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Patrick Zaki, l’incubo di un anno dietro le sbarre al Cairo. Da Bologna ad Amnesty: tra rinvii in aula e diritti negati, la mobilitazione resiste

Il 7 febbraio lo studente egiziano iscritto all’Università di Bologna fa ritorno a casa, in Egitto: viene fermato in aeroporto e accusato di diffusione di notizie false e adesione ad un gruppo terroristico. Da allora ha attraversato 11 rinnovi della detenzione. Proroghe snervanti per farlo restare a Tora, mentre le sue condizioni di salute preoccupano. Ma la società civile continua a chiedere la sua liberazione

Il passaporto strisciato nell’apposito sistema elettronico emette il verdetto. Sulla schermata del terminale davanti all’addetto ai controlli documentali, un poliziotto aeroportuale, compare un ‘allarme rosso’: il possessore di quel passaporto va fermato e portato in un’area riservata. L’analisi al computer va un scena alle prime luci dell’alba del 7 febbraio 2020, uscita voli internazionali del Terminal 2 dello scalo del Cairo. L’Id appartiene a Patrick Zaki, 28 anni, cittadino egiziano appena rientrato in patria dopo un periodo di studi in Italia. Di quella sorta di semaforo rosso Zaki non si accorge subito, ma pochi minuti dopo scopre che qualcosa non va: perché lo accompagnano in una stanza inospitale dell’aeroporto, perché quei funzionari in borghese lo stanno trattenendo? Ha ufficialmente inizio il suo incubo giudiziario che proprio oggi tocca il primo anniversario. Cronaca di 365 giorni trascorsi in cella, addosso capi di imputazione assurdi (diffusione di notizie false e adesione ad un gruppo terroristico), tra rinnovi della detenzione, rinvii dei processi, diritti negati, maltrattamenti, condizioni di salute precarie e l’ansia, fuori, di chi gli vuole bene.

In un anno la giustizia egiziana ha prodotto nei confronti dello studente iscritto all’Università di Bologna 11 rinnovi della detenzione, ci sono stati 13 rinvii delle udienze, specie tra primavera ed estate a causa del Coronavirus, e una raffica di esposti ed appelli per chiedere la sua liberazione, tutti respinti. L’ultima beffa, ossia l’ennesima udienza-farsa nell’aula bunker della State Security – stesso complesso del terribile penitenziario di Tora e dunque a poche centinaia di metri dalla sua cella – meno di una settimana fa. Con un’aggravante stavolta. Il rinnovo della misura cautelare per altri 45 giorni da parte del giudice è comparso in anteprima su alcuni organi di stampa vicini al regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, addirittura prima dell’ufficializzazione all’avvocata di Patrick, Hoda Nasrallah. Davvero singolare. O forse no: “È uno schifo – attacca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’organizzazione che ha iniziato a seguire il caso di Patrick Zaki già dal 10 febbraio 2020 attivando una massiccia campagna di sensibilizzazione -. I media egiziani hanno dato la notizia due ore dopo la fine dell’udienza. L’esito era atteso ufficialmente il giorno dopo. L’avvocata Nasrallah è stata informata dai giornalisti italiani che le chiedevano conferma. Un vero disprezzo per le procedure e i diritti degli imputati”.

Il primo mese scarso tra le braccia perfide della giustizia egiziana Patrick Zaki lo trascorre, alternativamente, dentro una stazione di polizia e il carcere di Mansoura, città natale della famiglia Zaki a nord del Cairo. I genitori, la sorella Marise, riescono ad avere sue notizie in maniera molto frammentaria. Una settimana dopo l’arresto, il 15 febbraio, ha inizio il lungo percorso giudiziario per Zaki, la prima tappa del calvario. La Corte di Mansoura rinnova la sua detenzione per 15 giorni e l’istanza di scarcerazione, non sarà l’ultima, presentata dai suoi avvocati viene respinta. Il 22 è tempo per un’altra udienza al tribunale di Mansoura. Patrick è presente in aula, i suoi avvocati notano i capelli rasati, ma anche gli accenni ad un sorriso carico di speranza. Sorriso che col passare dei mesi andrà affievolendosi.

La famiglia Zaki vive nell’angoscia e resta a Mansoura in attesa di qualche segnale positivo, mentre in Italia, soprattutto a Bologna, e non solo inizia ad alzarsi la voce della protesta, con manifestazioni nelle piazze e davanti alle ambasciate dell’Egitto: il 19 febbraio è molto partecipata quella di Bruxelles dopo che il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, pochi giorni prima, ha lanciato un appello ufficiale diretto al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e alle autorità egiziane. Si muove anche la Spagna con un corteo a Granada, la città in stretto collegamento con Bologna e capofila del progetto Erasmus ‘Gemma’ a cui Patrick si era iscritto nel 2019.

