Con essa s’intende una fra le possibili soluzioni, opportunità o condizioni fra le quali poter decidere. Gli occhi dei più leggono alternativa. La coscienza di chi pensava di non avere più scelta, invece, ci legge vita. A pochi giorni dalla sua terza partecipazione al torneo di calcio “Libera in Goal”, organizzato dall’associazione VoDiSca (Voci di Scampia) in collaborazione con Libera Campania e l’associazione Rime di Trieste che si svolgerà a Scampia dal 6 al 9 settembre, è Sabrina a tirare una linea netta tra chi dà per scontato di avere sempre diverse strade da poter percorrere e chi, invece, sa che se vuole continuare a camminare può andare solo in una direzione. «A Scampia si sono risolte le cose, ora è un luogo che vive attraverso le associazioni e sono i mafiosi ad avere paura delle altre persone, perché hanno trovato il coraggio di alzarsi, perché hanno trovato un’alternativa». Sabrina, ventisette anni, abita in una residenza psichiatrica nel centro di Udine da qualche anno e questa è la terza volta che parte con la Marangoni 105 (una squadra di calcio a 7 nata nel 2011 composta da operatori e ospiti della residenza psichiatrica di via Marangoni 105 a Udine) verso la Campania.

La scusa è un torneo di calcio organizzato in memoria di Antonio Landieri, vittima innocente di camorra, ucciso nel 2004 in uno scontro a fuoco tra bande rivali. Un torneo al quale partecipano diverse formazioni provenienti da tutta Italia e dove la Marangoni 105 si distingue per essere l’unica nata dall’esperienza di una residenza psichiatrica includendo utenti ed ex utenti, operatori, simpatizzanti e persino l’ex giocatore professionista Ezio Galasso che alla squadra ha regalato una muta di divise tutte con il 14 sulle spalle, in omaggio al mito Johan Cruijff, ma con la sua firma sul davanti. Ovviamente il calcio e lo sport in generale nell’ambito della salute mentale sono presenti da tempo, quel che ha fatto la cooperativa Duemilauno (agenzia sociale di Trieste) è stato in qualche modo strutturare un’idea degli operatori all’interno di una singola comunità residenziale. Per gli abitanti di Scampia l’alternativa sono dunque stati i percorsi, tra cui il torneo di Libera, creati dalle associazioni e che hanno liberato il quartiere da quella che sembrava l’unica via, ovvero quella tracciata dalla mafia. Per gli ospiti della residenza udinese, invece, l’alternativa all’istituzionalizzazione di uno status di “malattia” sono le attività pensate dagli operatori tra cui la nascita della squadra di calcio. Alcuni aspetti del lavoro quotidiano all’interno della comunità, infatti, come l’educazione alla cura di sé, alla capacità di costruire relazioni, al vivere e condividere esperienze di gruppo, a esprimere le proprie emozioni, ma anche l’educazione a una gestualità quotidiana come indossare una divisa, atti che presuppongono la creazione di un’identità di gruppo e la stabilizzazione di dinamiche durante il gioco, sono passati da essere parte di un’istruzione calata dall’alto al basso in un sistema operatore-utente, all’essere attivati spontaneamente attraverso l’esperienza del gioco stesso.

L’arma a doppio taglio è però la sensazione che, se venisse meno l’entusiasmo degli operatori della residenza di via Marangoni, applicata anche nel progetto che ha portato alla nascita del circolo Arci Bar Sport tramite cui gli utenti della residenza psichiatrica gestiscono una volta a settimana il bar del circolo Arci MissKappa di Udine, questo metodo di lavoro non troverebbe dei sostituti né all’interno dell’Azienda sanitaria né in altre istituzioni. Il senso della nascita di questi progetti, guardati a distanza di 40 anni dalla legge Basaglia, sta nelle molteplici tematiche attraverso cui possono essere affrontati e nel fatto che riguardano anche chi sta fuori da una comunità: riguardano lo stare di tutti nella società. «È impegnativo ma ripaga.. abbiamo una responsabilità, per quanto sia vissuto in un clima di leggerezza, abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri compagni di squadra quando giochiamo e nei confronti dei clienti quando siamo dietro al bancone del bar», ci confida Olena, diciannove anni in residenza da febbraio, con il ventiseienne Juri che le fa da eco. «Dietro il banco mi sento un’altra persona, mi sento importante. Se non lo faccio mi sento così così, quindi è bello avere un impegno che ti dà un ruolo riconosciuto dagli altri». Attraverso il calcio e il bar, dove i ragazzi non solo servono i clienti ma anche preparano il cibo (pizze, panzerotti, tasche dolci e salate) che viene proposto agli avventori, c’è un processo di ristrutturazione del loro rapporto con la società: l’equilibrio si basa infatti sui ruoli e le regole, come in qualsiasi altra situazione sociale.

