La decisione sarebbe dovuta arrivare il 17 marzo ma è stata rinviata a data da destinarsi. La pandemia di coronavirus sta travolgendo l’Egitto a tal punto da condizionare anche l’udienza per la custodia cautelare di Patrick Zaki, il ricercatore arrestato lo scorso 7 febbraio all’aeroporto del Cairo mentre rientrava da Bologna, città dove frequentava un master in studi di genere.

“Non c’è alcun motivo legale per trattenerlo ancora in prigione”, dice Amr Abdelwahab, amico di Patrick che ora vive a Berlino. “Inoltre, se le autorità affermano di non poterlo spostare, e che nessuno può visitarlo, che pericoli ci sarebbero?”

L’udienza per l’eventuale rinnovo della detenzione di Zaky era prevista inizialmente per il 21 marzo ma poi era stata anticipata di quattro giorni. Ora questo nuovo rinvio rischia di allungare ulteriormente un calvario giudiziario già molto duro e complesso.

I capi d’accusa a carico del giovane ricercatore sono 5 e vanno dalla propaganda eversiva al presunto tentativo di rovesciare il regime. Ma il suo arresto è basato su verbali che, secondo la difesa, sarebbero falsi. Sono dubbie le circostanze relative al suo arresto (datato nelle carte della procura all’8 febbraio a Mansoura e non, come effettivamente sarebbe avvenuto, al 7 all’aeroporto del Cairo). Nel faldone delle indagini a suo carico, come denunciato dagli avvocati, risulta anche una perquisizione effettuata nella casa di famiglia di Mansoura, che in realtà era vuota perché Patrick si trovava in Italia e i suoi genitori vivono al Cairo ormai da 8 anni.

I ripetuti rinnovi della custodia cautelare sono una strategia che la magistratura egiziana utilizza da tempo per non rinviare a giudizio i dissidenti e le figure politicamente più scomode, lasciandole in una sorta di limbo. L’arrivo del coronavirus nel Paese – i numeri del governo, fermi a circa 200 contagi, appaiono inaffidabili perché alcuni esperti ne quantificano 19mila – offre in questo caso un’ulteriore possibilità di dilazionare i tempi, a tutto svantaggio degli accusati.

La questione clinica viene comunque presa sul serio dai congiunti del giovane. “La famiglia e noi amici siamo devastati”, continua Abdelwahab. “Patrick è asmatico, il che lo rende più esposto ai rischi connessi al Covid-19. Specialmente in un posto così pericoloso come le carceri egiziane”.

Patrick al momento si trova nella prigione di Tora al Cairo, dove è reclusa la maggior parte delle decine di migliaia di dissidenti politici del Paese. Divide una cella con altri tre detenuti da quando è stato trasferito qui. Nelle prime settimane successive all’arresto era rimasto confinato nella stazione di polizia di Mansoura, poi spostato nel carcere della stessa cittadina e infine a Talkha, in un altro penitenziario sempre sul Delta del Nilo. Il coronavirus ha fatto saltare anche il programma di visite parentali e nei giorni scorsi la famiglia ha soltanto potuto inviargli cibo e prodotti per la pulizia, ma senza vederlo.

Ma il caso di Patrick non è l’unico. La chiusura di tribunali e prigioni, infatti, è un’emergenza dentro l’emergenza difficile da immaginare. Perché senza udienze e senza visite dei familiari la sofferenza fisica e spesso anche psicologica dei detenuti politici li costringe a vivere in una situazione peggiore di quella precedente, già di per sé molto critica. A dirlo sono numerose organizzazioni per i diritti umani che hanno definito invivibili e privi delle più elementari norme igienico-sanitarie i penitenziari del Paese.

Nell’ultimo anno, il deposto presidente Mohamed Morsi è morto dopo anni di cure vietate in carcere mentre l’ex candidato alla presidenza Abdelmoneium Abouelfotouh ha avuto due attacchi di cuore mentre era detenuto, vedendo la sua salute compromettersi.

Una situazione al limite di cui è testimone anche la famiglia di Alaa Abdel Fattah, storico attivista della rivoluzione di Piazza Tahrir (quella che nel 2011 destituì il defunto dittatore Hosni Mubarak). Le due sorelle Mona e Laila Soueif, anche loro attiviste di lunga data, e la zia Ahdaf Soueif, scrittrice di successo, sono state arrestate il 18 marzo scorso per aver organizzato una protesta per le condizioni dei detenuti fuori dall’edificio del governo nel centro del Cairo.

L’arresto è stato documentato da un video della manifestazione che Mona Seif stava trasmettendo in diretta su Facebook: il filmato viene interrotto bruscamente quando qualcuno le strappa il cellulare di mano. Le donne sono state portate nel commissariato di Qasr el-Nil. “Il governo egiziano deve prendere delle misure straordinarie per il coronairus nelle carceri”, spiegava Mona Seif prima che il video terminasse. “Deve dimostrare che si preoccupano della vita di tutti gli esseri umani e della nostra salute pubblica”.

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