Hanno ottenuto il rinnovo dell’accreditamento al servizio sanitario regionale in favore del loro ospedale privato e l’allontanamento della dirigente scomoda. Tutto ciò con la mediazione del politico membro – all’epoca dei fatti – della segreteria di Nicola Zingaretti e in cambio dell’assunzione di due persone legate all’ex direttore della Asl. Sono le accuse che la Procura di Roma muove nei confronti di Simonetta Garofalo, proprietaria del gruppo Sanigest spa e rampolla di una delle più importanti famiglie impegnate nella sanità privata romana, e del marito Maurizio Pigozzi, direttore generale della holding. I coniugi sono indagati dalla Procura di Roma per concorso in corruzione. Insieme a loro, risultano indagati l’ormai ex direttore della Asl Roma 3, Vitaliano De Salazar e l’ex consigliere regionale Michele Baldi. Quest’ultimo dopo essere stato per cinque anni capogruppo della Lista Zingaretti, si è ricandidato alle consultazioni regionali nel 2018 e, non eletto, è stato poi assunto dal 1 novembre 2018 al 31 dicembre 2019 nell’entourage del governatore e segretario del Pd. Posizione dalla quale, secondo l’accusa, ha agito perorando gli interessi dei presunti corruttori.

Secondo le indagini svolte dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dai sostituti Gennaro Varone e Elena Neri, Garofalo e Pigozzi hanno ottenuto il rinnovo dell’accreditamento pubblico per gli screening mammografici dell’Istituto Policlinico ‘Luigi Di Liegro’ – uno degli ospedali più importanti del gruppo – e la compensazione del crediti con l’Asl, operazione formalizzata con la determinazione dirigenziale 1008 del 17 dicembre 2019. In cambio, i due imprenditori avevano assicurato al direttore della Asl l’assunzione del fratello in qualità di dirigente presso la casa di cura ‘Le Querce’ e quella di Andrea Licari, “legato a De Salazar” al quale il 5 novembre 2019 veniva offerto un contratto di lavoro a tempo determinato presso il Policlinico Di Liegro. In questo cotesto di scambi di favori, secondo gli inquirenti i presunti corruttori hanno anche ottenuto l’allontanamento della dirigente Tatiana Fabbri, ai tempi responsabile por-tempore dell’unità operativa complessa Accreditamento, vigilanza e controllo strutture sanitarie presso l’Asl Roma 3, “che a quella compensazione e a varie altre istanze dei due imprenditori si era opposta”.

Non è tutto. Baldi e Pigozzi erano già indagati nello stesso procedimento anche per traffico di influenze illecite. Secondo la ricostruzione dei pm, Pigozzi aveva agevolato la vendita dell’Hotel Rouge&Noir, “che Baldi – si legge – gli chiedeva a beneficio di Gianluca Capone, soggetto intermediato dal Baldi”. In cambio Pigozzi aveva ottenuto l’impegno del consigliere regionale a perorare l’aumento del budget annuo in favore del Policlinico Di Liegro, attraverso “il rilascio del decreto del presidente della Regione Lazio in qualità di Commissario straordinario della sanità”. Presunto reato compiuto fra luglio e agosto 2019, dunque quando Baldi era ancora pienamente presente nello staff di Nicola Zingaretti. Contattato da ilfattoquotidiano.it l’avvocato Gildo Ursini, legale dei coniugi Garofalo e Pigozzi, conferma di aver preso visione dell’avviso conclusione indagini inviato dalla Procura. “I miei clienti – afferma – hanno subito chiesto di essere sentiti dai magistrati e hanno presentato cospicua documentazione idonea a dimostrare la loro estraneità alle accuse”.

Anche i legali di Baldi e De Salazar parlano di “estraneità ai fatti contestati” da parte dei loro clienti. Fra l’altro, pur non essendo mai stato indagato, Michele Baldi compare anche nelle carte dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo – ex Mafia capitale – per essere, dato anche il suo ruolo ai vertici l’As Roma, molto vicino allo speaker radiofonico ed ex estremista di destra, Mario Corsi, conosciuto nella Capitale come “Marione”. “Evidentemente il Baldi si era avvalso della trasmissione radiofonica di Corsi per propri fini elettorali”, si leggeva nelle carte. “Glie dici alla tua rete di scrutatori de rispettamme? Io ho fatto la fortuna tua”, rinfacciava Baldi a Luca Gramazio, allora capogruppo del Pdl in Regione Lazio, condannato in appello a 8 anni e 8 mesi, pena che per la Cassazione è da ricalcolare.

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