Nel risiko che vede da mesi Matteo Salvini e Luca Zaia muovere le proprie pedine all’interno della Lega, il segretario ha deciso di battere un pugno sul tavolo. E ha nominato commissario del partito in Veneto un giovanissimo che zaiano non è per niente. Anzi, è un pupillo di Massimo Bitonci, l’ex sindaco di Padova ed ex sottosegretario, nonché amministratore del partito, che in Veneto è sempre più l’uomo forte del segretario lombardo. La scelta ha premiato Alberto Stefani, 28enne di Camposampiero, che è anche sindaco di Borgoricco e parlamentare. Toccherà a lui raccogliere l’eredità dell’ex ministro veronese Lorenzo Fontana (nominato un mese fa ad altri incarichi) che si era detto disposto a farsi da parte non appena Salvini glielo avesse chiesto. Adesso l’ex vicepremier ha deciso, ma non ha scelto il neo-commissario tra i componenti del direttorio che ha gestito il partito nell’ultimo anno e mezzo, ovvero persone che hanno fatto la storia recente del partito. Ha puntato su un giovane, ed era quello che Fontana aveva anticipato quando aveva annunciato che si sarebbe dimesso e che era arrivato il momento di far spazio “a uno dei nostri bravi giovani”. In quella occasione Zaia era stato informato a cose fatte. Pare che sia avvenuto anche ora. A decidere è stato Salvini e il governatore del Veneto, pur forte dei suoi consensi elettorali, ha dovuto prenderne atto.

Ormai è in corso un braccio di ferro tra due fazioni contrapposte. Salvini e Bitonci puntano al controllo del partito, che significa possibilità di scegliere nomine e candidature, per arginare il super-potere di Zaia che per i prossimi cinque anni controllerà la Regione Veneto. In ballo c’è la stagione dei congressi, di cui la base leghista sente il bisogno in Veneto. Salvini sta disegnando, pezzo dopo pezzo, l’organigramma completo (comprensivo dei commissari provinciali), così che i congressi – se e quando si celebreranno – confermino la sua linea orientata a fare della Lega un partito nazionale, diffuso ovunque, anche per sostenere quell’ambizione a diventare premier che è contenuta nel nome del partito. Per Zaia è invece evidente una connotazione più autonomista.

La nomina di Stefani va letta in questa prospettiva. Un giovane, non un esponente della vecchia guardia, rappresentata nel direttorio da Zaia, da Fontana, dall’ex ministro Erika Stefani, dal vicepresidente del consiglio regionale del Veneto Nicola Finco e dall’assessore regionale Alberto Marcato. Come reagirà la base della Liga Veneta-Lega Salvini? Probabilmente non capiterà nulla, anche se nei social cominciano a circolare commenti critici. Il timore dei leghisti veneti è sempre quello di essere comandati dai lombardi, che dai tempi di Bossi non hanno mai mollato il controllo del partito, ma sanno anche che a ribellarsi si rischia l’espulsione. Nessun commento, per ora, da parte di Zaia il quale non ha mai preso di petto il confronto con Salvini, anche se quando Fontana annunciò le sue dimissioni da commissario veneto, il governatore manifestò gelidamente il suo disappunto, affermando di essere stato informato quando le decisioni erano state prese.

Salvini ha cambiato il vertice del partito in altre sette regioni. In Alto Adige il posto di Maurizio Bosatra è stato occupato da Giuliano Vettorato, in Friuli Venezia Giulia l’europarlamentare Marco Dreosto è subentrato al governatore Massimiliano Fedriga, in Lazio il deputato Claudio Durigon di Latina subentrerà a Francesco Zicchieri, in Puglia il senatore leccese Roberto Marti (indagato per voto di scambio) subentrerà a Luigi D’Eramo, in Sicilia l’ex berlusconiano Nino Minardo (condannato in via definitiva nel 2014 per abuso d’ufficio) prende il posto di Stefano Candiani, in Toscana Mario Lolini subentra a Daniele Belotti e in Trentino sarà Diego Binelli il successore di Mirko Bisesti.

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