A 37 anni, Saïda lascia il Marocco e un figlio di vent’anni per andare a lavorare in Spagna, perché vive nella miseria. Poi c’è Fatiha, che divorzia da un marito violento e decide di partire per poter garantire i beni di prima necessità al figlio rimasto a casa. Ogni anno, in Europa, sono migliaia i braccianti stagionali assunti durante il periodo della raccolta. Lavoratori spesso sottopagati e sfruttati ai quali non vengono riconosciuti i diritti fondamentali e non viene garantita nessuna forma di tutela. Se poi si tratta di donne, come Saïda e Fatiha, la questione peggiora. Le loro storie sono state raccolte da Chadia Arab, ricercatrice e geografa francese di origine marocchina, nel suo libro Fragole (edito da Luiss), che contiene una prefazione scritta dal sindacalista ivoriano Aboubakar Soumahoro. Il volume, frutto di un lavoro di inchiesta durato anni dove l’approccio di genere è centrale, segue il percorso delle braccianti marocchine impiegate nella raccolta delle fragole a Huelva, nel sud della Spagna, e ha portato alla luce un fenomeno ancora poco conosciuto, ma che svela retroscena agghiaccianti.

La selezione e il reclutamento delle lavoratrici si inseriscono all’interno del “Programma di gestione etica dell’immigrazione stagionale” sostenuto dal ministero del Lavoro in Marocco e dal comune di Cartaya in Spagna. L’ente locale dovrebbe fornire gli spazi, gli strumenti e i sistemi di gestione etica affinché le condizioni lavorative delle braccianti siano ottimali, tutto in collaborazione con l’Anapec (Agenzia nazionale per la promozione dell’occupazione e delle competenze). Il programma si basa su tre obiettivi: la necessità economica della Spagna di avere manodopera a basso costo per la raccolta dei suoi prodotti destinati alla grande distribuzione, un controllo dei flussi migratori da parte dell’Unione europea per evitare la circolazione di clandestini e lo sviluppo dei Paesi meno avanzati, quali il Marocco, con il conseguente rientro delle donne per evitare lunghe separazioni dalle famiglie.

Il primo problema è che non tutte le donne che presentano la domanda possono lavorare, poiché vi sono dei criteri da rispettare. Innanzitutto bisogna avere un’età compresa tra i venticinque e i quarant’anni, provenire da una zona rurale, avere almeno un figlio che abbia meno di quattordici anni, essere analfabeta, provare con una documentazione di essere divorziata o vedova e se sposata esibire una certificazione firmata dal marito in cui autorizza la moglie a partire. Chi viene assunto lavora quindi sette ore al giorno, con mezz’ora di pausa, per 5,50 euro all’ora. Al termine dei tre o sei mesi, che solitamente vanno da febbraio a luglio, il rientro delle braccianti può essere concordato (come stato stabilito inizialmente) o obbligato a causa di eventuali problemi sorti durante la permanenza in Spagna e che possono essere legati alla stanchezza fisica, alla malattia, alla poca efficienza.

Ma non sono poche le polemiche di chi accusa il governo spagnolo di sfruttare queste donne, le testimonianze di abusi e violenze e le critiche alla separazione delle donne dalla propria famiglia, considerata una violazione dei diritti così come il divieto di circolare liberamente in Europa. “Ho subito il disprezzo, le umiliazioni, le ingiustizie, i salari bassi e lo sfruttamento da parte degli spagnoli e di alcuni marocchini a conoscenza della mia situazione di bisogno” denuncia una bracciante nel libro della ricercatrice. Lee responsabilità, però, non sono solo dei tanti imprenditori spagnoli che preferiscono assumere donne perché più facili da gestire e sottomettere, ma anche delle autorità marocchine che dovrebbero fare pressioni su Madrid affinché tratti meglio le donne che fanno il lavoro che la popolazione bianca non vuole fare.

L’ultimo tratto del viaggio è il rientro in Marocco. Cosa succede a quel punto? Solo il 34% delle donne percepisce dei cambiamenti: fiducia in sé, riscatto della propria personalità e inserimento nella vita sociale del paese. Secondo l’Anapec, il programma andrebbe migliorato anche in altri aspetti: l’assistenza sul posto, le condizioni di lavoro e alloggio, la formazione, l’alfabetizzazione e l’agevolazione delle pratiche per ottenere il permesso di soggiorno. Anche perché queste donne non ottengono diritti duraturi, come la disoccupazione o la pensione, e il rinnovo del contratto non è automatico. Nel libro, Chadia Arab sottolinea quindi quanto sia importante che la politica spagnola intervenga per tutelare la dignità di queste migranti, al fine di garantire anche a loro una dignità sul lavoro (e tutti i diritti che ne derivano).

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