“Non è mai successo nella millenaria storia dell’Islam di fare il Ramadan senza poter andare in moschea“. Mohamed Dihani ha 33 anni, vive a Tunisi e, come la maggior parte dei 2 miliardi di musulmani nel mondo, sta celebrando per la prima volta uno dei suoi riti fondamentali sotto il lockdown imposto da numerosi paesi per il coronavirus.

Il mese di Ramadan è il nono del calendario islamico, ritenuto doppiamente sacro perché si tratta del mese in cui venne rivelato il Corano. A parte l’atto individuale del digiuno dall’alba al tramonto, i momenti collettivi di questi mesi sono tanti: dalla preghiera in moschea al pellegrinaggio alla Mecca, passando per l’iftar, il pasto che segna la fine del digiuno, spesso consumato nei vicinati allargati oppure donato dai fedeli più facoltosi in grandi tavolate per le strade dei quartieri.

Nel caso della Tunisia, dove vive Mohamed, l’isolamento è iniziato a marzo ed è stato prorogato fino al 4 maggio. Il coprifuoco imposto dalle 6 di sera è stato posticipato per il Ramadan alle 8, mentre le autorità tunisine hanno predisposto il controllo degli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali, il distanziamento sociale e l’intensificazione degli interventi per garantire la pulizia degli stabili.

“Le misure sono state molto rigorose in questi ultimi due mesi e solo ora, per il Ramadan, si sono leggermente allentate. Uscire alle 8 della sera almeno ci permette di accendere all’esterno la prima sigaretta della giornata, che per un fumatore come me è una cosa importante”, dice Mohammed. Per lui, la gioia di lasciare anche solo per pochi minuti casa sua è doppia: risultato positivo al coronavirus, oggi è fuori pericolo. “Questo Ramadan lo passiamo in casa, si prega e si mangia con la famiglia. Diciamo che è un’occasione, nonostante tutto, per stringerci ai propri cari.”

Si cucina meno e non si mangia fuori o nei ristoranti. Anche in Egitto il governo ha allentato di due ore il coprifuoco permettendo gli spostamenti delle persone fino alle 20. I negozi e i centri commerciali potranno stare aperti sino alle 17 nel weekend e i ristoranti potranno vendere cibo da asporto. Ma anche qui le moschee, per la prima volta, tengono le porte sprangate. Anche quella di Al-Azhar, una delle massime autorità sunnite, che era rimasta aperta persino durante il colera nel diciannovesimo secolo e l’epidemia di Spagnola nel 1918.

“La preghiera ha un senso spirituale: più tempo passa senza farla, più si rischia di perdere un rito collettivo e religioso importante”, spiega Islam Fawzi, ricercatore che vive al Cairo. “L’unica cosa che possiamo fare è sperare che con due ore di coprifuoco in meno sia possibile almeno recarsi a fare l’iftar da alcuni parenti. Ma non so se riusciremo perché il tempo è poco”.

Il gran mufti, alta carica religiosa del paese, in una fatwa ha invitato i fedeli a soffermarsi sugli “aspetti positivi” in questo periodo in cui molta gente “é in quarantena”, trasformando la crisi sanitaria “in una opportunità per rilanciare i legami, perdonare e ristabilire lo spirito di serenità e cooperazione”.

In Egitto, l’unica cosa legata al Ramadan che ha superato il lockdown è la produzione della musalsalat, le fiction che accompagnano il mese sacro e rappresentano una delle entrate economiche principali della case di produzione egiziane. Le riprese degli episodi sono terminate in fretta e furia, suscitando anche le proteste dei sindacati degli attori che hanno lamentato la scarsità dei protocolli di sicurezza.

Ma la programmazione tv è una delle poche cose che resterà simile ai Ramadan degli anni precedenti, visto che a essere sospesi sono anche i viaggi verso la Mecca. “I pellegrinaggi sono vietati, pregare a casa è l’unica soluzione”, dice Rasul Meena, insegnante di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Nessuno può andare alla Mecca ma nemmeno pregare nella moschea più vicina a casa. Personalmente non sono d’accordo perché le moschee sono tra i posti più puliti che io conosca”.

Anche in Iraq i luoghi di culto sono chiusi da tempo sia per i sunniti sia per gli sciiti. L’unica eccezione tra i paesi a maggioranza musulmana è il Pakistan, dove le pressioni delle autorità religiose hanno finora ottenuto dal governo di tenere aperte le moschee.

La fine del Ramadan è prevista per il 23 maggio, e per allora tra i fedeli c’è chi spera che almeno l’importante rito dell’Eid el-Fitr possa essere celebrato con meno restrizioni.”Gli ultimi giorni del Ramadan sono i più importanti, in quei giorni le persone vogliono fare tutte le cinque preghiere in moschea”, conclude Fawzi dal Cairo. “Non sappiamo come andrà, ma è probabile che le misure vengano anche prolungate”.

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