“Il referendum sul taglio dei parlamentari? Mi pare che la questione venga un po’ troppo drammatizzata. Ci sono buone ragioni sia per il Si sia per il No. Io alla fine mi sono orientata per il No soprattutto in coerenza con il mio atteggiamento generale verso il Parlamento”. A dirlo è la senatrice a vita sopravvissuta alla Shoah Liliana Segre che, in un’intervista a Repubblica, ha espresso la sua posizione riguardo all’imminente consultazione elettorale a cui sono chiamati gli italiani per decidere se confermare o meno la legge di riforma costituzionale sul numero dei parlamentari italiani. “Il Parlamento è l’espressione più alta della democrazia – ha spiegato Segre -. Quindi sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene”.

E alla domanda: cosa pensa dell’operato del governo Conte di fronte all’emergenza sanitaria? Segre ha risposto: “Sarà perché sono priva di esperienza politica, forse sono anche ingenua, ma io non riesco proprio a capacitarmi del clima arroventato e delle contrapposizioni feroci di questi mesi. Nonostante tutto, io ho un fortissimo amor di Patria che mi viene dalla mia famiglia. Per come la vedo io, di fronte ad una catastrofe come la pandemia del Covid – 19 un grande Paese si dovrebbe unire, dovrebbe sospendere o quantomeno moderare la lotta tra fazioni e dovrebbe stringersi attorno alle istituzioni – conclude -. Come è possibile che mentre il Presidente del Consiglio attraversa il precipizio con l’Italia sulle spalle, e se cade da una parte rischiamo milioni di contagiati e se cade dall’altra c’è lo sfacelo economico, qualcuno si metta ad urlare improperi, altri si dedichino allo sfottò e qualcuno perfino gli auguri di cadere?”.

Nel corso dell’intervista, la senatrice ha annunciato anche la sua decisione di non raccontare più la sua testimonianza da deportata nel campo di sterminio nazista di Auschwitz. “Continuerò a parlare in pubblico, se ne avrò le forze, ma non ripeterò più la mia testimonianza. La mia vita è caratterizzata da fasi e da tempo sentivo che questa fase, durata circa 30 anni, doveva finire. Confesso che l’avevo deciso già prima, ma poi la nomina a senatrice a vita mi ha indotto a resistere ancora per qualche tempo. Nessuno che non abbia vissuto quello che abbiamo vissuto noi può capire quanto sia costato ai sopravvissuti, quei pochi che l’hanno fatto, iniziare a raccontare e poi rievocare ancora e ancora quel passato”. Come molti altri sopravvissuti infatti, Liliana Segre è rimasta in silenzio per molto tempo e solo nei primi anni ’90 ha trovato la forza di rivelare al pubblico gli orrori vissuti, “facendo del dolore dei ricordi uno strumento di forte valenza etica”.

“Da fuori forse – prosegue la senatrice – si avverte solo la fatica di ripetere sempre la stessa vicenda, ma è altro, è un logoramento psichico difficile da spiegare, da un lato c’è nel testimone la necessità liberatoria del dovere compiuto, ma dall’altro lato c’è il rischio costante dello sdoppiamento. C’è una Liliana di oggi – osserva – che ogni volta ricordando i fatti guarda con pena infinita la Liliana di allora, come una nonna guarda una nipotina cara, e la obbliga a ripiombare in quell’orrore, reprimendo come faceva allora l’urlo che le cova dentro. Raggiunti ormai i 90 anni, devo rassegnarmi a rispettare i limiti della mia fragilità. Anche se il debito morale che ogni sopravvissuto alla Shoah prova verso coloro che non sono tornati per raccontare è inestinguibile”.

Infine, Segre ha parlato anche dell’inizio dell’anno scolastico: “Credo che nessuno vorrebbe trovarsi nei panni della ministra Azzolina, che in questa emergenza ha dovuto esercitare l’arte della quadratura del cerchio. È importantissimo che la scuola ricominci. Io seguo – spiega – ciò che succede nel mondo della scuola con particolare partecipazione perché sento un legame molto forte. Sia per essere stata privata da bambina della formazione, del contatto umano, della crescita emotiva e culturale da condividere con le mie compagne e i miei insegnanti, sia per avere trovato nella scuola cinquant’anni dopo, da testimone della storia, il luogo in cui potevo esercitare la mia missione. Adesso la riapertura in presenza è una nuova sfida. Per quanto si possa investire in organizzazione, personale, attrezzature, procedure di sicurezza, penso che saranno la saggezza e la responsabilità dei giovani a fare la differenza”.

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