“Mi chiedo perché l’Italia ci ha respinto. Ci deve essere una ragione. Qualsiasi cosa accada, c’è sempre una ragione. Ma Dio ha un piano migliore per noi. L’Italia ci ha respinto ma Dio non lo farà mai”. Nel pensiero di questo migrante c’è tutta l’odissea dei 629 soccorsi dalla Aquarius che domenica mattina hanno raggiunto il porto di Valencia, dopo aver passato nove giorni in mare. Una giornata iniziata con il sollievo a bordo della nave alla vista della costa spagnola e terminata con canti e balli sul molo, dopo lo sbarco delle tre imbarcazioni che hanno effettuato il viaggio, dalle acque al largo della Libia attraverso tutto il Mediterraneo.

Ma la fine di questa lunga vicenda è anche il momento della denuncia da parte di chi in questa settimana ha contribuito ad assistere i migranti: “Fino a che i governi europei non si prenderanno le proprie responsabilità Aquarius sarà obbligata a continuare a condurre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”, scrive in un tweet Medici senza frontiere. “Ci auguriamo che sia la prima e ultima volta che persone soccorse in mare, sopravvissute all’attraversamento del deserto e ad orribili violenze in Libia, si trasformino in moneta di scambio per un gioco politico tra stati europei”, dice la presidente di Msf Italia Claudia Lodesani.

I migranti sono stati accolti a Valencia dalla scritta ‘Benvenuti a casa‘ su un enorme striscione, in diverse lingue compreso l’arabo e da un dispositivo di oltre 2.300 persone fra personale sanitario, volontari e traduttori, con mille volontari della Croce rossa che distribuivano coperte, vestiti e kit igienici e 470 traduttori. La prima ad arrivare nel porto è stata alle 6.30 circa la nave Dattilo, con 274 persone a bordo. L’Aquarius, con 106 migranti a bordo, è arrivata intorno alle 10.30, mentre per ultima è attraccata dopo le 13 la Orione, con 250 persone a bordo. Le autorità di Valencia hanno preciso che i passeggeri erano 450 uomini, 80 donne (di cui almeno sette incinte), 89 adolescenti e 11 bambini sotto i 13 anni. Ventisei i paesi di provenienza, principalmente dall’Africa ma anche Afghanistan, Bangladesh e Pakistan.

Le storie dell’Aquarius – Tra loro, come raccontano le storie raccolte dai volontari di Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranee, c’è chi ha rischiato di morire nel Mediterraneo per mantenere una promessa e chi lo ha fatto per fuggire dall’elettrochoc dei torturatori libici. Chi è scappato per proteggere i figli e chi se ne è andato perché non aveva più nessuno con cui stare, a soli 11 anni. “Avevo 10 anni, ho perso i miei genitori in un incidente stradale. Ho visto mia madre e mio padre morire dissanguati – racconta un sedicenne della Sierra Leone -. Sono andato a vivere da mia nonna, le volevo bene. Ma un anno dopo le hanno sparato in testa, davanti ai miei occhi”. A quel punto non c’era più nessuno con cui poter vivere. “Sono finito in strada, bado a me stesso da quando ho 11 anni” dice il ragazzo che però non si è arreso: “tutto quello che ho sempre voluto fare è andare a scuola e diventare dottore”.

Jibril invece ha 34 anni, viene dalla Nigeria. Lui è partito perché aveva una missione. “Ho promesso ad una donna che stava morendo che avrei raccontato ciò che ho visto. Lei era stesa, era molto debole, così ho cercato di farla sedere. Ma i carcerieri mi hanno picchiato più volte. E’ morta per mancanza di cure, per mancanza di acqua e cibo. A volte – aggiunge – la gente era costretta a bere la propria urina”. Violenze che Chidubem conosce bene per averle vissute sulla sua pelle. “Mi prendevano, mi stringevano al collo e quando pensavano che avessi perso i sensi mi davano una scarica elettrica nelle parti intime”. Quanto è durato? “E’ successo ogni giorno per un anno e quattro mesi. L’elettrochoc ogni giorno. In quella prigione pensavo di essere morto, di non avere un futuro”.

Moses invece in Libia voleva proprio morire. “Sono arrivato nel 2016 – ha raccontato ai volontari sulla nave – mi ci sono volute due settimane per attraversare il deserto dalla Sierra Leone ad Agades, in Niger e poi a Sebha, in Libia. Non è stato un viaggio facile, ho visto morire molte persone. Ma tu devi trovare dentro di te la forza per sopravvivere e andare avanti, se no muori”. Anche lui in Libia è passato da un’organizzazione all’altra. “Catturano le persone, le sequestrano e poi chiedono i soldi. Se non arrivano, ti picchiano e ti torturano. Io sono stato venduto a Bali Walid e ho sperato di morire. Ma la morte non è arrivata. Ad un certo punto sono riuscito a scappare, ma mi hanno ripreso e venduto di nuovo. Ovunque in Libia come vedono un nero lo prendono e lo mettono a lavorare. Usano i neri come gli asini, come gli schiavi“.

Sulla nave c’era anche un ragazzo silenzioso, sempre solo. Era uno di quelli ripescati dall’acqua sabato scorso, caduto dal gommone con altre 40 persone quando sono arrivati i soccorritori. Non è pero quello il motivo della sua tristezza. “Mi ha raccontato – dice Sidonie, operatrice di Intersos-Unicef che ha viaggiato negli ultimi giorni a bordo della Dattilo – che in Libia lo hanno violentato più volte. Era sempre triste e solo, ma ieri finalmente ha iniziato a sorridere”.

 “L’inerzia degli Stati europei è criminale” – Dopo un primo esame medico a bordo, dal quale sono emerse solo patologie di lieve entità come per esempio ustioni, i migranti scesi sulla terraferma sono stati sottoposti a ulteriori controlli da parte delle autorità spagnole. Le donne incinte e altre persone che avevano bisogno di cure sono state trasferite in ospedale, mentre alcuni migranti sono invece già partiti verso centri di accoglienza provvisori.

Al termine delle operazione Sos Mediterranee, l’organizzazione che gestisce in partnership con Medici senza Frontiere la nave di soccorso umanitario Aquarius, ha attaccato duramente le istituzioni europee per quanto successo: “Non è tollerabile per l’Europa che possa ripetersi una situazione come questa. L’inerzia degli Stati europei è criminale. Si è tradotta in oltre 13.000 morti nel Mediterraneo dal 2014, quando i leader europei hanno detto “mai più” dopo la tragedia di Lampedusa. L’Europa porta questi morti sulla propria coscienza”, scrive l’ong in una nota.

L’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, è intervenuta per “elogiare la Spagna per il suo intervento che ha permesso di porre fine alla crisi dell’Aquarius”, ha detto l’Alto Commissario per i rifugiati Filippo Grandi. “Siamo grati che questa prova sia finita per tutte le persone coinvolte, ma questo incidente è qualcosa che in primo luogo non sarebbe mai dovuto accadere. Il soccorso in mare – ha detto ancora Grandi – è un principio troppo importante per essere messo a repentaglio, e qualsiasi tentennamento sulle modalità di sbarco comporta un grave pericolo non solo per i rifugiati e i migranti, ma per chiunque sia in difficoltà in mare”.

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