Il primo segnale tangibile da parte sua arriva il 28 febbraio, con un messaggio: “Sto bene e voglio tornare ai miei studi – dice Patrick -. In particolare vorrei i miei libri per studiare e avere la libertà di andare in bagno”. Zaki passa due volte dalla stazione di polizia al carcere e alla famiglia è negata una visita almeno fino al 5 marzo. Quel giovedì i genitori si recano in carcere scoprendo che ormai da un paio di giorni il figlio è stato trasferito, addirittura nella prigione di Tora, al Cairo, dove, da allora, non si è più mosso. La seconda udienza per il rinnovo della detenzione è fissata per il 7 marzo e per la prima volta ad assistere alla seduta sono presenti alcuni ‘osservatori diplomatici’ tra cui uno dell’ambasciata italiana. Al netto dei limiti imposti dall’emergenza pandemica, la loro presenza sarà costante.

Gli effetti del Coronavirus, scoppiati in Italia proprio in quei giorni, non tardano a manifestarsi in Egitto. L’udienza fissata per il 16 marzo salta “perché l’imputato non può essere trasferito dalla cella all’aula” si affretta a giustificare una fonte della giustizia egiziana. Si assiste ad una raffica di rinvii consecutivi, ben sei, fino al 5 maggio quando la Corte decide di rinnovare l’arresto pur in assenza dell’imputato e dei suoi avvocati. Intanto i giorni passano, il 16 maggio sono 100 dal fermo all’aeroporto internazionale del Cairo, 70 senza che dal carcere Zaki dia notizia di sé. Il 16 giugno Patrick celebra il suo 29esimo compleanno in prigione e il regime lo omaggia con un altro rinnovo della detenzione. Luglio è il mese della prima lettera inviata da Patrick alla sua famiglia. Il morale è ancora abbastanza alto, lo studente sta bene saluta e abbraccia tutti e soprattutto è convinto che presto uscirà da quell’incubo. Il 13 luglio è una tappa formale importante. Per la prima volta il rinnovo della custodia cautelare fissa l’udienza successiva non più a 15 ma a 45 giorni.

Dall’Italia, da Bologna in particolare, la battaglia per la liberazione di Patrick Zaki non si ferma e il 15 luglio le autorità comunali annunciano la Cittadinanza Onoraria del capoluogo felsineo. Bisognerà attendere il 12 gennaio scorso per arrivare alla proclamazione ufficiale di Zaki Cittadino Onorario di Bologna. Michela Montevecchi è una senatrice del Movimento 5 Stelle che si sta battendo dalla prima ora per attivare iniziative a favore della liberazione dello studente egiziano ed è bolognese: “Patrick Zaki sta subendo una pena detentiva a tutti gli effetti, altro che ‘attesa di giudizio’ – dice la Montevecchi, membro della Commissione del Senato sui Diritti Umani -. Il tempo passa e siamo già arrivati ad un anno dal suo arresto. È il momento di fare un passo in più. Innanzitutto verificare e documentare le condizioni di detenzione di Patrick in carcere affinché possano essere valutate ulteriori iniziative nel merito. Da parte mia l’impegno non è mai venuto meno, sono stata proprio io a spingere per la creazione di un Osservatorio permanente sulla detenzione di Zaki in seno alla Commissione. Ho proposto di avviare alcuni audizioni e avanzato alcuni nominativi, i partiti rappresentati in Commissione sono d’accordo, la presidente Pucciarelli è stata informata da circa due settimane, manca soltanto il suo via libera. Tra i soggetti da ascoltare ho proposto Michelle Bachelet, Alto Commissariato per i Diritti Umani della Nazioni Unite (ed ex presidente del Cile, ndr), Agnès Callamard, Relatore Speciale sulle Esecuzioni Extragiudiziali, Judith Sunderland, Vicedirettore ad interim per la Divisione Europa e Asia centrale di Human Rights Watch ed altri”.

L’incubo va avanti e la fine di luglio porta una novità: per la prima volta dal 7 marzo Patrick assiste di persona d un’udienza davanti al tribunale penale. Purtroppo la novità più attesa, ossia la scarcerazione, non si manifesta: per lui altri 45 giorni. Oltre all’Italia, l’Europa e il mondo guardano con ansia e rabbia alle sorti dello studente. Il volto di Zaki compare in una manifestazione di sostegno del movimento Black Lives Matter a fine agosto, proprio nei giorni in cui lo studente di Mansoura tocca i 200 giorni di detenzione: “L’arresto di Patrick è diventata una storia italiana non solo egiziana – aggiunge Noury -. L’obiettivo principale è fare pressione sulle autorità del nostro Paese, sul governo in primis, più che sulle autorità del Cairo. L’impegno di Amnesty è stato costante sin dall’inizio e credo che senza una lente d’ingrandimento del genere forse Patrick sarebbe scomparso. La campagna di sensibilizzazione ha prodotto dei risultati consentendo di rompere il muro di silenzio su cosa accade in Egitto. Certo, sin dall’inizio ero consapevole che non sarebbe stata una cosa breve, ma anzi una campagna di lungo periodo”.

