Edison vuole cercare petrolio e gas al largo delle acque salentine di Santa Maria di Leuca con la tecnica dell’air gun, ma Greenpeace non ci sta. Annuncia la presentazione di osservazioni sul progetto della multinazionale al Ministero dell’Ambiente per chiedere che respinga il permesso di ricerca d 84F.R-EL e pubblica il rapporto ‘Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio’. L’associazione parla di “bombardamento a tappeto sui fondali”, sottolineando che questa volta l’istanza riguarda un’area dello Ionio che, secondo la Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity – CBD), è classificata come Ebsa, ossia come particolarmente preziosa per l’ecosistema marino nel suo complesso”. Secondo Greenpeace nello Studio di impatto ambientale (Sia) presentato da Edison al Ministro dell’Ambiente per ottenere il nulla osta a procedere, “si considerano trascurabili gli effetti di questa attività”. Ecco perché si chiede l’intervento delle istituzioni per contrastare una prospettiva “che minaccerebbe turismo, pesca e comunità costiere”.

La minaccia dell’air gun – La tecnica dell’air gun per la ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili genera artificialmente onde d’urto e, analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore. “Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di air gun disposti su due file a una profondità di 5-10 metri – spiega Greenpeace – che producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi”. Tutto questo per settimane, continuativamente. “Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet” aggiunge l’associazione, ricordando che gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi e, “in questo caso, colpirebbero molto specie, tra cui tonni, pesci spada, squali, mobule, cetacei, tartarughe caretta”. Nonché habitat di profondità con organismi come coralli e spugne che rappresentano importanti serbatoi di biodiversità, sono aree di riproduzione di numerose specie ittiche di importanza commerciale e contribuiscono al riciclaggio di materia organica nella catena trofica.

Il paradosso – Secondo Greenpeace è paradossale che nel nostro Paese, dopo tanti discorsi sull’Accordo di Parigi sul clima “si continui a pensare a estrarre quelle poche risorse dei nostri mari”. Questo mentre ci sono Paesi che hanno vietato la ricerca e, quindi, l’estrazione, di nuovi giacimenti fossili. Ultima in tal senso la Nuova Zelanda “che sta rinunciando a riserve infinitamente più consistenti di quelle presenti sotto i nostri fondali – dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia – pur di proteggere questi ecosistemi, il clima e ogni altra attività economica legata al mare e potenzialmente danneggiata dal petrolio”.

Non toccate quei coralli – La scoperta dei banchi di coralli di acque fredde (o di profondità, o ‘coralli bianchi’) al largo di Santa Maria di Leuca ha fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico. Si tratta di comunità dominate da Madrepora oculata e Lophelia pertusa. “Questi banchi di coralli di profondità – si spiega nel rapporto – sono un hot spot di biodiversità. Ci sono non meno di 222 specie a profondità tra 280 e 1121 metri. Spugne (36 specie), molluschi (35), cnidari o celenterati come coralli e anemoni (31 specie), anellidi (24 specie, di cui una trovata qui per la prima volta nel Mediterraneo), crostacei (23), briozoi (19) e 40 specie di pesci”. Secondo l’associazione ambientalista la richiesta di permesso presentata da Edison per sondare i fondali di quest’area è “lacunosa e omissiva nel valutare i possibili impatti dell’air gun sull’ambiente”.

Tanto più che l’importanza di questi fondali è tale che si è deciso di tutelarli dalle attività di pesca a strascico. Per proteggere le comunità degli abissi del Mediterraneo, dal 2005 la Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo della Fao, infatti, ha vietato l’uso di reti a strascico e draghe a una profondità superiore ai mille metri. “Troppo poco per questi fondali – spiega Greenpeace – e così il divieto è stato esteso a quest’area (e ad altre) nel 2006”. Ed è stato anche istituita una Fisheries Restricted Area. “La zona che Edison vuole bombardare – spiega l’associazione – è a pochi chilometri dalla Fra. Un tratto in cui i pescatori non possono (giustamente) pescare viene sottoposto a impatti sonori di centinaia di decibel. Se un pescatore volesse usare ordigni del genere verrebbe pesantemente sanzionato”. Tutto questo senza considerare la possibilità che vengano effettivamente trovati idrocarburi: “Se si volesse trivellare nell’area di prospezione in questione, il materiale disperso (dalle operazioni di estrazione o da malaugurati sversamenti di idrocarburi) arriverebbe in poco tempo sulla zona dei coralli”.