I legali di due tra gli imputati principali del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra si scagliano contro Report, la trasmissione Rai che ha recentemente dedicato una puntata alle stragi mafiosi degli anni ’90. E lo fanno con una lettera inviata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il motivo? La trasmissione di Sigfrido Ranucci avrebbe avrebbe “strumentalizzato il servizio pubblico per influenzare l’opinione pubblica”. Almeno secondo gli avvocati Basilio Milio e Francesco Romito, che difendono rispettvivamente il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. I due ex alti ufficiali dei carabinieri sono già stati condannati in primo grado dalla corte d’Assise di Palermo per violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato: 12 anni sono stati inflitti a Mori e 8 a De Donno.

I due militari, attualmente imputati del processo d’Appello in corso a Palermo, sono citati più volte nell’inchiesta giornalista della trasmissione Rai. Secondo gli avvocati Report avrebbe “anche e soprattutto sotto il profilo del rispetto del diritto di difesa e dell’insuperabile principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, esorbitato dalle finalità di una seria ed obiettiva informazione, finendo oggettivamente per strumentalizzare il servizio pubblico al fine di influenzare l’opinione pubblica tramite la diffusione di notizie segnate da incompletezza e selezione unidirezionale dei documenti e delle testimonianze disponibili”. La nota è stata inviata il 9 gennaio anche a David Ermini, vice presidente del Csm, a Nicola Morra, presidente della commissione nazionale antimafia, Alberto Barachini, presidente della commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi e a Marcello Foa, presidente della Rai.

Secondo i due legali, che hanno chiesto al Presidente della Corte d’assise d’appello, Angelo Pellino, di acquisire il documento, le “sentenze di assoluzione sono state del tutto ignorate dalla trasmissione, nella quale, quindi, sono stati rappresentati al pubblico televisivo, come certi ed acquisiti – si legge nella lettera – , i risultati di un’inchiesta giornalistica su presunti rapporti tra Cosa nostra ed esponenti politici, della massoneria e delle istituzioni”. Per Milio e Romito, l’inchiesta giornalistica, “con un approccio rivelatosi del tutto deficiente dei necessari requisiti di completezza ed imparzialità, indica, come certamente avvenuta una trattativa tra uomini del Ros e Cosa nostra nonostante le menzionate pronunce l’abbiano esclusa, affrontando vicende oggetto di un delicato processo in corso, così determinando oggettivamente una indebita interferenza sullo stesso processo, anche attraverso interviste rilasciate dai magistrati inquirenti rappresentanti l’accusa nel processo del quale si sta svolgendo il II grado”.

Il riferimento dei legali è per l’assoluzione definitiva di Mori, accusato di favoreggiamento a Cosa nostra nel processo sul mancato arresto di Bernardo Provenzano. Il generale, però, come detto è stato condannato in primo grado nel procedimento sulla Trattativa. Oltre a De Donno nel 2018 la Corte d’Assise di Palermo aveva condannato a 28 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, a 12 anni l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex capo del Ros dei carabinieri Antonio Subranni. Condannato anche Antonino Cinà, ex medico e fedelissimo del boss Totò Riina. Tre giorni fa la corte d’Assise di Bologna che ha celebrato l’ultimo processo sulla strage del 2 agosto 1980 ha inviato gli atti ai pm perché indaghino ancora su una serie di testimoni accusati di falsa testimonianza. Tra loro i giudici indicano anche il generale Mori.

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