazioni, tra cui Legambiente, Arci, Federparchi, Enpa e Italia Nostra, ha raccolto più di 21mila firme in tre giorni, mentre in assemblea regionale le opposizioni chiedono alla giunta di tornare sui propri passi: “Il minerale grezzo potenzialmente estraibile sarebbe solo il 6% della roccia, e il rimanente 94% andrebbe collocato in discariche molto estese da crearsi nelle vicinanze”, spiega il consigliere di Linea Condivisa Gianni Pastorino. “Ricordiamoci che si parla di più di 400 milioni di tonnellate di metallo: negli anni ’90 l’Università di Genova calcolò che per recuperarlo bisognerebbe smuovere 200 milioni di metri cubi di terra”, aggiunge Selena Candia (lista Sansa).

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