Manrico Ducceschi, il comandante Pippo

E’ stato uno dei combattenti più valorosi della Resistenza. Ha comandato la formazione tra le più forti tra quelle che hanno partecipato alla lotta partigiana, la XI zona Patrioti: oltre 140 caduti, 8mila prigionieri. Toscano, protagonista delle pagine più epiche delle battaglie sull’Appennino Tosco-Emiliano, gli americani gli si affidarono fino a dargli la responsabilità di controllare 40 chilometri di Linea Gotica. Carismatico, autorevole, soprattutto indipendente: Manrico Ducceschi, il comandante Pippo, non era comunista, non era socialista, non era democristiano. Era repubblicano. Soprattutto: libero. Pippo – nome di battaglia che si era dato in onore a Giuseppe Mazzini, padre dell’Italia unita – morì a 28 anni, settant’anni fa. Ma sulla sua morte la verità non è mai stata scritta. La ricostruzione ufficiale parla di suicidio mediante impiccagione, nella sua casa di Lucca. Ma non torna quasi niente. Manomissioni della scena del delitto, archivi trafugati, amori sofferti e traffici di armi: il mistero sulla morte di Manrico Ducceschi, capo partigiano in rotta con l’Anpi in onore alla sua libertà, è ancora fitto. Fu davvero suicidio, come conclusero gli inquirenti? O invece, come credettero fin da subito i compagni e la famiglia, Pippo fu ucciso? E da chi? Tre diverse inchieste hanno cercato di far luce sul caso, fino agli anni Ottanta, quando il fascicolo è stato riaperto per l’ultima volta. Dentro quel fascicolo, come uno spettro che ha allungato la sua ombra su tutta la vita della Repubblica italiana fin dalla sua nascita, è spuntato di nuovo il nome di Licio Gelli, indicato da un anonimo come il mandante dell’omicidio di Pippo. Ma non sono mai venute fuori prove sufficienti. “Gli unici che potrebbero aggiungere un pezzo al puzzle sono gli Stati Uniti – dice a ilfatto.it Laura Poggiani, nipote di Ducceschi – Sono loro che hanno fatto le prime indagini. A loro mio zio relazionava anche dopo la guerra, nel suo lavoro di intelligence”. Pippo fu premiato con la Bronze Star, che gli Stati Uniti d’America assegnano per “atti di eroismo, di merito o di servizio meritevole in zona di combattimento”. Ma non ha mai avuto un riconoscimento dall’Italia che ha contribuito a liberare dal nazismo e dal fascismo: né la medaglia d’oro al valor militare né quella al valore civile.

Dai monarchici ai comunisti, Pippo accetta tutti. La regola: non parlare mai di politica
Quando si sposa, l’11 giugno del ’44, Manrico Ducceschi non firma il certificato e indica un luogo di nascita sbagliato. Non vuole lasciare tracce: è ricercatissimo dai nazisti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, l’allievo ufficiale degli alpini è diventato un partigiano, tra i più temuti. Comanda la XI Zona Patrioti, che copre gli Appennini toscani, da Pistoia alla Garfagnana. E’ così carismatico e autorevole, che a lui si sottomettono marescialli dei carabinieri, ufficiali inglesi e pure qualche fascista, che – una volta catturato – chiede di unirsi alla sua formazione. Un Cln in piccoloPippo accetta tutti (monarchici, repubblicani, comunisti) purché non parlino di politica: la faziosità divide, e, per combattere insieme, ripete ai suoi uomini, bisogna essere uniti.

La formazione di Pippo è già in contatto con la V Armata quando, l’8 giugno del 1944, i patrioti entrano in possesso di documenti riservatissimi sulla guerra nel Pacifico, materiale che sposta l’ago del conflitto mondiale. Li trovano su un’auto che hanno bloccato al valico dell’Abetone e su cui viaggia un contrammiraglio giapponese. Pippo li consegna agli americani, che contano sempre più su di lui e gli affidano il controllo di 40 chilometri di Linea Gotica. La sua formazione partecipa alla liberazione di Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Lodi, ed è tra le prime a entrare a Milano, il 25 aprile 1945.

