Pizzo ed estorsioni non bastano più, per questo “l’attività dello spaccio e distribuzione di droga è oggi una necessità per accumulare subito capitali in modo veloce”. Il procuratore di Messina, Maurizio De Lucia, racconta quanto emerso dall’inchiesta della Dda sulla “famiglia” mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto che ha portato oggi all’operazione “Dinastia”: i carabinieri della città dello Stretto e del Ros hanno arrestato 59 persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di droga, spaccio, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, violenza e minaccia, reati aggravati dal metodo mafioso. Un’altra scoperta è che a capo del clan dei Barcellonesi, storicamente legato a Cosa nostra palermitana, c’erano i figli degli storici capimafia della zona finiti in carcere.

Tra gli arrestati ci sono Nunzio Di Salvi, figlio di “Sam” Di Salvo, Vincenzo Giolitti, figlio del boss Giuseppe, e Cristian Barresi, figlio di Eugenio e nipote del boss Filippo Barresi. I tre “figli d’arte” hanno assunto ruoli di rilievo nell’attività del traffico di stupefacenti, in cui il clan ha deciso di investire massicciamente per integrare i guadagni illeciti delle estorsioni. Erano loro a risolvere le controversie legate alla droga e a tenere i rapporti con altri gruppi criminali calabresi e catanesi fornitori delle partite di stupefacenti che venivano poi distribuite nell’area tirrenica della provincia di Messina, anche attraverso gruppi minori, autorizzati a spacciare sul territorio a Milazzo, Terme Vigliatore e a Lipari. “Emerge – ha spiegato il procuratore De Lucia – l’attività dello spaccio e distribuzione di droga oggi una necessità proprio per accumulare subito capitali in modo veloce, in vista anche dell’estate dove questa attività aumenta perché si incrementa la distribuzione in particolare nelle isole Eolie dove il mercato della droga è notevole nel periodo estivo”.

“Questa indagine – aggiunge il sostituto procuratore Vito Di Giorgio – è una svolta storica nel contrasto alla mafia barcellonese prima contraria allo spaccio di droga, prova ne è che gran parte degli omicidi del passato nascevano dal traffico non autorizzato di spaccio di stupefacenti. Inoltre, adesso molto degli esponenti del clan sono stati arrestati e c’era necessità di mantenere le famiglie di queste persone in carcere. Quindi era necessario un veloce aumento di denaro e si è deciso di dedicarsi al traffico di droga”.

Pizzo su slot machine – Commercianti, imprenditori, agenzie di pompe funebri, ma anche chi vinceva alle le slot machine finiva nel mirino del racket nel messinese. I clan di Barcellona Pozzo di Gotto chiedevano soldi a tappeto, come emerge dall’indagine della Dda di Messina. A raccontare i particolari delle attività illegali delle cosche sono diversi collaboratori di giustizia: hanno riferito che due ragazzi avevano vinto 500mila euro giocando ad una slot machine installata in un centro scommesse di Barcellona Pozzo di Gotto. La vincita aveva suscitato l’interesse dell’organizzazione mafiosa barcellonese che si è subito attivata per chiedere il pizzo sull’incasso, riuscendo a ottenere con le minacce 5mila euro.

I clan passano alla droga – Gli incassi del racket però non erano più sufficienti e le vittime delle estorsioni hanno cominciato a denunciare. Per questo la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto ha deciso di puntare al business della droga. “Con le estorsioni non si guadagnava più- ha raccontato agli investigatori un collaboratore di giustizia – le persone denunciavano e volevano fare con la droga. C’era la crisi e le persone soldi non ne avevano e si è parlato di prendere la droga. La prendeva uno e valeva per tutti, il ricavato andava a tutti“. Dalle intercettazioni – nei dialoghi gli affiliati usavano un linguaggio in codice per indicare lo stupefacente – emerge che la cosca si riforniva di droga in Calabria dalla ‘ndrangheta.

Le piazze di spaccio – Tra le più redditizie piazze di spaccio dei clan mafiosi messinesi c’era l’isola di Lipari dove operavano due distinti gruppi criminali con a capo Simone Mirabito, Andrea Villini e Antonio Iacono. Le due bande agivano in regime di duopolio servendo la clientela dell’isola con ogni tipo di stupefacente parte del quale veniva acquistato tramite la famiglia mafiosa barcellonese. A Terme Vigliatore è stata accertata un’altra piazza di spaccio gestita da un gruppo organizzato che vendeva cocaina e marijuana, ed era in contatto con esponenti del clan barcellonese. I pusher utilizzavano come base logistica, il BarIl Ritrovo” che è stato sequestrato.

Altra banda operava a Milazzo dove operavano Francesco Doddo, Giovanni Fiore, Francesco Anania, Gjergj Precj e Sebastiano Puliafito. Uno dei principali canali di approvvigionamento di droga del clan barcellonese era quello calabrese che faceva capo a Giuseppe Scalia che provvedeva a consegnare la droga ai corrieri barcellonesi e milazzesi che si organizzavano per prelevarla solitamente in Calabria attraverso lo stratagemma del noleggio di autovetture di comodo o utilizzando degli scooter o talvolta, per evitare i controlli stradali di polizia, attraversando lo stretto senza mezzi di trasporto per poi fare rientro a Messina con zaini o borsoni carichi di droga. A Catania, ad interagire con i barcellonesi e con il gruppo dei milazzesi era Salvatore Laudani, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza e collegato alla criminalità mafiosa catanese. Infine i barcellonesi si rifornivano a Messina da Francesco Turiano del clan di Mangialupi.

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