di Stefano Bocconetti

Di tessuto etnico, coloratissime e pratiche. Questa è solo l’apparenza, ma c’è tanto di più dietro alle agende solidali – classico di inizio anno tra i tanti regali “utili” di Intersos: ci sono storie. Storie di donne migranti, rifugiate, di integrazione. Storie di solidarietà, insomma, tutte da raccontare.

Con una premessa. Questo difficile 2020 ha visto la terza edizione di “Partecipazione”. Un progetto, realizzato da Intersos in partenariato con l’Unhcr, per valorizzare e promuovere le competenze di persone rifugiate. C’è un bando – al quale possono partecipare tutte le associazioni e i gruppi – e una selezione – severa – che, sulla base dei progetti, assegna un piccolo incentivo.

E proprio con la spinta di questo “concorso” – chiamiamolo così – è nata la sartoria solidale Cygnus Aps. Dove la sigla finale sta per associazione di promozione sociale; già, ma il nome?

Christiane Ivossot è nata nella Repubblica del Congo ma da tanti anni vive a Roma (“Da quanti? Non me lo chiedere, non si fa con le signore. Ma sono tanti, tanti”). Fa la mediatrice e dà una mano a questo gruppo di donne. “Pensavamo a come chiamarci, di più: pensavamo a come dare un nome a questa avventura. E ad una di noi è venuta in mente la costellazione del Cigno”.

Per una ragione semplice: quella figura ad uccello che si estende lungo la via Lattea – studiata da secoli, fu identificata addirittura da Tolomeo – è visibilissima anche dalla terra. È composta da tante stelle, luminosissime. Ma che viste da qui, viste anche dalle città, sembrano una diversa dall’altra. “Pensaci: siamo noi. Donne che vengono dalla Siria, dal Mozambico, dall’Argentina. Stelle diverse, stelle con passati diversi. Con età diverse – ride – ma siamo insieme, in una costellazione”.

Costellazione che ha trovato anche un suo spazio. Fuori di metafora, Cygnus ora ha anche una sede, un luogo dove si ascoltano i corsi di formazione, dove si discute. Dove si produce. È al secondo piano di via di Torre Spaccata 157. Un indirizzo che molti a Roma conoscono, hanno imparato a conoscere. Era una scuola abbandonata che ormai da un decennio è stata occupata e gestita da Intersos. Che l’ha trasformato in un centro, aperto h24, in un ambulatorio. Il primo, nella capitale, che si è occupato dell’accoglienza per i minori non accompagnati e delle donne sole migranti. Aperto a tutti, a tutto il quartiere, al punto che sono centinaia in questi anni gli abitanti di Torrespaccata che si sono rivolti all’ambulatorio. Di più: ambulatorio che in questi mesi è diventato anche un presidio nella lotta alla diffusione del virus.

Ora lì, al secondo piano – dopo un’imbiancata alle pareti e una “sistemata”, per usare un’espressione romana – ci sono tre macchine cucitrici vere, professionali, e altre tre macchine cucitrici più piccole, “tipo quelle che si usano a casa”.

Ci sono da appena due mesi, anche meno. Prima di cominciare a volare, però, il “cigno” ha dovuto faticare. Tantissimo. Le donne si sono organizzate a febbraio. Sembrava tutto a posto ma a quel punto è arrivato il virus. Con le difficoltà di tutti, se possibile in questo caso ingigantite. Non si sono perse d’animo, in qualche modo hanno proseguito il progetto, fino a settembre quando sembrava finalmente tutto in ordine. Ma anche stavolta è tornato il virus. “Si, è stato tutto difficilissimo – aggiunge Elisa Vergnani, giovanissima, che fa il servizio civile con Intersos e proprio lì a Torrespaccata – Calcola solo che alcune di loro vengono da fuori Roma, dai Castelli. Tutti i giorni a prendere il treno, andata e ritorno, poi bus. Con la difficoltà ad armonizzare questi tempi con le loro esigenze familiari”.

Tutto enormemente difficile. Eppure hanno seguito i corsi di e-commerce (“non avrebbe senso immaginare un’attività senza uno spazio on line”, dicono orgogliose), hanno imparato come si scrive un progetto e un bilancio. Alcune di loro hanno anche dovuto imparare come si usa la macchina da cucire (“grazie ad un’altra volontaria di Intersos che ci segue da vicino”).

Poi, uno dei momenti più belli. “L’andare a scegliere i tessuti”, continua Christiane Ivossot. E dove se non a piazza Vittorio, il quartiere più multietnico della capitale? Lì hanno trovato quel che faceva al loro caso: tessuti wax. Anzi “ankara” – come lo chiamano alcune – o wax olandese. Quelle stoffe coloratissime, la cui origine nessuno conosce. Si sa solo che quella tecnica di colorazione – che ricorda un po’ la serigrafia – era usata da migliaia di anni nel centro Africa. “Ma quei tessuti – riprende Christiane Ivossot – li abbiamo usati solo per iniziare. Se tutto va come deve andare pensiamo anche a qualcos’altro. Come dire? A qualcosa di più elegante, di più raffinato”.

C’è tutto questo dietro la copertina delle agende Intersos, c’è tutto questo dietro una prima commessa – sempre per Intersos – di mascherine anticovid. Ci sono queste storie dietro le prime ordinazioni di altre associazioni. “Vediamo come va, è davvero un’avventura”.

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