«La differenza, ma anche l’aspetto interessante – ci spiega Igor Peres, uno degli operatori della residenza – è che queste dimensioni permettono ai ragazzi di fare delle esperienze che possono certamente essere negative, come la sconfitta in una partita, ma di farlo in maniera tutelata». E siccome il susseguirsi di situazioni favorevoli e sfavorevoli è implicito nella vita di ognuno, tanto vale dotarsi di tutte le armi a disposizione per affrontare il viaggio. Già, il movimento. Aspetto fondamentale del calcio, che diventa nuovamente metafora di vita. «Accettando di partecipare al torneo di Scampia sappiamo che l’esperienza non si riduce al solo scendere in campo per giocare.

Per il gruppo (composto da 28 persone divisi in quattro camper), significa anche partire da Udine e attraversare l’Italia percorrendo mille chilometri andando incontro a situazioni con un ampio margine di incertezza», sottolinea Peres. Situazioni che a una persona come Sabrina, cui non piace il contatto fisico, mettono a disagio tanto quanto a un ragazzo espansivo e competitivo come Juri suscitano eccitazione e agonismo. Situazioni in mezzo alle quali trovano spazio non solo il viaggio stesso, ma anche la visita di città nuove, la condivisione di spazi con persone sconosciute, la permanenza in un luogo con una storia complessa, l’apprendimento del significato di legalità per contrasto a quello di “stato mafioso” e, certamente, la competizione. Il movimento, quindi, si riferisce anche e soprattutto al percorso che ogni utente compie una volta che entra in residenza e una volta che ne esce per dirigersi in luoghi che, per metonimia, sono circostanze diverse dall’abitudine. Così come vale per ogni persona che decide di prendere in mano la costruzione del proprio sé, alla ricerca della propria strada, di un’alternativa, perché è un’esperienza che fa uscire tutte le persone coinvolte dai rispettivi confini di sicurezza emotivi creati dall’appartenenza ad una comunità (utenti) o a un preciso contesto sociale (operatori) per affacciarsi a qualcosa di estremamente nuovo.

E Scampia rappresenterà, dal 6 al 9 settembre, la possibilità di come un problema possa diventare la soluzione: «Avevo paura il primo anno andando a Scampia, sentendo quello che dice il telegiornale, che ci sono tanti morti ammazzati. Invece poi siamo stati tranquilli e adesso non vedo l’ora di tornare», dice Luca, ventisette anni in residenza da due anni e mezzo, che sa che con il calcio e il rap che lui stesso crea «se ne vanno via tutti i pensieri negativi». Ai ragazzi, infatti, viene data la possibilità di cambiare punto di vista, facendogli capire come la loro presenza si traduca nell’essere risorsa indispensabile per un intero quartiere che rischia di essere abbandonato a sé stesso. E Scampia restituirà alla “Marangoni 105” – e a tutti gli altri partecipanti al torneo – la consapevolezza di poter sempre scegliere di avere un ruolo. Decidendo di partecipare, i giocatori si assumono la responsabilità di indossare una casacca e smettere di essere etichettati come “utenti”, “simpatizzanti” o “operatori” per diventare, invece, componenti di una squadra, così come ha raccontato Giovanni, ospite nella residenza di Udine dal 2013, durante il “Libera in goal” del 2016. «L’unica domanda che ha senso farsi è “chi siamo noi veramente?”. Io posso essere Igor, posso essere Sebastian, posso essere un amico per tutti, posso essere l’arma segreta che uno ha nella propria squadra? Alla fine, dopo tante domande, io sono riuscito a capire chi sono veramente. Io sono tutti loro messi assieme. Io sono Giovanni, io sono il portiere, il numero “1”». A Giovanni, componente della “Marangoni 105” che nel 2017 vinse il titolo di miglior portiere e scomparso improvvisamente a 23 anni lo scorso 15 maggio mentre prendeva consapevolezza delle sue alternative, sarà dedicato il torneo di quest’anno. Dopo mesi di allenamento, tanto stretching, molti gol fatti e qualcuno di più sicuramente sbagliato, i camper sono finalmente partiti lungo la strada per Scampia.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Migranti, il premio a Ortensia che “se li è presi a casa sua”: “È una goccia nel mare, ma quei morti non mi fanno dormire”

next
Articolo Successivo

La World Surf League annuncia la parità di retribuzione tra uomini e donne: “Uguali per natura”

next