La guerra è finita. Ma ne inizia un’altra
Ma è da questo momento, all’apice della gloria, e a guerra finalmente finita, che per Pippo iniziano i problemi che si intrecciano con i momenti di fibrillazione che l’Italia fragile del Dopoguerra vivrà per diversi anni, anche dopo la proclamazione della Repubblica e l’entrata in vigore della Costituzione. “Ufficialmente, tornati a Pistoia, hanno consegnato le armi, ma ufficiosamente le hanno tenute – racconta la nipote Laura – perché mio zio stava facendo operazione di intelligence per conto degli Stati Uniti contro il pericolo rosso: si temeva concretamente un’invasione comunista e lui voleva essere pronto a tornare in montagna, se ce ne fosse stato bisogno. Lui aveva dato ordini ben precisi di cosa fare di queste armi: che fossero a disposizione, ma che fossero ben segrete, in un posto dove poteva, in caso di necessità, recuperarle agevolmente. Solo che alcuni, gente della formazione, avevano optato per venderle e farci un po’ di soldi. Lui se ne accorse e non gradì”.

Intrighi e tradimenti: Pippo è sempre più solo
Dopo la Liberazione, Pippo si trasferisce a Lucca, dove prende in affitto una casa nel centro storico, davanti alla Chiesa di San Michele, due minuti a piedi dall’Ufficio Stralcio in cui, per conto dell’Anpi, stabilisce chi ha combattuto nella sua zona, per fargli avere i sussidi, e chi, come i pastori, li ha aiutati, per fargli avere i rimborsi. Ma il suo lavoro non finisce qui. Il pericolo di un’invasione comunista è sentito come reale. E lui non ha liberato l’Italia da una dittatura per consegnarla a un’altra. In segreto, riferisce ai servizi americani nomi e movimenti che lo preoccupano. Qualcuno lo sa e Ducceschi si fa dei nemici. Anche tra i partigiani: il 12 maggio 1948 rompe definitivamente con l’Anpi. In una lettera durissima, Pippo elenca le “ragioni morali e politiche” per cui non può far parte dell’associazione dei partigiani. Tra queste, le pressioni che secondo lui l’ente esercita sugli iscritti perché prendano la tessera del Partito comunista. Lui non lo farà mai. Prima delle elezioni di aprile, in molti – dai repubblicani alla Dc – gli chiedono di schierarsi, ma Pippo, anche se di convinzioni repubblicane, tiene fede alla sua indipendenza.

Come se non bastasse, si ritrova a sospettare dei suoi stessi uomini. Ha scoperto che alcuni commerciano le armi della formazione. In particolare, Franco Caramelli, suo compagno durante la guerra, suo vicino di casa, segretario all’Ufficio Stralcio, ne vende di nascosto anche “agli ebrei”, come si legge nelle carte delle indagini che seguiranno alla morte del Comandante. Perché “lo Stato di Israele è appena nato e ha bisogno di armi” ricorda la nipote di Pippo.

Caramelli, da mesi, è il principale sospettato per la fuga di notizie riservate che, dal Consiglio della XI Formazione di Pippo, finiscono in mano al Partito Comunista.

“Ma l’amore no, l’amore mio non può, disperdersi nel vento tra le rose”
Non solo: Caramelli si sta pure interessando troppo alla moglie di Pippo. In molti li hanno visti ridere e scherzare a una sagra. La signora Ducceschi aveva bevuto un po’ troppo. Forse te n’andrai e d’altri amori le carezze cercherai canta in quegli anni Lina Termini. E per Pippo è così: Renata vuole lasciarlo e andarsene a New York, portando con sé la loro bambina, Roberta, nata a maggio. I lineamenti del padre, gli occhi blu e i capelli mori della mamma: la piccola è la gioia di Pippo, che non sopporta l’idea di perdere lei e Renata, che gli è stata accanto durante la Resistenza. In crisi, la moglie di Pippo va a stare per un po’ con la piccola dai suoi genitori, in montagna. Pippo non rinuncia al suo amore. Decide di seguirla e riconquistarla. Lassù, il 24 agosto, lo aspettano anche gli amici, per un picnic.

