Oltre cento minuti di testimonianza che “confermano in parte quello che abbiamo sempre sostenuto” e cioè che Oseghale non ha agito da solo. È il giudizio dell’avvocato di parte civile, Valerio Verni, legale della famiglia di Pamela Mastropietro dopo la deposizione del pentito di ‘ndrangheta, Vincenzo Marino. L’uomo, uscito nel 2012 dal programma di protezione, è stato infatti il super testimone presentato dall’accusa durante la seconda udienza davanti alla Corte d’assise di Macerata nel processo che vede imputato Innocent Oseghale per omicidio, violenza sessuale, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere. In aula, ad ascoltare tutte le deposizioni, senza mai alzarsi, senza mai perdere il filo delle parole dei teste, c’è la mamma di Pamela, Alessandra Verni. Seduta accanto al fratello, il legale Marco Valerio, in alcuni punti del racconto di Marino versa qualche lacrima. Addosso la stessa maglietta mostrata anche alle udienze precedenti: una t-shirt fucsia con stampata sopra una foto di Pamela. Ad assistere al processo moltissime persone, talmente tante che, a un certo punto, i carabinieri hanno dovuto bloccare l’ingresso dell’aula. Per tutte le oltre nove ore dell’udienza Oseghale guarda altrove, per lo più ascolta l’interprete, ma non incrocia mai lo sguardo della mamma di Pamela.

Marino ha raccontato le presunte confidenze del nigeriano, avvenute a luglio 2018, quando entrambi erano detenuti nel carcere di Ascoli Piceno, “ha riferito quello che gli ha raccontato Oseghale, confermando che fino a un certo punto Lucky Desmond c’è stato”, spiega a ilFattoquotidiano.it Verni, che è anche lo zio della 18enne il cui cadavere fatto a pezzi venne trovato in due trolley abbandonati nelle campagne del Maceratese il 31 gennaio 2018. “Sulle maniglie delle due valige c’è un quarto dna, rimasto ignoto, che già da solo certifica che qualcun altro ha agito – continua l’avvocato – Noi ci concentriamo su Oseghale, ma non lasciamo nulla di precluso. Il fatto stesso che Oseghale abbia cambiato versione, come oggi emerso, per le paure di minacce di Awelima, anche questo va tenuto in considerazione”.

Per il legale bisogna distinguere tra verità processuale e fattuale. “Probabilmente è stato solo lui a compiere il gesto, non lo so, lo vedremo, ma ci sono elementi che lasciano pensare ad altro”, specifica Verni che poi sottolinea a ilfatto.it anche un altro passaggio emerso dalla testimonianza di Marino, cioè il “discorso della mafia nigeriana”. Secondo il teste, infatti, proprio Oseghale sarebbe stato “referente per la zona di Macerata” di una cellula legata all’associazione chiamata “Black Cats o Black Hat, non ricordo”.

Il racconto di Marino è dettagliato, sia nella parte che riguarda il rapporto in carcere tra lui e Oseghale, prima teso, poi sempre più confidenziale, sia in quella sull’omicidio di Pamela “iniziata a fare a pezzi quando era ancora viva”. Una testimonianza, secondo la difesa di Oseghale, “irrilevante da un punto di vista probatorio in relazione all’omicidio” e “inattendibile per quanto riguarda la violenza sessuale”.

A smentire la versione di Marino è anche il secondo testimone chiamato a deporre, il compagno di cella di Innocent Oseghale, ex sottufficiale della Guardia di finanza, Stefano Giardini, anche lui convinto di essere stato l’unico confidente di Oseghale a Marino del Tronto. Anche questo secondo racconto dei fatti ha inizio ai giardini Diaz di Macerata, ma la conclusione è diversa. Per Giardini infatti, Marino è “un mitomane” e il suo racconto “è falso”. “Eravamo stati preparati al suo arrivo, non è che non lo volessimo in cella ma c’era molta perplessità per quel che aveva fatto – spiega Giardini – Gli facemmo una specie di processo interno, un’istruttoria, e ci facemmo raccontare i fatti. Non parlava bene l’italiano e all’inizio ci diede una versione che non considerammo molto veritiera. Poi si aprì e la modificò”. “Inizialmente ci disse di non aver partecipato al fatto – racconta ancora Giardini – Poi ci disse che aveva fatto a pezzi la ragazza ma non l’aveva uccisa”. La descrizione del periodo in carcere di Giardini è altrettanto dettagliata e lucida, al pari di quella di Marino. “Facevo domande perché volevo scrivere un libro su di lui”, dice al giudice, ribadendo che “lui ha sempre negato le coltellate, ma ha detto che le ferite sono state fatte per tagliare il corpo”. “Ha detto di aver cominciato dalle gambe e di averlo fatto da solo. Ha sempre negato di averla uccisa, accoltellata o picchiata”, chiosa Giardini.

La terza udienza si terrà il 13 marzo. Intanto la procura della Repubblica di Macerata ha iscritto nel registro degli indagati per violenza sessuale anche due tassisti, uno di nazionalità argentina e un maceratese. Si tratta di un primo autista che avrebbe dato un passaggio a Pamela non appena fuggita dalla comunità, e un secondo che la sera del 29 gennaio l’avrebbe “portata a casa, cenando con lei e facendole bere alcol”, accompagnandola così “in ritardo alla stazione, facendole perdere il treno che l’avrebbe portata a Roma” grazie al quale “sarebbe ancora viva”, secondo lo zio della vittima. I due, indicati come testimoni nelle prossime udienze, saranno presenti in aula accompagnati dagli avvocati e potranno avvalersi della facoltà di non rispondere.

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