Un tempo gli archeologi che scavavano antiche rovine si basavano per lo più su documenti storici e fotografie aeree. Negli ultimi 15 anni droni, lidar, radar, magnetometri, tecnologie 3D e altro hanno cambiato radicalmente il modo di cercare reperti archeologici. Per rendere l’idea, a febbraio del 2018 fu scoperta una vasta megalopoli maya nel nord del Guatemala, impiegando un aereo a bassa quota equipaggiato con una telecamera lidar, come quelle montate sui prototipi di auto a guida autonoma. Fu grazie a questo strumento che fu possibile “vedere” attraverso la densa vegetazione della giungla e localizzare 61.000 strutture antiche sepolte in profondità nel terreno, ricreandole poi in un ambiente 3D virtuale. Non ci fu bisogno di scavare, rischiando di rovinare i reperti (che resteranno dove sono), non servirono centinaia di persone e anni di lavoro.

L’archeologo Neal Spencer del British Museum spiega che “è difficile immaginare oggi l’archeologia senza tecnologia, ha cambiato il nostro modo di guardare”. A suo avviso la svolta fu costituita dai droni: invece di allestire spedizioni su larga scala e tracciare manualmente i siti un centimetro dopo l’altro, Spencer ora invia in ricognizione fotocamere e altri strumenti “volanti” e crea un modello digitale tridimensionale dell’area di studio sul suo notebook. Nel modello si vedono resti di muri e di pozzi sepolti, i confini dei centri abitati, e altre informazioni importanti. Bastano poche ore.

Sito archeologico ripreso dall’alto con un drone. Foto: Depositphotos

 

Grazie poi a tecnologie di telerilevamento come radar e magnetometri si può letteralmente vedere in profondità sotto terra, e ricostruire le immagini delle antiche strutture sepolte. Anche una comune fotocamera reflex può essere adattata scambiando il suo sensore con uno sensibile all’infrarosso (una modifica che costa 60-70 euro), per mettere in risalto il pigmento rivelatore a base di rame che è noto come “blu egiziano” ed è invisibile a occhio nudo. Si possono così vedere le iscrizioni a lungo rimaste nascoste.

Non finisce qui, perché traendo spunto dalle innovazioni ideate per le ricche industrie petrolifere e per la medicina, gli archeologi hanno individuato oggetti avvolti nei bendaggi delle mummie tramite tomografie computerizzate (così da lasciare intatta la mummia). Oppure di distinguere una cucina da una stalla individuando tracce antiche di schizzi d’acqua sul pavimento mediante una tecnica nota come micromorfologia, che esamina campioni di terreno sotto a una luce polarizzata. Al riguardo Spencer spiega che quello che sembra un “un pavimento di fango, quando lo analizzi fa vedere decine di eventi” e permette di capire “com’è stato effettivamente utilizzato lo spazio”.

Foto: Depositphotos

 

Particolarmente entusiasmante è poi un’altra tecnica chiamata analisi isotopica di stronzio. Una tecnica idealmente simile alla datazione al carbonio di materiali organici, che si effettua esaminando l’accumulo di stronzio nei resti umani o animali (in particolare nei denti) e che agli archeologi usano per tracciare schemi migratori. Ad esempio, se un gruppo di corpi sepolti in un cimitero ha una firma di stronzio marcatamente diversa da quella dei resti vicini, è possibile che si trattasse di estranei alla comunità.

Tutte le tecniche basate sulla tecnologia hanno il vantaggio di non essere invasive, quindi di permettere agli studiosi di capire il passato senza distruggere i reperti. L’esatto contrario di quanto si faceva nell’antichità, quando non si sapeva che cosa si sarebbe scoperto scavando e qual era la posizione esatta dei reperti, che venivano spesso danneggiati.

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