Sedici zuccherifici chiusi su 19 negli ultimi anni, un consumo di oltre 1,7 milioni di tonnellate a fronte di una produzione di 300mila tonnellate e oltre 4 pacchi su 5 che arrivano dall’estero. Sono questi i numeri della crisi dello zucchero che da anni sta piegando l’intero settore. Una situazione che ha spinto l’Italia a chiedere, nel corso dell’ultimo Consiglio europeo dei Ministri dell’Agricoltura e della Pesca, l’attivazione di misure urgenti finalizzate a sostenere le imprese del settore, in forte difficoltà a causa del surplus produttivo registrato in alcuni Paesi dell’Unione e che ha generato un calo delle quotazioni mai avuto in precedenza.

Il crollo vertiginoso si è avuto soprattutto nell’ultimo anno dopo l’eliminazione, il 30 settembre 2017, del regime delle quote produttive che fissava dei paletti. Con l’abolizione dei tetti, chi ha potuto non si è tirato indietro. In primis Francia e Germania, aiutate anche da un clima più favorevole per la barbabietola. Le conseguenze? Mentre il 2017 per questi due Paesi si è chiuso con un aumento della produzione del 20% rispetto all’anno precedente e un’eccedenza di 3,5 milioni di tonnellate, gli altri mercati hanno subito il crollo dei prezzi. Il rischio è che la barbabietola faccia la fine di altre colture, come mais e grano, che stanno progressivamente scomparendo dalle campagne della pianura padana.

BOCCIATA LA PROPOSTA DELL’ITALIA – Il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio ha proposto alla Commissione europea di attivare lo stoccaggio privato dello zucchero, come misura in grado di fornire un segnale ai mercati e contribuire a limitare l’eccesso e, almeno nel breve e medio periodo, bilanciare il mercato. A favore della proposta italiana si sono espressi Croazia, Spagna, Ungheria, Polonia, Belgio, Grecia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia; contrari l’Olanda, la Danimarca e, naturalmente, la Germania. La Francia si è invece astenuta. “La Commissione si è dichiarata contraria alla nostra proposta di stoccaggio privato in quanto considerata troppo onerosa e poco efficiente”, ha raccontato il ministro Centinaio, esprimendo anche la sua preoccupazione “per il futuro del comparto e della produzione dello zucchero in Italia”.

LA CRISI DEL SETTORE – Nel frattempo, azzerando l’84% del potenziale industriale nazionale, continuano a chiudere zuccherifici. Nel 1948 in Italia se ne contavano 62. Già agli inizi del nuovo millennio si erano ridotti a 19, presenti soprattutto tra Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Sardegna. Basti pensare che la produzione di zucchero italiano rappresentava il 17% di quella europea. Oggi gli stabilimenti sono tre ed entro la fine del 2018 un altro impianto dovrebbe cessare l’attività. Il rischio è che la produzione made in Italy venga azzerata dalla concorrenza sottocosto di multinazionali francesi e tedesche che hanno colonizzato le industrie italiane. A lanciare l’allarme è anche la Coldiretti: “Lo zucchero  è un ingrediente di base per la quasi totalità dei prodotti alimentari italiani – ricorda l’associazione – l’80% dei circa 600mila prodotti alimentari realizzati a livello industriale, disponibili presso la grande distribuzione, contiene zucchero”.

IL MERCATO ITALIANO CONTROLLATO DA GIGANTI STRANIERI – In Italia, però, la maggior parte del mercato è controllata da tre giganti stranieri. Il primo è la multinazionale tedesca Sudzucker che vanta 31 siti dall’Austria alla Romania “dalla Bosnia Erzegovina alla Moldavia, dalla Polonia all’Ungheria, trasforma 5,9 milioni tonnellate di zucchero ogni anno – spiega Coldiretti – ma produce anche carburante bioetanolo, concentrati di succhi di frutta, ingredienti funzionali e cibo per animali, oltre a operare nel settore farmaceutico e sfornare pizze congelate”.

Il secondo gigante dello zucchero in Italia è la francese Cristal Union: 10 stabilimenti nel mondo, una produzione pari a 2 milioni di tonnellate all’anno e in tasca l’acquisto dello storico marchio tricolore Eridiana. Infine c’è la multinazionale Tereos che vanta 45 siti industriali in 13 Paesi, è il primo produttore francese con 3,7 milioni di tonnellate e vanta un giro d’affari di 5 miliardi di euro. “Si è creata una situazione – sottolinea Coldiretti – dove il mercato è in mano a 5 grandi realtà del Nord Europa che già oggi detengono il 75% del comparto nel Vecchio Continente con zucchero venduto a prezzi molto bassi da Francia e Germania che hanno aumentato del 20% la loro produzione nel 2017, causando 3,5 milioni di tonnellate di eccedenze a livello europeo”. Devastante l’effetto sui prezzi: nel corso del 2018 il valore dello zucchero alla produzione è sceso da 600 euro a 350 euro a tonnellata, con un ribasso di oltre il 40%.

L’ULTIMA FRONTIERA – L’ultimo baluardo, che cerca di resistere alla crisi, è la cooperativa italiana Coprob-ItaliaZuccheri, che rappresenta circa 25mila persone impegnate nella filiera, ha due stabilimenti di trasformazione sul territorio nazionale e riunisce 7mila aziende con trentaduemila ettari coltivati a barbabietola fra Veneto ed Emilia Romagna. “Senza di loro – spiega Coldiretti – l’Italia, che è il terzo mercato dell’Unione Europea, diventerebbe uno dei pochissimi casi al mondo senza alcun produttore locale di zucchero come Nigeria, Malesia, Corea del Sud e Arabia Saudita considerando un consumo medio annuo sopra il milione e mezzo di tonnellate”.

I passi da compiere? Per Coldiretti è necessario arrivare a una chiara etichettatura di origine obbligatoria anche per lo zucchero in modo da offrire ai consumatori la libertà di scegliere cosa mettere nel carrello della spesa. “Urge ancor più la creazione di contratti di filiera basati su una maggiore equità e sostenibilità sociale con i grandi utilizzatori dello zucchero – sottolinea l’associazione – ai quali si chiede una responsabilizzazione per sostenere l’italianità delle produzioni e ridurre la dipendenza dall’estero”. Questo garantirebbe la produzione di zucchero 100% italiano, “una priorità strategica per sventare incrementi ingiustificati dei prezzi a causa di un sempre maggiore oligopolio straniero”.