Centomila euro in contanti. Sono i soldi che tra aprile e dicembre 2017 Vito Nicastri avrebbe recapitato ad alcuni funzionari della Regione Siciliana, per garantirsi i loro servigi in favore degli impianti di biogas che l’ex re dell’eolico – condannato in primo grado per concorso esterno a Cosa nostra – contava di farsi autorizzare insieme all’ex parlamentare di Forza Italia e consulente della Lega Paolo Arata. Entrambi sono stati arrestati l’anno scorso in quella che è stata l’inchiesta che maggiormente ha scosso la pubblica amministrazione siciliana. Ieri, gli inquirenti hanno messo a segno un altro colpo: su mandato del tribunale di Palermo, la Dia ha arrestato Marcello Asciutto, 58enne dipendente del dipartimento all’Energia e in passato impiegato negli uffici che si occupano del rilascio delle autorizzazioni agli impianti di trattamento dei rifiuti. Per lui l’accusa è di aver intascato una parte della tangente che si ritiene Nicastri abbia pagato quando ancora l’iter burocratico per i progetti in provincia di Siracusa e Trapani stava compiendo i primi passi.

“È uno che sa il fatto suo, uno che se dice sì, l’operazione si può fare”, ha raccontato Nicastri ai magistrati parlando di Asciutto. L’imprenditore originario di Alcamo, la cui fortuna nelle rinnovabili sarebbe stata legata a doppio filo al capomafia Matteo Messina Denaro, dopo l’arresto per corruzione ha iniziato a parlare con i pm svelando le dinamiche che lo avrebbero favorito tra i corridoi della Regione. Nelle carte dell’inchiesta, ma finora fuori dell’indagine, sono comparsi anche i nomi di diversi assessori del governo Musumeci che l’ex deputato nazionale Paolo Arata avrebbe tentato di avvicinare.

Chi invece avrebbe avuto come interlocutore direttamente Nicastri è Francesco Regina, ex deputato regionale dell’era di Totò Cuffaro e compaesano dell’imprenditore. A lui Nicastri avrebbe chiesto di mettersi in moto per oliare gli ingranaggi in assessorato. In cambio Regina, che non è indagato, avrebbe ricevuto la promessa di una candidatura con la Lega, poi non concretizzatasi, alle Politiche 2018.

Secondo la tesi dei pm, Asciutto avrebbe avuto il compito di istruire le pratiche che avrebbero consentito alla società Solgesta di ottenere il via libera agli impianti. In un primo caso, a ottobre 2017, il funzionario regionale redige un parere favorevole che sarebbe dovuto bastare a chiudere la partita. In realtà, nel giro di dieci giorni, quel parere viene revocato per quello che appare un errore grossolano: l’impianto ha una potenzialità che supera di oltre il 50 per cento il limite fissato dalla legge per potere avere il nulla osta senza bisogno dell’Autorizzazione integrata ambientale. Nel momento in cui il passaggio attraverso l’Aia diventa imprescindibile, le cose per Nicastri e Arata si complicano, nonostante l’impegno, oltre che di Asciutto, anche di Giacomo Causarano e Alberto Tinnirello, rispettivamente funzionario e dirigente del dipartimento all’Energia, per i quali il processo è già iniziato.

Ogni tentativo di far firmare il decreto riguardante l’Aia non va a buon fine. Prima è il dirigente generale Gaetano Valastro a dire di no. La decisione, che è motivata al figlio di Arata dall’imminente trasferimento ad altro ufficio, suscita lo stupore di Regina. “Minchia, allora perché ieri disse ‘ste cose?”, commenta l’ex deputato regionale venendo a conoscenza delle resistenze di Valastro. Le cose non cambiano quando il ruolo di dirigente generale viene ricoperto da Salvo Cocina. Sul suo tavolo arrivano diverse bozze di decreto, che non si trasformano mai in atti ufficiali. “Legge il provvedimento e dice: ‘Ah, no. Io questo non lo firmo. Ah, e qui è sbagliato, voi dovevate cancellare il gassificatore”, ricostruisce Arata citando le parole sentite dalla bocca del dirigente generale.

Alla fine gli impianti non riceveranno mai l’autorizzazione e se questo comporta una non prevista battuta d’arresto per il duo Nicastri-Arata, per i tre funzionari significa rinunciare ad altre presunte provvigioni illecite. L’ex re dell’eolico ha detto agli inquirenti che, se tutto fosse andato bene, c’erano pronti per i funzionari altri 400mila euro. I soldi, in questo caso, sarebbero finiti in un conto corrente aperto a Malta.

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