Tra quelli contagiati dal Coronavirus e quelli costretti alla quarantena tra le mura di casa in via precauzionale, sono circa duemila i medici e gli infermieri tenuti lontani dagli ospedali, almeno secondo un calcolo della Federazione degli ordini degli infermieri. La maggior parte degli operatori sanitari in isolamento lavora negli ospedali delle regioni più colpite dall’epidemia.

Secondo l’Istituto superiore di Sanità il numero di medici contagiati si aggira tra i 200 e i 250. Lo stesso assessore regionale al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, ha dichiarato che “circa il 12% dei contagiati sul territorio è rappresentato proprio dal personale sanitario”. Almeno quaranta solo i medici di Cremona. Gallera ha anche spiegato che questa situazione è dovuta soprattutto a quanto accaduto nei primi giorni, quando non c’era ancora la percezione della potenziale estensione del contagio.

I primi ospedali dai quali medici e infermieri sono stati allontanati sono stati quelli di Codogno, Lodi e Cremona. Ad oggi, però, sono tanti gli ospedali che conoscono il problema: dalle Molinette di Torino a quello di Piacenza, fino ad arrivare a quelli del Sud. In Veneto, dove tra medici, infermieri e altre professionalità mancano circa 450 operatori, darà sicuramente una boccata di ossigeno il rientro di quasi 700 persone, negative al tampone ma in quarantena e bloccate a casa in applicazione del decreto del 23 febbraio sull’isolamento fiduciario.

IN VENETO TORNANO IN CORSIA 700 OPERATORI – Il governo, infatti, ha accolto la norma proposta dal governatore del Veneto Luca Zaia, che chiedeva la modifica della disposizione nazionale, in base alla quale dovevano rimanere in quarantena anche operatori sanitari in perfetta salute, se entrati in contatto con pazienti contagiati. La nuova norma consente il rientro al lavoro dei medici risultati negativi al tampone, ma che erano ancora in sorveglianza.

A comunicarlo è stata proprio la Regione, illustrando le disposizioni dell’articolo 11 del nuovo decreto: “La norma sull’isolamento non si applica agli operatori sanitari e a quelli dei servizi pubblici essenziali che vengono sottoposti a sorveglianza. Questi sospendono l’attività nel caso di sintomatologia respiratoria o esito positivo al Covid-19”. Ma Zaia ha anche annunciato che sarà inviato un avviso ai lavoratori ospedalieri in pensione “che per noi sono come riservisti – ha detto – se vogliono o possono dedicarsi all’attività ordinaria nelle strutture”. Con decreto il governo ha anche previsto il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale attraverso l’assunzione di 5mila medici specialisti, 10mila infermieri e altri 5mila operatori socio-sanitari.

IN LOMBARDIA – Nel frattempo, però, in Lombardia gli ospedali direttamente coinvolti nell’emergenza sono ormai vicini al collasso, in primis quelli della zona rossa di Lodi e Codogno, dove a mancare sono soprattutto gli anestesisti. Difficili anche le situazioni del Giovanni XXIII di Bergamo. Fino al 4 marzo, gli operatori fermati o perché contagiati, secondo Regione Lombardia, sarebbero stati 500. Nel frattempo, i casi sono continuati ad aumentare, anche se non ci sono numeri ufficiali. Di fatto, la situazione è molto critica. Tanto da spingere i medici delle terapie intensive della Lombardia a inviare un documento al presidente della Regione Attilio Fontana, per denunciare quanto sta accadendo. “In assenza di tempestive e adeguate disposizioni da parte delle autorità – scrivono – saremo costretti ad affrontare un evento che potremo solo qualificare come una disastrosa calamità sanitaria”.

IN PIEMONTE, 31 OPERATORI IN QUARANTENA ALLE MOLINETTE DI TORINO – Che i comportamenti di ciascuno sono importanti lo dimostra il caso dell’ospedale delle Molinette di Torino, dove sono stati chiusi 30 letti del reparto di Medicina generale e sono finiti in quarantena 6 medici e 25 infermieri. Qui, il 5 marzo, si è presentata una coppia di ottantenni per quella che sembrava un banale influenza. Sono stati ricoverati per quattro giorni nel reparto di Medicina e, infine, sono risultati positivi al tampone. Eppure nessuno dei due, una volta in ospedale, aveva pensato di dire che nei giorni precedenti al ricovero era andato a trovarli il figlio, che lavora nella zona rossa di Lodi. Ora lei è stata trasferita all’ospedale Amedeo di Savoia, riferimento regionale per le malattie infettive e lui si trova in condizioni più critiche nel reparto di Rianimazione.

IN EMILIA-ROMAGNA, DOPO PIACENZA ALLARME A BOLOGNA – In Emilia Romagna, da giorni la situazione più difficile è certamente quella di Piacenza, dove sono 50 i medici e gli infermieri risultati positivi al Coronavirus, mentre altri 150 sono in quarantena. A Bologna, invece, la situazione è peggiorata nelle ultime ore. Dopo il caso del reparto di Urologia del Sant’Orsola, per metà in isolamento dopo la scoperta di un paziente di 52 anni ricoverato dalla scorsa settimana per un’operazione e poi risultato infetto (ma che non aveva detto di essere stato nel piacentino), ora a preoccupare è l’ospedale Maggiore. Già nei giorni scorsi era stato confermato il contagio di un 68enne di Gaggio Montano, arrivato con l’elisoccorso e morto per altre patologie.

ALTRI CASI A ROMA E NAPOLI – A Napoli nei giorni scorsi è stato chiuso per diverse ore tutto il pronto soccorso dell’ospedale San Paolo, a Fuorigrotta. È accaduto che un medico ha assistito un paziente, poi risultato positivo al tampone per il Covid19, senza indossare i dispositivi di protezione, che pure erano disponibili. Il medico è stato messo in quarantena e si trova nella sua abitazione. Negli ospedali di Roma, invece, sono circa un centinaio gli operatori sanitari in quarantena. Un medico del San Camillo è risultato positivo al tampone, dopo la settimana bianca trascorsa in Veneto e si trova in isolamento a casa. Dodici suoi colleghi sono stati messi in quarantena precauzionale. Nella Asl Roma 2 sono due i medici positivi.

I MEDICI DI FAMIGLIA – Discorso a parte va fatto per i medici di base. A lanciare l’allarme è stato Silvestro Scotti, segretario della Federazione dei Medici di Medicina Generale (Fimmg). “Abbiamo già circa 150 medici di famiglia in quarantena, in isolamento o ricoverati, in diverse province italiane”, ha spiegato, sottolineando i conseguenti disagi per i cittadini. “Vista la difficoltà in questo momento, di trovare chi li sostituisce – ha aggiunto – per ognuno di loro restano potenzialmente circa 1.500 cittadini senza punti di riferimento sanitario sul territorio. Ovvero oltre 200mila in tutta Italia”. Nel frattempo alcuni pazienti continuano a presentarsi negli studi senza aver prima contattato telefonicamente i medici, per i quali mancano mascherine e occhiali anti-infezioni.

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