Dalla fine di agosto in avanti le condizioni di salute e in generale gli effetti della carcerazione iniziano a farsi sentire sul 29enne. Quando, il 29 agosto, la madre gli fa visita lo trova dimagrito e cambiato. Nulla in confronto a quanto accadrà in seguito. La visita successiva, il 24 ottobre, mostra ai familiari un giovane che inizia a mostrare accenni di panico e segni sul fisico. Il 17 novembre viene pubblicata una foto su canali social in cui Patrick Zaki appare molto cambiato rispetto ai mesi precedenti. Il 2 dicembre la dichiarazione dell’avvocata Hoda Nasrallah è scioccante: Zaki dorme per terra, ha forti dolori alla schiena, temiamo per la sua salute”. Una dichiarazione a cui fa seguito quella altrettanto dura dei genitori: “Siamo molto preoccupati per lui, è stressato al punto da non riuscire più neppure a dormire”. Oltre al bisogno di libertà, il messaggio di Patrick è sempre stato lo stesso: ‘Voglio tornare a studiare’.

In questo si legge la sua passione e il ricordo che nei sei mesi di sua permanenza a Bologna ha lasciato ai vertici accademici, ai docenti e ai compagni di università. La Unibo, considerato il più antico ateneo del mondo, sin da subito ha manifestato tutta l’attenzione possibile nei confronti dello studente egiziano: “Patrick è un nostro studente e un componente della comunità. Attendiamo con ansia il suo rilascio e anche se non potrà tornare subito a Bologna faremo di tutto per fargli seguire i corsi anche in remoto dal Cairo”. Mirko Degli Esposti, Pro-Rettore Vicario dell’Università di Bologna, è un matematico, dunque distante dagli studi di genere affrontati da Patrick, eppure il suo impegno e la sua vicinanza verso le sue sorti sono costanti: “Zaki ha sostenuto il primo semestre del master Gemma, un progetto Erasmus che coinvolge otto atenei europei, con sede capofila Granada, con ottimi risultati – aggiunge Degli Esposti -. Vorrei ricordare che lui è stato selezionato all’interno del progetto Gemma tra centinaia di candidati. Dopo aver concluso il primo ciclo di studi lo aspettavamo di ritorno a metà febbraio dopo una visita alla famiglia. So per certo che, rientrato in Italia, prima di partire con il secondo semestre del corso aveva programmato una gita alle Cinque Terre con gli amici universitari. Ripeto, a livello accademico avrà modo di recuperare il tempo perso in questo anno terribile per lui, completerà il suo percorso a Bologna e poi proseguirà in un’altra delle città coinvolte nel progetto ‘Gemma’”. Il 28 settembre scorso, sebbene in smart working, è ripartito il semestre di studi del programma Erasmus a Bologna e il 10 dicembre è il giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico 2020-2021: in quell’occasione Zaki avrebbe ritirato il suo diploma, a compimento della prima fase di studi Erasmus.

Ottobre e novembre sono mesi costellati di udienze e di rinvii, ma proprio nella seconda metà di novembre la National Security Agency arresta i vertici della ong con cui Patrick ha collaborato fino al 2019, prima della sua esperienza di studi in Italia. I tre vengono poi rilasciati il 4 dicembre, ma non tornano al lavoro. I loro conti e quelli dell’Eipr sono congelati e dal primo febbraio scorso la ong subisce anche lo sfratto dalla sede di Garden City. Si arriva a dicembre e il fatto più rilevante nel percorso detentivo dello studente egiziano è sicuramente il videomessaggio su Youtube registrato il 2 dicembre dall’attrice Scarlett Johansson. La stella di Hollywood nel suo messaggio diffuso sulla rete chiede ‘la scarcerazione immediata di Patrick Zaki e dei tre dirigenti dell’Eipr. Far sentire la propria voce in Egitto oggi è pericoloso e il loro unico crimine è quello di difendere la dignità delle persone’. L’unico lampo di speranza nel buio del caso giudiziario di Zaki arriva il 6 dicembre, quando la procura fissa l’ennesima udienza di rinnovo ad appena 15 giorni dalla precedente. C’è ottimismo, il segnale sembra positivo, forse è la volta buona per il rilascio. Il giorno successivo arriva la doccia fredda: il detenuto deve restare in prigione. Il 2020 si conclude con una importante dichiarazione del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio: “Zaki per noi è un ‘caso italiano’ e presto tornerà dalla famiglia”. Le autorità egiziane non sembrano essere d’accordo visto che le prime due udienze del 2021 si concludono con altrettanti rinnovi della misura cautelare.