Il giorno prima di partire, Pippo sbriga alcune cose. Incontra un professore dell’università di Pisa, per riprendere gli studi di filosofia, interrotti dalla guerra; la sera, invita Franco Caramelli a casa sua, per chiarirsi una volta e per tutte, davanti a un tè. Ma soprattutto decide di denunciare, al suo ritorno, alcune cose importanti e ne mette al corrente il suo braccio destro, Giuliano Brancolini.

Impiccato in casa: suicidio o omicidio?
Ma non fa in tempo ad andare in montagna da Renata, né a rivelare alcunché. Lo trovano morto per strangolamento, impiccato, in casa sua con la corda della tenda, legata alla cintura stretta al collo. Lo scopre il padre due giorni dopo, il 26 agosto. Insospettito dalla mancanza di telefonate, Fernando Ducceschi vuole vederci chiaro. Ha le chiavi della casa del figlio, entra. Vede l’orrore, non fa in tempo a disperarsi che sente dei passi salire su per le scale. L’anziano corre in camera da letto, apre un cassetto segreto dell’armadio e prende con sé i diari del figlio, quelli della Resistenza. Va via in tempo per vedere arrivare Brancolini, il braccio destro di Pippo. E’ lui che dà l’allarme e, interrogato, fornisce le prime ipotesi su chi potrebbero essere i mandanti.

Tutto tranne che un suicidio
E’ chiaro fin dall’inizio che non si tratta di un suicidio. Non solo perché Pippo disprezzava i suicidi. “Ma anche perché non avrebbe mai scelto l’impiccagione – precisa la nipote – Era riservata ai traditori, nell’ambiente militare” . Aveva indosso gli scarponcini, segno che era intenzionato ad andare in montagna, mentre i pantaloni erano sporchi di intonaco: è stato trascinato? In più, non ha lasciato alcun biglietto. Gli uomini dell’XI Formazione si presentano armati sotto la Prefettura di Lucca. Vogliono vendetta, metteranno a ferro e fuoco la città. Il papà di Pippo, Fernando, è costretto a dire ciò che non pensa: è stato un suicidio, annuncia il vecchio dal balcone della prefettura: vi prego, deponete le armi. Per rispetto, lo assecondano.

I funerali di Manrico Ducceschi a Lucca

Mobili spostati, tazzine lavate, indagati in fuga 
Le indagini vengono condotte in modo parallelo dagli italiani, dagli americani e dagli inglesi. E i misteri continuano. Le tazzine con il dentro, trovate inizialmente dagli inquirenti, durante un secondo sopralluogo appaiono lavate e messe ad asciugare. Sparisce una penna spara-proiettili, un regalo degli americani. I suoi archivi di dispacci segreti, composti da annotazioni, nomi, date, intrecci, divisi tra rossi – la parte comunista – e neri –fascista – vengono sequestrati e la parte più sensibile è spedita al ministero degli Interni e secretata. “Negli anni Ottanta l’archivio nero scomparirà dal tribunale di Lucca” aggiunge la nipote. C’è chi, tra i vicini di casa, ha sentito, nei giorni precedenti al ritrovamento, un rumore di mobili spostati. Caramelli, il vicino traditore, dice di non averci fatto caso. Proprio lui è stato visto la mattina della morte, il 24 agosto, vagare sconvolto: lo racconta agli inquirenti Brancolini, il braccio destro di Pippo. Ma entrambi, sia Caramelli che Brancolini, lasciano l’Italia senza aspettare la fine delle indagini. Il primo va in Brasile e si dà al cinema; il secondo, scappa in Francia. Il 28 agosto un funerale solenne, con picchetto della Friuli, dà l’addio al comandante. Ufficialmente si è suicidato. Le indagini vengono presto archiviate.

Lo ha ucciso un partigiano lucchese, anzi no, Licio Gelli, anzi no, fu suicidio

Silvano Fedi

Ma l’anima di Manrico Ducceschi resta senza pace. Nel 1972, un carabiniere, in modo informale, dichiara che il mandante dell’omicidio è l’ingegnere Giorgio Di Ricco, all’epoca esponente del comitato provinciale Patrioti Lucchesi. Le indagini vengono riaperte, ma sette anni dopo il fascicolo si richiude con un niente di fatto. Arrivano gli anni Ottanta e le indagini su Licio Gelli toccano anche la morte del Comandante Pippo. Una testimonianza anonima, nel 1981, viene inviata al giudice istruttore bolognese Aldo Gentile, che indaga sulla strage alla stazione di Bologna del 1980. L’anonimo si scoprirà essere il colonnello dei carabinieri Federico Mannucci Benincacasa, a lungo a capo del Sismi a Firenze: secondo le sue informazioni, Gelli sarebbe coinvolto nell’uccisione del Capitano Pippo. Durante la Resistenza, infatti, Gelli era passato dal fronte fascista a combattere insieme ai partigiani di Silvano Fedi, amico intimo di Pippo trovato ucciso in circostanze misteriose nel 1944, forse tradito da qualcuno dei suoi in un’imboscata. “Mannucci mi parlò del suicidio di Manrico Ducceschi, avvenuto nel 1948, e che egli sosteneva essere stato in realtà un omicidio; Mannucci era convinto che il mandante fosse stato Licio Gelli”, dichiara al giudice istruttore il colonnello Umberto Nobili, nel dicembre 1990. Ma gli inquirenti di Bologna scoprono ben presto che il fascicolo su Ducceschi al Sismi di Firenze è stato distrutto. Nel 2001 la Cassazione mette la parola fine anche a questa versione dei fatti. Il comandante Pippo resta “suicidato”.

Il comandante Pippo senza Medaglia d’Oro: uno scandalo burocratico
Con 140 caduti in combattimento e, secondo le stime ufficiali, 8mila prigionieri, la formazione del Comandante Pippo è probabilmente la più forte che abbia combattuto durante la Resistenza. Ma a Pippo l’Italia non ha mai dato la medaglia d’oro al valor militare. La nipote Laura racconta che l’ok del Consiglio di Stato era già arrivato ma chiesero documenti firmati da lui, quando era già morto: “Mia nonna lo fece presente. Allora pretesero che Pippo si presentasse di persona”. Gli anni passavano e la Commissione che assegnava le medaglie d’oro al valor militare si sciolse. “L’unica cosa, ci fu detto, era la Medaglia al valore civile, ma l’abbiamo rifiutata, non avrebbe avuto senso. L’alternativa era chiedere al ministro della Difesa: lui aveva la facoltà di proporre la medaglia. Ma era Ignazio La Russa. In quel periodo si parlava di assegnare la stessa medaglia a membri della Repubblica sociale e abbiamo lasciato perdere”. Per Laura lo zio non si è suicidato: è stato ucciso, probabilmente per motivi politici. “Ma solo gli Stati Uniti, che indagarono per primi, potrebbero dirci qualcosa in più. Anche se credo che la verità non si saprà mai”.

Sono passati 70 anni dalla morte del Comandante Pippo. Quella mattina d’estate, a Lucca, forse c’era il sole. Forse Manrico aveva aperto la finestra per il caldo, mentre si preparava per andare in montagna, dal suo amore. E forse, aperte le finestre, la sua stanza si era riempita del suono assordante delle campane di San Michele, la chiesa dei lucchesi, di fronte a lui. La statua dell’arcangelo che trafigge il drago, in cima alla facciata, ha visto in faccia il suo assassino. Forse. E dalla strada, nella stanza con le tazze col tè ancora sul tavolo, i diari segreti nascosti nell’armadio e un uomo pieno di speranze, rotolava una canzone: Io lo difenderò da tutte quelle insidie velenose che vorrebbero strapparlo al cuor, povero amor…